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ТИНТ: итальянский – 1000
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Описание:
Тексты на итальянском языке длиной 1000-1100.
Автор:
Велимира
Создан:
4 июня 2020 в 17:16 (текущая версия от 26 июня 2020 в 15:38)
Публичный:
Нет
Тип словаря:
Тексты
Цельные тексты, разделяемые пустой строкой (единственный текст на словарь также допускается).
Содержание:
1 La matina appresso, passando davanti alla chiesa, notò il carro funebre e due corone. S'informò e seppe che era morta per un improvviso attacco di cuore, a sittant'anni passati, Marta Barbaro, una fimmina che lui mai aviva accanosciuto di pirsona in quanto abitava, col marito Francesco inteso Ciccino, in una di quelle casuzze foramano, irraggiungibili d'inverno e poco praticate d'estate. Ciccino, che aviva una grossa mandria di pecore e quindi non se la passava tanto malo, non scinniva quasi mai in paìsi. Chiuso e scorbutico, non aviva amici e il fatto che dal matrimonio non erano vinuti figli aviva accentuato i lati certo non gradevoli del suo carattere. A Belcolle aviva un cognato, Pietro, che si era maritato con Gasparina, sorella di quattro anni più picciotta di lui, ed era l'unica pirsona di tutto il paìsi col quale scangiava qualchi avara parola. Questo era tutto quello che il maresciallo sapiva della coppia. Gli parse però giusto aspittare sul sagrato la fine della cerimonia e, quanno la cassa venne messa supra il carro, andò a stringere la mano a Ciccino.
2 Aveva fatto promissa al parrino di trattare la facenna in modo discreto e perciò non poteva metterne a parte Colamonaci, non perché l'appuntato fosse sparlittero, tutt'altro, ma meno sono le pirsone a conoscenza di una data cosa e minore è il rischio che quella data cosa si sappia in giro. Che fare, ora? Andare subito da Ciccino Barbaro e farsi consegnare il fucile? Taliò il ralogio, si erano fatte le cinco passate. Potiva rimandare la visita alla matina appresso? Vediamo come stanno le cose, si disse. Pericoloso per sé e per gli altri, aviva definito don Michele a Ciccino. Ma se uno ha deciso di essiri pericoloso per sé – continuò a ragionare il maresciallo – non è nicissario che sia in possesso di un'arma qualsiasi, da foco o da taglio, gli abbasta uno sdirrupo dintra al quale buttarsi o tanticchia di vileno per i sorci. Quando sei arrivato al punto di volerti fare male, ogni cosa è bona a farti male, persino la più semplici espressione della natura, un fungo vilininoso, una bacca maligna.
3 La massima fortuna che un omo può aviri nella vita è quella di non arrivare mai a un punto dì disperazione dal quale non puoi tornare narrè. In quanto all'essiri pericolosi per gli altri, certo che il possesso di un'arma può aviri un peso considerevole, può rappresentare una tentazione irresistibile. Ma nel caso specifico Ciccino, a stare alle parole del parrino, imbracciato il fucile aviva esploso un solo colpo in aria. Certo, non si trattava di tentato omicidio, se avesse voluto colpire a don Michele, avrebbe potuto farlo facilmente, il parrino s'attrovava a pochi metri, completamente esposto. Una grave intimidazione era, questo sì. Che si sarebbe potuta ripetere con qualcun altro che, ignaro, si spingeva fino alla casa di Ciccino. Ma chi poteva essere questo "qualcun altro"? Ciccino non aviva amici, l'unico col quale ogni tanto parlava era il cognato e perciò, concluse il maresciallo, non c'era pericolo che per quella sera il vidovo dispirato poteva ripetere il gesto sconsiderato. L'indomani a matino si sarebbe fatto la scarpinata.
4 La trazzera era tutta un'acchianata tra fossi e lastroni di pietra e a un certo momento la jeep non ce la fece più. Non restava che continuare a pedi. Pigliò dalla machina il megafono che si era portato appresso per parlamentare con Ciccino senza rischiare di attrovarsi svociato e se lo mise a tracolla. Caminò per un quarto d'ora. Lo scosceso viottolo da capre che stava percorrendo era circondato, a mano manca e a mano dritta, da fitte macchie di piante serbaggie, a tratti formavano una specie d'impenetrabile parete spinosa. Il silenzio era totale, si sarebbe potuta sentire una serpe frusciare in mezzo all'erba. Respirò a funno quell'aria frisca, bona, che odorava di resina. A un tratto, a mano dritta, la parete verde s'interruppe, si aprì a una specie di minuscolo belvedere sotto il quale, a strapiombo, si vidivano le ultime case del paìsi, quelle che avivano la torma eli una prua. Ristette tanticchia a taliare il panorama, calcolò che gli ammancava un altro quarto d'ora scarso per arrivare alla casa di Ciccino.
5 L'altro aviva usato un kalashnikov. E che potiva fare lui con la sua arma d'ordinanza? Avvertì d'aviri la fronte vagnata di sudore, ci passò la mano e s'addunò ch'era macchiata di sangue. Le spine della pianta serbaggia gli avivano lacerato la faccia, le mano e ora s'attaccavano alla giacca e ai pantaloni facendogli difficili i movimenti. Tirò fora l'arma. Quindi isò il vrazzo e sparò un colpo in aria gridando: «Arrenditi! Sono il maresciallo». Un'altra raffica, questa volta pericolosamente vicina, gli troncò la frase. E, assieme alla frase, troncò macari alcuni rametti che quasi toccavano la sua testa. Questo m'ammazza quando vuole, pensò il maresciallo. La posizione nella quale si trovava era troppo pericolosa, abbisognava assolutamente mettersi tanticchia più al coperto. Ma per ottenere questo risultato era necessario che l'avversario fosse costretto a cangiare a sua volta di posto. Ma come fare? Allora gli venne in mente che aviva con sé il megafono. Se lo portò alla bocca, inspirò profondamente, parlò.
6 Niscì fora dalla macchia macari lui – la tasca mancina, impigliata tra i rami spinosi, si lacerò – si gettò all'inseguimento. Prima della curva si fermò col sciato grosso e col batticore che gli impedivano di sentiri se l'omo con il mitra continuava a scappare o se se ne stava immobile a due passi da lui ad aspettare che compariva per astutarlo con una raffica precisa. Arriniscì a calmarsi quel tanto che bastava per appizzare le orecchie. Nessuna rumorata, solo un cane abbaiava lontano. Col busto calato in avanti fece due passi e si trovò alla fine della curva. Sporgì cautamente la testa. Davanti a lui il paesaggio cangiò di colpo. Il viottolo continuava, senza pareti di piante serbaggie, visibilissimo, per un lungo tratto in mezzo a una sorta di grande pianoro coltivato a pascolo, dopo ripigliava a inerpicarsi sulla montagna. Non c'era traccia dell'omo in fuga. Evidentemente aviva addeciso di non seguire più il viottolo, forse pinsava di andare a sbattere contro gli altri carabinieri chiamati dal maresciallo.
7 Che non esistevano, certo, ma lui non lo sapiva. A mano dritta, la riconobbe subito, c'era la casa di Ciccino circondata dall'orto protetto dalla bassa palizzata. Porta chiusa, finestre sbarrate, la casa pariva disabitata. In mezzo all'orto sorgeva un pozzo con torno torno un muretto alto tanticchia di più di un metro. Il maresciallo non ebbe dubbio. L'omo non aviva che due posti dove starsene ammucciato: o darrè la casa di Ciccino ad aspittare che venisse allo scoperto o s'attrovava ancora più vicino, rannicchiato dietro il muretto del pozzo, pronto a saltare in piedi come una molla e a sparare. Ci pinsò sopra tanticchia e arrivò alla conclusione che la prima ipotesi era sbagliata: l'omo non aviva avuto il tempo niccissario ad arrivare fino a darrè la casa, sicuramente però aviva avuto il tempo di saltare la palizzata e rifugiarsi dietro il muretto del pozzo. L'unica era fare una prova. Una prova che però viniva a costare una cartuccia e lui, in proposito, non è che era particolarmente ricco.
8 L'omo catturato arrisultò essere un pericoloso latitante che nessuno, da cinque anni, arrinisciva a pigliare. Non era di quelle parti, evidentemente era staro sorpreso in marcia di trasferimento. Nei tre giorni che vennero appresso, il maresciallo Brancato ebbe continuamente a che fare con due grossi problemi. Il primo era quello di non dare conto ai giornalisti che si erano precipitati a Belcolle per intervistarlo, e che erano peggio delle mosche cavalline, il secondo era di tenere fora dalla partita a Ciccino, «lo sconosciuto pastore» come avivano scritto su un giornale «che aveva coraggiosamente collaborato alla cattura». Il maresciallo si arrisolse a parlarne col capitano Ventura, che era omo che capiva le situazioni, e gli spiegò chi era Ciccino e quale momento difficile stava attraversando. Se si vidiva davanti a omini in divisa, capace che reagiva in malo modo. La parlata s'arrivelò la mossa giusta. A farla breve, passati quattro giorni, non c'era un cane che s'arricordasse più di tutta la facenna.
9 Quanno arrivò all'inizio della curva del viottolo, che per la pioggia si era cangiato in un ammasso di fango scivoloso, si voltò. Ciccino era ancora sulla porta che lo taliava allontanarsi. Ma chi glielo aviva fatto fare a gettarsi a testa sotto in quell'impresa? Se lo spiò arraggiato con sé stesso mentre scinniva lungo la trazzera con passetti da mezzo paralitico per evitare il rischio di sciddricare e allordarsi di fanghiglia. Come mai si era lasciato contagiare dalla pazzia di quell'omo? Sì, era inutile negarlo o adoperare altre parole: si trattava di una pazzia pura e semplice. Ciccino aviva detto che a lui la faccia di quel picciotto non era nota. Dunque doviva trattarsi di qualcuno, un forestiero, arrivato a Belcolle nel 1940, o negli anni immediatamente successivi, e che nel 1947, data del rientro di Ciccino, era già andato via. Un soldato? Ma durante la guerra, a stare a quanto aviva appreso dai paisani, a Belcolle non c'erano stati presidii militari. Anzi, a dirla tutta, la guerra si era scordata di Belcolle, non l'aviva mai voluta pigliare in considerazione.
10 Nei giorni che vennero il maresciallo, a malgrado dei suoi quotidiani impegni, s'applicò alla promissa fatta a quel poviro omo dispirato. La prima cosa che fece fu di andare a trovare Gasparina, la soro di Ciccino, che stava assà in pena per il fratello. Gasparina gli disse che lei e Marta erano coetanee e amiche, che da picciotte passavano praticamente le giornate insieme e che si facivano le confidenze. Non potiva che confermare quello che quarant'anni avanti aviva ditto al fratello tornato dalla prigionia: Marta ne aviva avuti appresso di picciotti che avrebbero voluto farsi ziti con lei, ma lei non si era mai messa con nessuno, manco per scherzo o passatempo. Seria e riservata, non dava conto. E se avesse avuto una storia d'amore clandestina per gli altri del paìsi che ragione aviva per ammucciarla macari a lei, allora semplicemente sua amica del cuore e non ancora cognata? Mostrò la foto levata dal medaglione al professor Galluzzo che era un esperto di fotografia e aviva pubblicato un libro sulla storia di Belcolle.
11 Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare. Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino. Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei. Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all'estrema frontiera. Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.
12 Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un'esagerazione. Con l'andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e sì che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare. Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un'ottantina di leghe.
13 Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi. Allontanandoci sempre più dalla capitale, l'itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, l'intervallo fra un arrivo e l'altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia. Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – l'intervallo fra un arrivo e l'altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all'addiaccio da chi me le portava.
14 Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciulleza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l'aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, l'aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero. Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.
15 Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino, il messo partiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate. Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all'alba. Ripartirà per l'ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima.
16 Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera. Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro. Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende. Un'ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l'impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.
17 Ma non entrate, se siete di Manhattan, Kansas. Era una di quelle mattinate chiare, luminose, quasi estive, che abbiamo qui, in California, all'inizio della primavera, prima che comincino i nebbioni. Le piogge sono terminate. Le colline sono ancora verdi e dalla vallata che taglia le alture di Hollywood si vede la neve, sulle montagne. Le pelliccerie fanno pubblicita alle liquidazioni annuali. Le case d'appuntamento specializzate in vergini sedicenni fanno affari a rotta di collo. E a Beverly Hills gli alberi di jacaranda cominciano a fiorire. Facevo la posta al moscone iridato da cinque minuti, aspettando che si posasse. Ma lui non voleva posarsi. Voleva solo far picchiate e cabrate e cantare il prologo dei Pagliacci. Io mi ero preparato con la paletta in posizione, a mezz'aria. C'era una macchia viva di sole su un angolo della scrivania, e sapevo che, presto o tardi, sarebbe andato a finire in quel punto. Ma quando ci arrivo, sulle prime non lo vidi nemmeno. Il ronzio cesso, e lui era la.
18 Udii il battente richiudersi, Poi piu nulla. L'uscio tra la mia stanza e quell'altra era semiaperto. Ascoltai e venni alla conclusione che qualcuno aveva guardato dentro, si era accorto di aver sbagliato ufficio e se ne era andato senza entrare. Poi risono un toc toc soffocato sul legno. Segui la tossetta che si usa per il medesimo scopo. Tirai giu i piedi dalla scrivania, mi alzai e guardai fuori. La ragazza era la. Non fu necessario che aprisse bocca, per dirmi chi era. E nessuno aveva mai somigliato meno a Lady Macbeth. Era una ragazzetta linda, dall'aria piuttosto affettata, coi capelli castani, pudicamente lisci e un paio d'occhiali dalla montatura invisibile. Portava un abito a giacca marrone evidentemente comprato fatto, e da una cinghia sulla spalla le pendeva una di quelle goffe borse quadrate che fanno pensare a una Sorella della Carita che porta i primi soccorsi ai feriti. Sui capelli lisci, marrone, posava un cappellino che era stato strappato dalle mani della mamma in troppo tenera eta.
19 Tutto esaurito. Anche quello era la da molto tempo. Era sbiadito e pieno di macchie di mosche. La porta si apriva su un lungo vestibolo, in fondo al quale partiva una rampa di scale. Sulla destra c'era uno stretto scaffale con vicino una matita copiativa appesa al muro per una catenella. C'era il pulsante di un campanello e, sopra di esso, un cartellino giallo e nero che diceva: Direttore era attaccato con tre puntine da disegno scompagnate. Sul muro di fronte c'era un telefono a gettone. Premetti il pulsante. Il campanello suono, in un punto imprecisato, ma non accadde nulla. Suonai di nuovo. Di nuovo non accadde nulla. Avanzai lentamente verso una porta con un cartellino di metallo bianco e nero... Direttore. Bussai. Poi la presi a calci. Parve che nessuno se ne avesse a male, per le mie pedate. Tornai ad uscire e mi avviai verso il fianco della casa, dove un sentierino di cemento conduceva a un ingresso di servizio. Mi parve che fosse nel punto giusto, per esser quello dell'appartamento del direttore.
20 Mi passo davanti, senza rumore, e scese i gradini di legno del portico. I suoi passi risonarono lungo la strada, e pian piano si spensero. Somigliavano molto al ticchettio delle scarpine di Orfamay, lungo il corridoio del mio ufficio. E per qualche misteriosa ragione io provai un senso di vuoto, come se avessi calcolato male le briscole. Ma non c'era nessuna ragione. Nessuna. Forse era la durezza dell'omino. Niente gemiti, niente proteste. Solo quel sorriso, quel fischiettare fra i denti, la voce noncurante e gli occhi che non dimenticavano. Andai a raccogliere il coltello. La lama era lunga, rotonda e sottile, come una lima che fosse stata levigata. L'impugnatura e la guardia erano di materia plastica leggera, e parevano tutte d'un pezzo. Afferrai l'arma per l'impugnatura e assestai una rapida pugnalata al tavolo. La lama si stacco e rimase infissa nel legno, vibrando. Trassi un profondo respiro, infilai di nuovo il manico sul fittone di metallo e riuscii a scalzare la lama dal tavolo.
21 Apersi la porta che dava nell'interno della casa, e varcai la soglia, col coltello e la pistola in una mano sola. Mi trovai in un salotto con un letto a muro, e il letto era tirato giu e mezzo disfatto. C'era una poltrona imbottita con un buco bruciacchiato in un bracciolo. Una scrivania alta, di quercia, con gli sportelli obliqui come le porte d'una cantina all'antica, era appoggiata al muro, vicino alla finestra di strada. Poco distante c'era un divano e sul divano giaceva un uomo. I suoi piedi, avvolti in calzini grigi, pieni di protuberanze, sporgevano dall'orlo del sedile. La testa aveva mancato il cuscino di mezzo metro buono. Non era stata una gran perdita, a giudicare dal colore della federa. L'uomo portava una camicia senza colore e una giacca di maglia grigia, molto lisa. Aveva la bocca aperta, il viso lustro di sudore e respirava come una vecchia Ford col dotto della benzina guasto. Su un tavolo, al suo fianco, c'era un piatto pieno di mozziconi di sigaretta, alcuni dei quali avevano l'aria d'esser fatti a mano.
22 Meno di due minuti dopo George W. Hicks se ne ando per i fatti suoi. Se ne ando cosi quietamente che non l'avrei udito, se non fossi stato in ascolto aspettando appunto quello. Udii il lieve suono metallico della maniglia che girava. Poi qualche passo lento. Poi l'uscio che si chiudeva, molto delicatamente. I passi si allontanarono. Udii, a distanza, lo scricchiolio delle scale. Poi piu nulla. Aspettai il suono della porta di strada. Non venne. Uscii dal numero quindici e percorsi il vestibolo, diretto nuovamente alle scale. Dal piano inferiore venne il cigolio d'una porta che si apriva, con estrema prudenza. Guardai giu e vidi Hicks entrare nell'appartamento del direttore. L'uscio si richiuse alle sue spalle. Aspettai di udire delle voci. Niente. Mi strinsi nelle spalle e tornai alla camera quindici. Sul comodino c'era una piccola radio, di sotto al letto disfatto spuntava un paio di pantofole; un vecchio accappatoio era appeso all'avvolgibile verde, pieno di spiragli, per parare il riverbero del sole.
23 Esaminai tutto questo come se significasse qualcosa, poi uscii sul pianerottolo e richiusi la porta col passe partout. Dopo di che feci un altro pellegrinaggio alla camera quattordici. Ora la porta non era piu chiusa a chiave. Perquisii il locale con meticolosa attenzione e non trovai nulla che avesse a che vedere con Orrin P. Quest. Non m'aspettavo di trovarlo. Non vi era ragione perche dovessi trovarlo. Ma bisogna sempre guardare. Scesi a pianterreno, ascoltai dietro la porta del direttore e non udii nulla. Entrai e andai a deporre le chiavi sulla scrivania. Lester B. Clausen giaceva di fianco, sul divano, col viso rivolto al muro: morto per il mondo. Perquisii la scrivania, trovai un vecchio mastro che pareva riguardare gli affitti ricevuti e le spese fatte e nient'altro. Sfogliai di nuovo il registro degli ospiti. Non era aggiornato ma il tipo che dormiva sul divano bastava a spiegare questa negligenza. Orrin P. Quest se ne era andato. Un'altra persona aveva occupato la stanza registrata a nome di Hicks.
24 Una cosa che avrei dovuto fare prima. La pagina con la registrazione di Orrin P. Quest era stata strappata. Un tipo prudente, il signor George W. Hicks. Molto prudente. Chiusi il registro, lanciai un'altra occhiata a Lester B. Clausen, arricciai il naso all'aria viziata, all'odore dolciastro e nauseante del gin e di svariate altre cose, e mi avviai alla porta d'ingresso. Come vi giunsi mi venne improvvisamente un'idea. Un ubriaco del tipo di Clausen avrebbe dovuto russare molto forte. Avrebbe dovuto russare da spellarsi la laringe, con un bell'assortimento di grugniti, gorgoglii e sbuffamenti. Invece non emetteva alcun suono. Aveva una coperta marrone dell'esercito avvolta intorno alle spalle e alla parte inferiore del capo. Sembrava molto tranquillo, molto a suo agio. Gli andai vicino, e guardai giu. Qualcosa che non era una piega della stoffa, fatta a caso, gli rialzava la coperta sul collo. Scostai un lembo della stoffa. Un'impugnatura quadrata di legno giallo sporgeva dalla nuca di Lester B. Clausen.
25 Accennai di si e me ne andai. Capitano, i giorni cosi. Tutti quelli che si incontrano sono suonati. Finisce che ci si guarda nello specchio e ci si domanda... La camera trentadue era sul retro dell'edificio, vicino alla porta della scala di soccorso. Il corridoio che vi conduceva puzzava di tappeti vecchi, di olio da mobili e della tetra anonimita di mille vite meschine. Il secchiello di sabbia, sotto all'estintore era pieno di mozziconi di sigari e sigarette, una collezione che risaliva a parecchi giorni. Da uno sfiatatoio aperto veniva la musica assordante di una radio. Dietro un altro sfiatatoio alcune persone ridevano da farsi venire le convulsioni. In fondo, nelle vicinanze della camera trentadue tutto era tranquillo. Bussai: due colpi lunghi e due brevi, secondo le istruzioni. Non accadde nulla. Mi sentivo vecchio e sfinito. Mi sentivo come se avessi passato tutta la vita a bussare alle porte degli alberghi di quart'ordine, dove nessuno si prendeva il disturbo di aprire. Riprovai a bussare.
26 Il suo profumo era di una marca elegante: non forte, ma deciso. La rivoltella si scosto dal mio collo e, per un istante, una fiamma candida mi arse negli occhi. Emisi un gemito soffocato, caddi carponi e portai rapidamente le mani all'indietro. Le mie dita sfiorarono una gamba inguainata di nylon, ma scivolarono via subito, e mi parve un peccato. Al tatto la si sarebbe detta una bella gamba. Una seconda botta in testa cancello ogni piacere da questa esperienza ed io emisi il gemito rauco di un uomo in condizioni disperate. Mi afflosciai sul pavimento. La porta si aperse. Una chiave tintinno. La porta si chiuse. La chiave giro. Silenzio. Mi alzai e passai nello stanzino da bagno. Mi inumidii la nuca con un asciugamano intriso d'acqua fredda. Avevo l'impressione di esser stato colpito col tacco d'una scarpa. Certo non era stato il calcio di una rivoltella. Il taglio aveva sanguinato un poco, ma non gran che. Sciacquai l'asciugamano e rimasi impalato, a tastarmi l'escoriazione e a chiedermi come mai non avessi rincorso la ragazza urlando.
27 Ma piu che altro stavo fissando l'armadietto farmaceutico, sopra il lavabo. La parte superiore di un barattolo di talco era stata scalzata via. C'era talco su tutto il piano della mensola. Un tubo di dentifricio era stato sventrato. Qualcuno era andato in cerca di qualche cosa. Tornai nella piccola anticamera e mossi la maniglia della porta. Era chiusa a chiave, dall'esterno. Mi chinai e guardai dal buco della chiave. Era una serratura doppia, di quelle con la toppa esterna e quella interna a diversi livelli. La ragazza dagli occhiali scuri non era molto esperta, in fatto di alberghi. Girai lo scrocco per la notte, che apriva la serratura esterna, spalancai la porta, diedi un'occhiata al corridoio vuoto e tornai a chiudere. Poi mi diressi verso l'uomo sul letto. Non si era mosso, in tutto quel tempo, per una ragione piuttosto evidente. Al di la della piccola anticamera il locale si allargava, verso due finestre, dalle quali il sole entrava obliquo, come una lama che quasi tagliava il letto, e andava a posarsi subito sotto il collo del dormiente.
28 L'uomo giaceva placidamente quasi bocconi, con le mani lungo i fianchi, e senza scarpe. Aveva una guancia affondata nel cuscino e pareva riposare profondamente. Portava la parrucca. Quando l'avevo visto l'ultima volta si chiamava George W. Hicks. Ora era il dottor G. W. Hambleton. Le stesse iniziali. Non che la cosa avesse importanza, ormai. Non gli avrei parlato mai piu. Non c'era sangue. Nemmeno una goccia. E uno dei pochi lati simpatici di un lavoretto di scalpello eseguito da un professionista. Gli toccai il collo. Era ancora caldo. In quel momento lo spiraglio di sole lascio il manico dello scalpello, e si sposto nelle vicinanze dell'orecchio sinistro. Mi voltai a osservare la stanza. La scatola del telefono era stata aperta, e nessuno l'aveva piu richiusa. La Bibbia dell'albergo era finita in un angolo, la scrivania era stata perquisita. Andai all'armadio a muro e vi guardai dentro. Conteneva alcuni abiti e una valigia che avevo gia vista. Non trovai nulla che mi paresse importante.
29 Raccolsi un cappello floscio dal pavimento, lo deposi sulla scrivania e tornai nello stanzino da bagno. L'unico punto interessante consisteva nello scoprire se le persone che avevano pugnalato il dottor Hambleton avessero trovato quel che cercavano; avevano avuto ben poco tempo, a disposizione. Perquisii lo stanzino da bagno con molta cura. Tolsi il coperchio al serbatoio dell'acqua del gabinetto e vi guardai dentro. Non vidi nulla. Sbirciai giu, lungo il canale di scarico. Non c'era nessun filo con un oggetto minuscolo appeso in fondo. Perquisii il cassettone. Conteneva solo una vecchia busta. Sganciai gli scuri delle finestre e tastai per di sotto i davanzali. Raccolsi la Bibbia e la sfogliai di nuovo. Esaminai il retro dei quadri e studiai il bordo del tappeto. Era inchiodato al muro e c'erano delle coppette di polvere, nelle depressioni lasciate dai chiodi. Mi inginocchiai sul pavimento ed esaminai la parte di tappeto che passava sotto al letto. Era identica al resto. Montai in piedi su una sedia e guardai nella boccia del lampadario.
30 Era stato rifatto da una persona del mestiere e non era piu stato toccato. Tastai il cuscino, sotto la testa del morto, poi trassi un altro cuscino dall'armadio a muro ed esaminai le cuciture. Niente. La giacca del dottor Hambleton pendeva dallo schienale di una sedia. La perquisii, sapendo benissimo che era il posto meno probabile per trovarvi qualcosa. Qualcuno, con un coltello, si era dato da fare con la fodera e le imbottiture delle spalle. Nelle tasche c'erano fiammiferi, un paio di sigari, un paio di occhiali scuri, un fazzoletto da dozzina, pulito, un biglietto d'un cinema di Bay City, un pettinino e un pacchetto di sigarette nuovo. Lo guardai bene, alla luce. Non mostrava segni di manomissione. Lo manomisi io. Strappai l'involucro, lo feci passare tutto e non trovai che sigarette. Cosi restava solo il dottor Hambleton in persona. Gli passai le mani sopra e gli frugai nelle tasche dei calzoni. Qualche spicciolo, fiammiferi, un mazzo di chiavi, un volantino con gli orari degli autobus.
31 Presi il cappello del dottor Hambleton dalla scrivania ed esaminai la fascia interna e il nastro. Il nodo, era stato staccato con un temperino, e aveva lasciato una riga di fili penduli. Dentro non c'era niente. Non vidi segni di scuciture e ricuciture antecedenti. Questo era tutto. Se gli assassini sapevano quel che cercavano doveva trattarsi di una cosa che poteva essere contenuta in una scatola di telefono, in un tubo di dentifricio o nel nastro di un cappello. Tornai nello stanzino da bagno e mi esaminai di nuovo il taglio. Perdeva ancora un sottile filo di sangue. Applicai dell'altra acqua fredda, e mi asciugai con un po' di carta igienica, che dopo buttai nel gabinetto e feci sparire, tirando la catena. Poi passai in camera da letto e rimasi un lungo istante a fissare il dottor Hambleton, chiedendomi che errore poteva aver commesso. Mi era parso un individuo con la testa sul collo. Il sole si era spostato al capo estremo della stanza, ora, aveva lasciato il letto e si era rifugiato in un angolo triste e polveroso.
32 Appesi la cornetta, portai automaticamente la mano alla fessura e trovai un nichelino, dimenticato da chissa chi. Andai al bar, e col nichelino mi pagai una tazza di caffe. Rimasi seduto, a sorseggiarlo e ad ascoltare i clackson delle automobili, che si lagnavano nella via. Era l'ora di rincasare. Stridevano fischietti. Rombavano motori. Vecchi freni cigolavano. Sul marciapiedi risonava uno scalpiccio tetro, costante. Erano le cinque e mezzo, appena passate. Terminai il caffe, riempii la pipa e mi incamminai lentamente verso l'albergo Van Nuys, a mezzo isolato di distanza. Nella sala di scrittura infilai lo scontrino arancione del fotografo in una busta intestata dell'albergo e l'indirizzai a me stesso. Vi applicai un francobollo espresso e la lasciai cadere nella cassetta delle lettere, vicino agli ascensori. Poi tornai nell'ufficio di Flack. Di nuovo richiusi la porta, e di nuovo mi sedetti di fronte a lui. Pareva che Flack non si fosse mosso d'un centimetro. Masticava con aria assente lo stesso mozzicone di sigaro e i suoi occhi erano ancora pieni di nulla.
33 La casa albergo era in Doheny Drive, ai piedi della collina, sotto lo Strip. In realta si trattava di due edifici, collegati da un patio pieno di fiori, con una fontana nel mezzo, e una stanza costruita proprio sopra l'arco. Nel vestibolo di finto marmo c'erano le cassette delle lettere coi campanelli. Tre su sedici non portavano nome. I nomi che lessi non significavano niente, per me. Tentai la porta d'ingresso, e scopersi che non era chiusa a chiave, ma nonostante questo l'impresa richiedeva del lavoro supplementare. Fuori in strada c'erano due Cadillac, una Lincoln Continental e una Packard Clipper. Nessuna delle Cadillac aveva il numero giusto o la tinta giusta. Dall'altro lato della via un tale in calzoni alla cavallerizza era sdraiato in una Lancia molto bassa, e spenzolava le gambe oltre lo sportello. Fumava e guardava in su, verso le stelle pallide che hanno abbastanza buon senso da tenersi lontano da Hollywood. M'incamminai lungo la ripida collina, verso il boulevard, percorsi un isolato e mi chiusi in una cabina telefonica stradale che pareva un bagno turco.
34 Appesi il ricevitore e uscii, quasi a tentoni, nell'aria fresca. Scesi la collina. Il tizio in pantaloni alla cavallerizza era ancora adagiato nella Lancia ma una delle Cadillac se ne era andata e due Buick trasformabili si erano unite alla schiera. Premetti il campanello dell'appartamento quattordici e attraversai il patio, dove un caprifoglio cinese, color porpora, era illuminato da un riflettore. Un altro riflettore splendeva sull'ampia piscina ornamentale, piena di pingui pesci rossi e di silenziose ninfee. Accanto c'erano un paio di sedili di pietra e un'altalena da giardino. La casa non aveva un'aria particolarmente costosa, a parte il fatto che tutte le case erano costose, quell'anno. L'appartamento di Mavis Weld era al secondo piano, una delle due porte che si guardavano, al di la di un ampio vestibolo. Il campanello squillo, gentilmente, e una ragazza alta, in pantaloni da equitazione venne ad aprirmi. Dire che trasudava sex appeal e non dir nulla. I calzoni, come i suoi capelli, erano d'un nero carbone.
35 Niente e solitario, su quel percorso. I fanatici della velocita, sulle loro Ford ridotte all'essenziale schizzavano dentro e fuori dalle colonne del traffico, mancando i parafanghi altrui per frazioni di centimetro, ma, in un modo o nell'altro riuscendo sempre a mancarli. Uomini stanchi, in due posti o berline impolverate, strabuzzavano gli occhi e stringevano piu forte il volante mentre arrancavano, in direzione nord o in direzione est verso la casa, la cena, e una serata in compagnia della pagina sportiva dei giornali, e della radio che garriva, fra i piagnistei dei loro ragazzini viziati e le chiacchiere insulse delle loro stupide mogli. Oltrepassai le chiassose insegne al neon, e le facciate false, dietro di esse, le rosticcerie, fatte di sputo, che parevano palazzi, sotto le luci brillanti e colorate, i ristoranti circolari per automobilisti, gai come circhi equestri, con le servette vivaci, dagli occhi duri, i banchi luminosi e le cucine unte e sudaticce, che avrebbero avvelenato un rospo.
36 Grossi autocarri a rimorchio scendevano rombando da Wilmington e da San Pedro verso Sepulveda e tagliavano verso la Ridge Route, partendo dai semafori al "minimo", col ruggito dei leoni dello zoo. Dietro Encino, qualche rara luce ammiccava dalle colline, fra gli alberi folti. Le case delle dive del cinema. Dive del cinema: puah. Le veterane di migliaia di alcove. Piantala, Marlowe, non sei umano, questa sera. L'aria si fece piu fresca. Lo stradone si restrinse. Le macchine erano cosi rade, ora, che i fari abbagliavano fino a far male. Il pendio saliva fra contrafforti di argilla, e sulla vetta, una brezza che l'oceano non mitigava, danzava distrattamente nella notte. Mi fermai per la cena in un locale poco lontano da Thousand Oaks. Cattiva ma spiccia. Riempiteli e buttateli fuori. Affari vertiginosi. Non possiamo stare ad aspettare mentre indugiate sulla seconda tazza di caffe, signore. Lo spazio rende. Vedete quelle persone laggiu, dietro la corda? Vogliono mangiare. Credono di doverlo fare, se non altro.
37 Farebbero un pasto piu decente a casa, con un barattolo di roba in conserva. Ma sono irrequieti. Come voi. Devono per forza tirar fuori la macchina e andare da qualche parte. Son "polli" fin troppo facili da pelare per gli imbroglioni che han messo le mani sui ristoranti. Ecco che ci risiamo. Non sei umano questa sera, Marlowe. Pagai il conto e piu avanti mi fermai a un bar, per buttar giu un brandy, appoggiato a un bancone d'acciaio "Tipo New York". Perche poi New York, pensai: l'acciaio lo si lavora a Detroit. Uscii nell'aria della notte, sulla quale nessuno finora e riuscito a far valere un diritto di prelazione. Ma chissa quanti stan tentando l'impossibile. E un giorno o l'altro ci arriveranno. Giunsi fino all'interruzione di Oxnard, poi presi la via del ritorno, lungo l'oceano. Gli autotreni a otto e a sedici ruote correvano in processione verso nord, tutti costellati di fanalini arancione. Sulla destra, l'ampio, grasso, solido oceano Pacifico arrancava stancamente verso la spiaggia come una donna a ore che rincasa.
38 Niente luna, niente confusione, quasi nemmeno l'eco della marea. Nessun odore. Neanche l'aspro, selvatico odore del mare. Un oceano californiano. La California, lo stato grande magazzino. Quasi tutto di tutto e il meglio di niente. Ecco che ricominci. Non sei umano, questa sera, Marlowe. E va bene. Perche dovrei esserlo? Me ne sto in ufficio, a giocare con una mosca morta, ed ecco che mi compare una ragazzetta malmessa di Manhattan, Kansas, e mi induce ad accettare venti dollari lisi per trovarle il fratello. Lui ha tutta l'aria di un menagramo, ma lei lo vuol trovare. Cosi con quel gran patrimonio stretto al seno me ne vado fino a Bay City, e il lavoro che compio e un'ordinaria amministrazione cosi frusta e vieta che dormo in piedi. Faccio conoscenza di alcune amabili persone, con e senza scalpelli da ghiaccio nel collo. Poi me ne vado, ma resto con le spalle scoperte. Dopo torna la ragazza, mi porta via i venti dollari, mi da un bacio, e finisce col darmi indietro anche i quattrini, perche non ho compiuto un'intera giornata lavorativa.
39 Cosi vado a trovare il dottor Hambleton, ottico in ritiro (e come!) di El Centro, e m'imbatto in un altro esemplare di fermagli da colletto all'ultima moda. E non lo dico alla polizia. Mi limito a perquisire il parrucchino del morto e a inscenare una commedia. Perche? Per chi la rischio brutta, questa volta? Per una bionda con gli occhi invitanti e troppe chiavi del portello? Per una ragazza di Manhattan, Kansas? Non lo so. So solo che qualcosa non e come sembra, e l'istinto, vecchio stanco, ma sempre degno di fede, mi dice che se la mano la si gioca come son messe le carte, perde la posta la persona che non lo merita. E affar mio? Be', ma che cosa e affar mio? Lo so? L'ho mai saputo? Sorvoliamo, su questo punto. Non sei umano, questa sera, Marlowe. Forse non lo sono mai stato, e non lo saro mai. Forse sono un ectoplasma con una licenza d'investigatore privato. Forse diventiamo tutti cosi, in questo mondo freddo, illuminato solo a meta, dove accadono sempre le cose sbagliate, e mai quelle giuste. Malibu.
40 Altre dive del cinema. Altre vasche da bagno rosa e azzurre. Altri letti trapunti. Altro Chanel Numero Cinque. Altre Lincoln, Continental e Cadillac. Altre capigliature rigonfie, e occhiali neri, e pose e voci pseudo raffinate e moralita da taverna di porto. Ma no, un momento. Molte brave persone lavorano nel cinema. L'hai presa sbagliata, Marlowe, non sei umano, questa sera. Sentii l'odore di Los Angeles, prima d'arrivarci. Era l'odore vecchio e stantio d'un salotto buono che e rimasto chiuso per troppo tempo. Ma le luci colorate avrebbero ingannato chiunque. Le luci erano meravigliose. Dovrebbero fare un monumento all'uomo che ha inventato le luci al neon. Un monumento alto quindici piani, tutto di marmo. Perche, effettivamente e un ragazzo che ha creato qualcosa dal nulla. Cosi andai al cinema, e doveva proprio capitarmi un film con Mavis Weld. Uno di quei polpettoni con cristalli e cromature, dove tutti sorridevano troppo, parlavano troppo e lo sapevano. Le donne non facevano che salire lunghi scaloni ricurvi, per andare a cambiarsi d'abito.
41 Gli uomini non facevano che tirar fuori sigarette monogrammate da astucci di lusso e accendersele l'un l'altro con accendisigari di lusso. E la servitu si era fatta la gobba, a forza di portare vassoi di bibite lungo la terrazza fino a una piscina che aveva le dimensioni del lago Huron ma era molto piu pulita. Il primattore era un amabile guitto, carico d'un fascino che pian piano stava diventando rancido. La diva era una bruna arrogante, dagli occhi dispettosi che, in un paio di cattivi primi piani, mostrava i segni dei suoi sforzi erculei per tener lontana la cinquantina. Mavis Weld aveva il ruolo della seconda donna e lo sosteneva col silenziatore. Era brava, ma avrebbe potuto esserlo dieci volte di piu. Ma se fosse stata dieci volte piu brava meta delle sue scene sarebbe stata tagliata per proteggere la diva. Era un'impresa da equilibrista, la sua, una delle migliori cui avessi mai assistito. Ebbene, d'ora in avanti Mavis Weld non avrebbe piu fatto dell'equilibrismo su un cavo regolare.
42 Avevo una ragione, per tornare in ufficio. Un espresso che conteneva uno scontrino color arancio doveva esser gia arrivato a destinazione, ormai. La maggior parte delle finestre del palazzo erano buie, ma non tutte. In parecchi mestieri, oltre al mio, si lavora di notte. L'uomo dell'ascensore tiro fuori un "salve" dal fondo della gola, e mi porto al mio piano. Nel corridoio c'erano varie porte aperte, illuminate, dietro le quali le donne di servizio stavano ancora spazzando i detriti delle ore perdute. Voltai l'angolo, accompagnato dal ronzio bavoso d'un aspirapolvere entrai nell'ufficio buio e apersi le finestre. Rimasi seduto alla scrivania senza far nulla, senza nemmeno pensare. Niente espresso. Tutti i rumori del palazzo, all'infuori dell'aspirapolvere, parevan esser scesi fluttuando nella strada ed essersi persi nel volgere di innumerevoli ruote. Poi, in un punto imprecisato del vestibolo esterno un uomo comincio a fischiettare Lili Marlene, con eleganza e virtuosismo. Sapevo chi era.
43 Il guardiano notturno che controllava le porte degli uffici. Accesi la lampada da tavolo, e lui passo, senza controllare la mia. I suoi passi s'allontanarono, poi ritornarono con un suono diverso, piu strascicato. Trillo il campanello della sala d'aspetto, che era ancora aperta. Doveva essere l'espresso. Andai fuori a prenderlo. Solo che non era l'espresso. Un grassone in calzoni azzurro cielo stava chiudendo la porta con la magnifica flemma che solo i grassi riescono a raggiungere. Non era solo, ma al primo momento guardai solo lui. Era un uomo di proporzioni generose. Ne giovane ne bello. Pero aveva un'aria solida. Sopra ai pantaloni di gabardine portava una giacca da riposo a due colori, che sarebbe stata rivoltante su una zebra. Il colletto della camicia giallo canarino era tutto aperto, ma non poteva essere diversamente se doveva permettere a un collo di quelle dimensioni di spuntar fuori. L'uomo era a capo scoperto, e il suo grosso cranio era decorato con una ragionevole quantita di capelli color salmone pallido.
44 Nelle tarde ore di ieri una telefonata anonima ha fatto accorrere la polizia in uno stabile di Idaho Street, di fronte al magazzino di legname della Ditta Scamans e Jansing. Gli agenti trovavano la porta appena accostata, ed entrati nell'appartamento del direttore della pensione, Lester B. Clausen, di anni 45 lo rinvenivano morto sul divano. Clausen era stato pugnalato al collo con uno scalpello da ghiaccio tuttora infisso nella ferita. Dopo un breve esame preliminare il giudice istruttore Frank L. Crowdy annunciava che Clausen aveva ingerito una grande quantita di alcool ed era probabilmente fuori conoscenza al momento del decesso. La polizia non riscontrava alcun segno di lotta. Il tenente Moses Maglashan, della Squadra Investigativa assumeva immediatamente la direzione delle indagini e procedeva all'interrogatorio degli ospiti della pensione, man mano che tornavano dal lavoro. Fino a questo momento, pero, tali interrogatori non hanno gettato alcuna luce sulle circostanze del delitto.
45 Era un bel "servizio" e nominava il tenente Maglashan solo quattordici volte nel testo, e altre due volte nelle didascalie delle illustrazioni. C'era una foto del tenente a pagina tre, che reggeva uno scalpello da ghiaccio e lo contemplava, con profonda concentrazione, aggrottando le sopracciglia. C'era una foto del numero 449 di Idaho Street, che faceva piu che giustizia all'ambiente, e c'era la foto di un oggetto informe, coperto da un lenzuolo, accanto al tenente Maglashan che l'indicava, con piglio severo. C'era anche un primo piano del sindaco, piu direttoriale che mai, assiso alla sua scrivania, in municipio, nonche un'intervista con lui, sul tema dei delitti postbellici. Diceva esattamente quel che ci si aspetta di sentir dire da un sindaco... una parafrasi annacquata di J. Edgar Hoower, con una congrua aggiunta di errori di grammatica. Alle nove meno tre la porta di "Tutto per la Foto" si aperse e un vecchio negro comincio a spazzare il marciapiedi, gettando l'immondizia nel rigagnolo.
46 Alle nove precise un giovanotto occhialuto, dall'aria linda, sblocco la molla della serratura ed io entrai nel negozio, con lo scontrino arancione che il dottor G. W. Hambleton aveva incollato nella parrucca. Il giovanotto dall'aria linda mi lancio un'occhiata indagatrice, mentre scambiavo lo scontrino e un po' di danaro con una busta che conteneva una minuscola negativa e mezza dozzina di copie, ingrandite otto volte la negativa. Non disse una parola, ma ebbi l'impressione che ricordasse che non ero stato io a lasciare la negativa. Uscii, mi sedetti in automobile ed esaminai la mia preda. Le copie mostravano un uomo e una ragazza bionda seduti nel separe semicircolare d'un ristorante, con del cibo davanti. Guardavano in su, come se qualcosa avesse attratto improvvisamente la loro attenzione, e loro avessero avuto appena il tempo di reagire, prima che l'otturatore scattasse. Era chiaro, dalle ombre, che non era stato usato il flash. La ragazza era Mavis Weld. L'uomo era piuttosto piccolo, piuttosto bruno, piuttosto inespressivo.
47 Il divano di pelle era cosparso di minuscole figure di coppie che ballavano. Dunque si trattava del ristorante Alle Danze. Questo non faceva che accrescere la confusione. Un fotografo dilettante che avesse cercato di scattare istantanee in un locale di classe come quello senza il permesso della direzione sarebbe stato buttato fuori con una tale violenza che avrebbe continuato a rimbalzare fino a Hollywood. Immaginai che la foto fosse stata presa a macchina nascosta, con un trucco come quello che era servito per ritrarre Ruth Snyder sulla sedia elettrica. L'operatore doveva aver avuto una macchinetta fotografica appesa al collo, sotto la giacca con l'obiettivo che spuntava appena fra le falde e doveva aver manovrato l'otturatore con una peretta da una tasca. Non mi fu troppo difficile indovinare chi avesse preso l'istantanea. Il signor Orrin P. Quest doveva essersi mosso con molta grazia e velocita, per essere uscito da quel ristorante con la faccia ancora nella parte anteriore della testa.
48 Il salone all'ultimo piano, che aveva un'intera parete di vetro era riparato da un tendone. Passai oltre, imboccai la curva dello Strip, e andai a fermarmi di fronte a un edificio a due piani, di mattoni rosa carico, con delle piccole finestre veranda a vetri bianchi impiombati e un portico greco, davanti alla porta d'ingresso, nonche un arnese che, dall'altro lato della strada mi parve un antico pomolo da porta in peltro. Sopra l'uscio c'era uno sfiatatoio a mezzaluna, col nome Sheridan Ballou e Soci, in lettere nere di legno, severamente stilizzate. Chiusi la macchina e mi diressi alla porta principale. Era alta, bianca, larga e aveva una toppa che avrebbe lasciato passare un topo. Dentro c'era la vera serratura. Cercai il batacchio; ma avevano pensato anche a quello. Era tutto d'un pezzo e non bussava affatto. Era solo un ornamento. Quindi diedi una pacca a una colonna bianca, esile, molto rastremata, ed entrai direttamente nella sala d'aspetto che teneva tutta la parte verso strada dell'edificio.
49 Percorremmo il corridoio, attraversammo una doppia porta e arrivammo in un'anticamera con due segretarie. Di li raggiungemmo un'altra doppia porta, di grosso cristallo nero, con due pavoni d'argento incisi nei pannelli. Mentre ci avvicinavamo i battenti si apersero da soli. Scendemmo tre gradini coperti da un tappeto e arrivammo in un ufficio che conteneva tutto, all'infuori di una piscina. Era alto due piani, e circondato da una balconata carica di scaffali di libri. C'era uno Steinway da concerto, in un angolo, una quantita di mobili di cristallo e legno decolorato dappertutto, una scrivania che aveva le dimensioni di uno sferisterio, e sedie, divani, tavolini e un uomo, adagiato su uno dei divani, in maniche di camicia, con una cravatta all'ultima moda, di seta cosi morbida che la si sarebbe potuta ritrovare al buio solo ascoltandola far le fusa. L'uomo aveva un panno bianco sulla fronte e sugli occhi e una bionda snella come un salice stava strizzando un altro panno in una boccia d'argento, piena d'acqua diaccia, posata su un tavolino accanto al divano.
50 Mi diressi a una porta verde oliva completamente sprovvista di maniglie. Quando le fui vicino la porta emise una specie di ronzio e mi permise di aprire il battente con una spinta. Al di la c'era un corridoio verde oliva, coi muri nudi e un'altra porta in fondo. Una trappola da topi. Se entravate in quel corridoio e qualcosa non andava facevano ancora in tempo a fermarvi. L'uscio di fondo emise lo stesso ronzio e lo stesso scatto. Mi domandai come facesse, il poliziotto, a sapere che ero arrivato a destinazione. Cosi alzai lo sguardo, e vidi i suoi occhi che mi fissavano da uno specchio inclinato. Come toccai il battente lo specchio si oscuro. Pensavano proprio a tutto. Fuori, nel sole ardente di mezzogiorno i fiori spiccavano in maniera aggressiva nel piccolo patio dai vialetti di mattoni, con uno stagno e una panchina di marmo nel mezzo. La fontanella era vicino alla panca di marmo. Un uomo anziano, superbamente abbigliato, riposava placido sul sedile di marmo e osservava tre boxers fulvi che sterravano delle begonie color te.
51 Una bandierina meccanica rossa oscillava in mezzo alla via, sulla porta contrassegnata col numero dodici c'era una fanale rosso acceso, e, sopra di esso, un campanello squillava ininterrottamente. Wilson si fermo accanto alla porta. Un altro agente, seduto su una sedia inclinata contro il muro lo saluto con un cenno e mi guardo da capo a piedi, con quell'espressione grigia, morta, che si forma sui poliziotti come la melma sull'acqua di un serbatoio. Il campanello e la bandierina smisero di funzionare e il fanale rosso si spense. Wilson spinse una grossa porta ed io passai, prima di lui. Nell'interno c'era un altro uscio. Varcammo anche quello, e dopo la luce del sole mi parve di essere piombato nell'oscurita piu completa. Poi notai una concentrazione di luci nell'angolo piu lontano. Il resto dell'enorme teatro pareva completamente vuoto. Ci dirigemmo verso le luci dei riflettori. Man mano che ci avvicinavamo il pavimento era sempre piu ingombro di grossi cavi neri. Incontrammo una fila di sedie pieghevoli e un gruppo di camerini mobili, coi nomi sulle porte.
52 Stavano giusto terminando un funerale, alla Casa della Pace. Un grande carro funebre grigio aspettava alla porta di fianco. Vi erano varie automobili, allineate ai lati della strada, e tre grandi berline nere di fronte alla palazzina del dottor Vincent Lagardie. Un gruppo di persone compunte scendeva lungo il viale della cappella funeraria, e montava sulle automobili. Mi fermai a mezzo isolato di distanza e aspettai. Per ultime uscirono tre persone con una donna velatissima, tutta in nero, e la condussero, quasi portandola, a una grande limousine. L'impresario di pompe funebri fluttuava in giro, facendo tanti piccoli gesti, con le mani e col corpo, gesti graziosi, come un finale di Chopin. Il suo viso grigio e composto era cosi lungo che avrebbe potuto avvolgerselo un paio di volte attorno al collo. I necrofori dilettanti portarono il feretro fuori dalla porta laterale e quelli professionisti li liberarono dal carico e lo fecero scivolare elegantemente nel carro funebre, come se non pesasse piu d'un piatto di frittelle.
53 I fiori cominciarono ad ammonticchiarsi sopra la cassa. Le portiere di vetro si chiusero e i motori si avviarono, lungo tutto l'isolato. Pochi minuti dopo non restava piu nulla, all'infuori di una berlina, all'altro capo della via e dell'impresario di pompe funebri che si era soffermato ad annusare un cespuglio di rose prima di rientrare a contare il malloppo. Poi, con un sorriso radioso, svani oltre l'elegante porta in stile coloniale e il mondo fu di nuovo immobile e vuoto. La berlina rimasta non si era mossa. Percorsi un tratto di strada, feci una svolta ad U e andai a fermarmi dietro la berlina. Il guidatore portava un abito blu e un berretto molle, con la visiera lucida. Stava facendo il gioco di parole incrociate del giornale del mattino. Inforcai un paio di occhiali da sole di specchio trasparente e gli passai accanto molto adagio, diretto alla casa del dottor Lagardie. L'autista non alzo gli occhi. Quando mi fui allontanato di alcuni metri mi tolsi gli occhiali e finsi di pulirli col fazzoletto.
54 Cercai di alzarmi dal pavimento. Dovreste provarvi, qualche volta. Ma prima dite a qualcuno di inchiodare il pavimento. Quello dov'ero io faceva il giro della morte. Dopo un certo tempo si calmo un poco. Si stabilizzo a un angolo di quarantacinque gradi. Mi rimisi in sesto e cercai di andare in qualche posto. All'orizzonte c'era una cosa che poteva essere la tomba di Napoleone. Era una meta possibile. Mi avviai da quella parte. Il cuore mi batteva forte, e in fretta, e faticavo a far funzionare i polmoni. Come quando si "scoppia" giocando al calcio. Si pensa che il fiato non tornera mai piu. Mai, mai mai piu. Poi non era piu la tomba di Napoleone. Era una zattera in balia delle onde. C'era un uomo, sopra. Una cara persona. Eravamo andati cosi bene d'accordo. Mi incamminai verso di lui, e urtai una parete con la spalla. Questo mi fece girare su me stesso. Cercai di afferrare qualcosa per sostenermi. Non c'era nulla all'infuori del tappeto. Come mai ero arrivato laggiu? Inutile chiederlo.
55 Sono due parole molto lunghe, da rimuginare mentre si sta strisciando in un tunnel. Niente di fatale, aveva detto lui. D'accordo. Si fa per ridere. E quel che si puo definire: semi fatale. Philip Marlowe, di anni trentotto, investigatore privato di dubbia reputazione e stato arrestato dalla polizia, la notte scorsa mentre stava strisciando attraverso La Grande Grondaia Interplanetaria con un piano a coda sulla schiena. Interrogato al posto di polizia delle Alture Universitarie, Marlowe ha dichiarato che stava portando il piano al Maragia di Cucii Berar. Richiesto del perche portasse speroni Marlowe ha dichiarato che le confidenze del cliente sono sacre. Marlowe e trattenuto in stato di fermo per ulteriori indagini. Il Capo Cornosecco ha annunziato che la polizia non era ancora disposta a dare altri particolari. Ai giornalisti che gli chiedevano se il piano fosse accordato il Capo Cornosecco ha risposto che vi aveva suonato sopra il Valzer del Minuto in trentacinque secondi; per quanto gli constava la cassa armonica non conteneva corde.
56 Un enorme gorilla nero, mi aveva piantato in faccia una enorme zampa nera e spingeva, cercando di prendermi la nuca. Io spinsi in direzione opposta. Sostenere il lato piu debole di una questione e sempre stata la mia specialita. Poi mi accorsi che il gorilla stava cercando di impedirmi di aprire gli occhi. Decisi di aprirli ugualmente. Altri l'avevano fatto. Perche non io? Raccolsi tutte le mie forze e con estrema lentezza, irrigidendo la spina dorsale, flettendo le ginocchia, usando le braccia come gomene sollevai il peso mortale delle mie palpebre. Guardavo il soffitto, mentre giacevo supino sul pavimento, una posizione in cui mi ero trovato altre volte, per motivi professionali. Voltai il capo. Mi sentivo i polmoni rigidi, la bocca secca. La stanza era solo lo studio del dottor Lagardie. La stessa poltrona, la stessa scrivania, le stesse pareti, le stesse finestre. Lo stesso silenzio claustrale gravava nell'aria. Mi rizzai su un fianco, mi tenni saldo al pavimento e scossi il capo. Il pavimento parti in vite piatta.
57 Sbattei le palpebre. Stesso pavimento, stessa scrivania, stesse pareti. Ma niente dottor Lagardie. Mi umettai le labbra ed emisi una specie di suono, molto vago, al quale nessuno bado. Poi mi tirai in piedi. Ero stordito come un derviscio, debole come una lavandaia stanca, depresso come il fondo d'una marcita, timido come un scricciolo e destinato a riuscire come un danzatore classico con una gamba di legno. Mi trascinai, quasi a tastoni, dietro la scrivania del dottor Lagardie e cominciai a pasticciare nervosamente nel suo armamentario, alla ricerca di una bottiglia di fertilizzante liquido. Niente da fare. Mi alzai di nuovo. Il peso del mio corpo era tremendo da sollevare, come un elefante morto. Mi aggirai per la stanza, barcollando, guardando dentro agli armadietti lustri di smalto bianco che contenevano tutte le cose di cui altri avevano bisogno urgente. Finalmente, dopo quelli che mi parvero quattro anni di lavori forzati, la mia mano si chiuse intorno a un mezzo litro di alcool etilico.
58 Puntai verso la porta, diretto all'ambulatorio. L'aria aveva ancora l'aroma delle pesche troppo mature. Urtai contro i due stipiti della porta, mentre l'attraversavo, e mi fermai, per prendere di nuovo la mira. In quel momento mi accorsi che dei passi si avvicinavano, lungo il corridoio. Mi appoggiai esausto al muro e rimasi in ascolto. Passi lenti, strascicati, con una lunga pausa, tra l'uno e l'altro. Sulle prime mi parvero furtivi. Poi mi parvero solo molto, molto stanchi. Un vecchio che cerca di arrivare, per l'ultima volta, alla sua poltrona. Cosi eravamo in due. E in quel momento, senza nessuna ragione al mondo, pensai al padre di Orfamay Quest, sotto il portico della sua casa, a Manhattan, Kansas, che si dirigeva quietamente alla sedia a dondolo, con la pipa fredda in mano, per guardar fuori, sul prato, e farsi una bella fumatina economica, senza tabacco ne fiammiferi e senza sporcare il tappeto del salotto buono. Gli sistemai la sedia. All'ombra, in fondo al portico, dove le belle di notte erano piu folte.
59 Poi l'aiutai a sedersi. Lui guardo su, e mi ringrazio, con la parte non paralizzata del viso. Le sue unghie graffiarono i braccioli della sedia, mentre si appoggiava allo schienale. Le unghie graffiavano, ma non i braccioli d'una sedia. Era un suono reale. Era vicino, sull'uscio chiuso che portava dall'ambulatorio al corridoio. Era un graffiare mite, sommesso, come d'un gattino, molto piccolo, che volesse entrare. Ma si, Marlowe, tu hai sempre voluto bene, agli animali. Va' alla porta e lascia entrare il micio. Mi avviai. Ce la feci, coll'aiuto del lettino da visite, il grazioso lettino con tanto di anellini a un capo, e i bei lenzuoletti puliti. Il fruscio era cessato. Povero micino piccino chiuso fuori e che vuol entrare. Una lacrima mi si formo negli occhi, e corse giu, lungo le guance segnate. Mi staccai dal lettino e feci quattro metri buoni senza inciampi, fino alla porta. Il cuore mi batteva a martello. E i polmoni avevano ancora l'aria d'esser rimasti in magazzino per un paio d'anni.
60 Trassi un profondo sospiro, afferrai la maniglia e la girai. Proprio all'ultimo minuto mi venne in mente di tirar fuori la pistola. Mi venne in mente, ma non andai piu in la. Io sono un tipo che ci tiene a portare le idee sotto la luce e esaminarle ben bene, prima di accettarle. Mi parve un'impresa troppo complicata. Preferii girare la maniglia e spalancare il battente. Il ragazzo era aggrappato allo stipite con quattro dita, ad artiglio. Quattro dita di cera bianca. Aveva gli occhi incredibilmente fondi e sbarrati, d'un grigio azzurro pallido. Gli occhi mi guardarono, e non mi videro. I nostri visi erano a pochi centimetri di distanza. I nostri fiati si incontrarono, a mezz'aria. Il mio era affrettato, aspro, il suo era un mormorio lontano, che non ha ancora cominciato a perder colpi. Dalla bocca gli usciva sangue, a bollicine, e correva giu lungo il mento. Qualcosa mi fece abbassare lo sguardo. Il sangue gli colava lentamente, lungo una gamba dei calzoni, sopra una scarpa, e dalla scarpa fluiva sul pavimento, senza fretta.
61 Ce n'era gia una piccola pozza. Non riuscivo a vedere dov'erano entrati i proiettili. Il ragazzo batteva i denti, come se stesse per parlare, o cercasse di parlare. Ma fu l'unico suono che venne da lui. Aveva smesso di respirare. La mascella gli si allento. Poi comincio il rantolo. E non e affatto un rantolo, naturalmente. Non somiglia neppure lontanamente a un rantolo. I suoi tacchi di gomma stridettero sul linoleum, fra il tappeto e la soglia. Le dita bianche scivolarono via dallo stipite. Il corpo comincio a ripiegarsi sulle gambe. Le gambe rifiutarono di sostenerlo. Si apersero a forbice. Il torso giro, a mezz'aria, come quello d'un nuotatore in un'onda. Poi il ragazzo mi si balzo addosso. Nello stesso istante l'altro braccio, quello che non era mai stato in vista, si alzo sopra la testa e piombo avanti, in una contrazione galvanica, dietro la quale pareva non esservi alcuna carica vitale. Un'ape mi punse, fra le scapole. Qualcosa, oltre la bottiglia d'alcool che avevo tenuto in mano fino a quel momento cadde al suolo e rotolo con un rumore secco contro la parete.
62 Strinsi i denti, mi piantai a gambe larghe e afferrai il ragazzo sotto le ascelle. Pesava come cinque uomini. Feci un passo indietro e cercai di reggerlo. Era come tentar di sollevare l'estremita di un albero abbattuto. Caddi col mio carico. La testa del ragazzo rimbalzo sul pavimento. Non potei farci nulla. Non era presente abbastanza parte di me, per impedirlo. Lo adagiai meglio, e mi scostai da lui. Poi mi inginocchiai ad ascoltare. Il rantolo cesso. Vi fu un lungo silenzio. Poi un sospiro soffocato, molto quieto, indolente, senza premura. Un altro silenzio. Poi un altro sospiro, ancora piu lento, languido e sereno, come il vento d'estate che passa tra gli inchini delle rose. Qualcosa accadde, al suo viso e dietro il suo viso, la cosa indefinibile che invariabilmente accade nell'attimo, sempre meraviglioso e inscrutabile, in cui tutto si appiana, e l'uomo recede, negli anni, fino all'eta dell'innocenza. Sul viso c'era ora un'ombra segreta di divertimento, gli angoli della bocca erano piegati all'insu, un'espressione quasi da monello.
63 E tutto questo era molto stupido, perche io sapevo anche troppo bene che Orrin P. Quest non era mai stato un ragazzo cosi. In lontananza ululo una sirena. Rimasi in ginocchio, ad ascoltare. La sirena ululo ancora, e se ne ando. Mi alzai e mi accostai alla finestra laterale, a guardar fuori. Davanti alla "Casa della Pace" si stava formando un altro funerale. La strada era di nuovo affollata di macchine. Varie persone risalivano lentamente il viale, tra i cespi di rose. Avanzavano adagio; gli uomini col cappello in mano molto prima di arrivare al minuscolo portico in stile coloniale. Lasciai ricadere la tendina, andai a raccogliere la bottiglia di alcool etilico, la ripulii col fazzoletto e la misi da parte. L'alcool non mi interessava piu ora. Mi chinai di nuovo, e la puntura d'ape, tra le scapole mi ricordo che c'era qualcos'altro da raccogliere. Un oggetto con un'impugnatura cilindrica di legno bianco giaceva contro il bordo della parete. Uno scalpello da ghiaccio con la lama accorciata, lunga non piu di sei centimetri.
64 Lo tenni in controluce e osservai la punta, acuminata come un ago. Forse c'era una macchiolina del mio sangue, su quella punta. Vi passai sopra un dito, gentilmente. Niente sangue. La punta era, molto pungente. Lavorai ancora un po' di fazzoletto, poi mi chinai e deposi lo scalpello sul palmo della mano destra del ragazzo, bianca e cerea contro la lana scura e opaca del tappeto. Ma aveva un'aria voluta, fittizia. Scossi il braccio quanto bastava per far rotolare lo scalpello giu dalla mano, sul pavimento. Pensai di perquisire le tasche, ma qualcuno che aveva meno scrupoli di me doveva averlo gia fatto. Preso da un panico improvviso perquisii le mie tasche, invece. Non mancava nulla. Anche la Luger, sotto il braccio, mi era stata lasciata. La trassi dalla fondina e la fiutai. Non aveva sparato. Una cosa che avrei dovuto sapere senza guardare. Non si va molto in giro, quando si e stati colpiti da una Luger. Scavalcai la pozzanghera rosso cupa sulla soglia e guardai nel vestibolo. La casa era ancora muta, in attesa.
65 Le tracce di sangue mi condussero, dall'altro capo del corridoio, a una specie di salottino maschile. C'erano un divano, una scrivania, vari libri e giornali di medicina, un portacenere con alcuni grossi mozziconi ovali. Un luccichio metallico, accanto a una gamba del divano, si rivelo per un bossolo d'automatica, calibro trentadue. Ne trovai un altro sotto la scrivania. Li raccolsi e me li ficcai in tasca. Salii al primo piano. C'erano due camere da letto, entrambe in uso: da una eran stati portati via tutti gli indumenti, con molta cura. In un portacenere trovai altri mozziconi ovali del dottor Lagardie. La seconda camera conteneva il magro guardaroba di Orrin Quest: il completo di ricambio e un soprabito appesi ordinatamente nell'armadio a muro; le camicie, i calzini e l'altra biancheria riposti, con altrettanto ordine, nei tiretti di un cassettone. Sotto le camicie, trovai una Leica, con un obiettivo F. 2. Lasciai tutto come stava e tornai a pianterreno, nella stanza dove giaceva il morto, indifferente a queste quisquilie.
66 Ripulii qualche altra maniglia, per puro scrupolo, esitai, davanti al telefono della sala d'aspetto e finii col non toccarlo. Il fatto ch'io fossi ancora in circolazione indicava, con notevole chiarezza, che il dottor Lagardie non aveva ucciso nessuno. Alcune persone stavano ancora dirigendosi verso il portico assurdamente piccolo della cappella funeraria, all'altro lato della strada. Nell'interno un organo gemeva. Girai intorno all'angolo della casa, montai in macchina e partii. Guidai lentamente, respirando con tutta la capacita dei miei polmoni, ma, a quanto pareva, non riuscivo a immagazzinare abbastanza ossigeno. Bay City termina a circa sei chilometri dall'oceano. Mi fermai all'ultimo bar. Era giunta l'ora di fare un'altra delle mie telefonatine anonime. Venite a prendervi il cadavere, ragazzi. Chi sono? Sono un giovanotto fortunato, che continua a trovar morti al posto vostro. E sono modesto, anche. Non voglio nemmeno che si faccia il mio nome. Guardai nell'interno del bar farmacia, attraverso la vetrina.
67 Mi fermai sulla porta dell'ufficio con la chiave in mano. Poi avanzai lentamente, verso l'altra porta, quella che non e mai chiusa a chiave e rimasi immobile, in ascolto. Forse lei era gia la, ad aspettarmi, con gli occhi lustri dietro le lenti oblique, e la piccola bocca umida che voleva essere baciata. Avrei dovuto dirle delle cose dure, piu dure di quanto avesse mai sognato, e poi, dopo un certo tempo lei se ne sarebbe andata e non l'avrei piu rivista. Non udii nulla. Tornai sui miei passi, aprii, raccolsi la posta e la portai alla scrivania. Non c'era nulla che mi facesse sentire piu grande e piu bello. La piantai dov'era, e andai a girare la chiave nella serratura dell'altro uscio. Dopo un lungo istante aprii e guardai fuori. Vuoto e silenzio. Ai miei piedi giaceva un pezzo di carta ripiegato. L'avevano fatto passare sotto la porta. Lo raccolsi e lo spiegai. Vi prego di telefonarmi immediatamente in albergo. E urgentissimo. Devo vedervi. Era firmato D. Chiamai il numero del Chateau Bercy e chiesi della signorina Gonzales.
68 Il tempo passava, ed io rimanevo seduto, curvo sulla scrivania, a fissare l'intonaco giallo senape della parete di fronte, e vedendovi sopra la figura indistinta di un ragazzo morente, con uno scalpello da ghiaccio in mano e sentendo la punta della sua arma bruciarmi tra le scapole. E magnifico, quello che Hollywood sa fare d'una nullita. Fa una radiosa immagine di bellezza femminile di una donnetta trasandata che dovrebbe starsene a stirare le camicie di un camionista; fa un campione di virilita, dagli occhi splendenti e dal sorriso luminoso, traboccante di sex appeal, di un ragazzotto troppo cresciuto che era destinato ad andarsene al lavoro col calderino della colazione. Di una chellerina del Texas, dotata della profondita culturale d'una protagonista di fumetti umoristici fa una cortigiana internazionale, sposata sei volte con sei milionari e tanto decadente e blase che la sua idea di un brivido consiste nel sedurre il facchino che le trasporta i mobili con la cannottiera intrisa di sudore.
69 Poi mi misi il cappello e chiusi le finestra. Non c'era nulla da aspettare. Guardai la punta verde della lancetta dei secondi, sul mio orologio. Mancava ancora molto, alle cinque. La lancetta percorreva il quadrante, senza sosta, come un commesso viaggiatore che va di casa in casa. Le sfere delle ore segnavano le quattro e dieci. Avrebbe gia dovuto chiamare, la ragazzina. Levai la giacca, mi sfilai la fondina a tracolla e la chiusi a chiave nel cassetto della scrivania, insieme alla Luger. I poliziotti non ci tengono che giriate armato nelle loro acque territoriali. Anche se avete il diritto di farlo. A loro piace che vi presentiate, tutto umile, come si conviene, col cappello in mano, la voce educata e sommessa e gli occhi pieni di nulla. Guardai di nuovo l'orologio. Rimasi in ascolto. Il palazzo pareva molto tranquillo quel pomeriggio. Di li a poco sarebbe stato silenzioso del tutto e allora la madonna dallo strofinaccio grigio sarebbe arrivata lungo il corridoio, strascicando i piedi e tentando le maniglie.
70 A una estremita del tavolo, appoggiato all'indietro su una sedia a braccioli, in bilico sulle gambe posteriori c'era un uomo grande e grosso. Il suo viso aveva, per me, la familiarita di un'immagine che si e gia vista in bianco e nero, nei cliche dei giornali. Aveva una mascella che pareva la panchina d'un parco. Stringeva fra i denti l'estremita di una grossa matita di legno e aveva l'aria d'essere vivo e di respirare ma, a parte questo, si limitava a starsene seduto. All'altra estremita del tavolo c'erano una finestra e due scrivanie dalla chiusura a saracinesca. Una delle due scrivanie era appoggiata contro la finestra. Accanto ad essa una donna coi capelli color arancio stava trascrivendo un rapporto a macchina su un tavolino. Dietro l'altra scrivania, che era posta perpendicolarmente, rispetto alla finestra, era seduto Christy French, su una sedia girevole coi piedi su un angolo dello scrittoio. Stava guardando fuori dalla finestra, che era aperta e offriva la meravigliosa visione del parcheggio della polizia e del retro d'un cartellone pubblicitario.
71 E l'acqua era torbida e buia, e in bocca avevo il sapore del sale. I due rimasero seduti, e ricambiarono il mio sguardo. La dama arancione continuava a pestare sulla macchina. I discorsi dei poliziotti non erano piu un divertimento, per lei, come le gambe delle donne per il direttore d'un corpo di ballo. Beifus e French avevano i visi tranquilli e segnati degli uomini sani in condizioni disagiate. Avevano gli occhi di tutti i poliziotti: grigi annebbiati e opachi come l'acqua che sta ghiacciando. La bocca ferma, decisa, le piccole righe dure, agli angoli degli occhi, lo sguardo vuoto pietrigno, senza significato, non del tutto crudele ma ben lungi dall'essere umano. Gli abiti insignificanti comprati fatti, portati senza stile, con una specie di disprezzo; l'espressione di chi e povero, ma orgoglioso del proprio potere, e cerca sempre l'occasione di farlo sentire, e ve lo pianta dentro, come un coltello, e lo rigira, e sorride quando vi contorcete. Senza scrupoli ma senza malizia, crudeli eppure non sempre privi di gentilezza.
72 Di nuovo il mio ufficio era vuoto. Niente brune dalle gambe voluttuose, niente ragazzine dagli occhiali obliqui, niente uomini bruni dagli occhi da sicario. Mi sedetti alla scrivania e guardai la luce morire. I rumori della folla che rincasava si erano spenti. Fuori le insegne al neon cominciavano a guardarsi con odio, ai due lati del boulevard. C'era qualcosa da fare, ma non sapevo che cosa. Fosse quel che fosse non sarebbe servito a niente. Feci ordine sulla scrivania, ascoltando lo stridio d'un secchio sulle piastrelle del corridoio. Riposi le mie carte in un cassetto, raddrizzai il portapenne, tirai fuori uno straccio e spolverai il piano di vetro e il telefono. Era nero e brillante, nella luce che svaniva. Non avrebbe suonato quella sera. Nessuno mi avrebbe chiamato. Non ora, non questa volta. Forse mai piu. Riposi lo straccio, piegato, con la polvere dentro, mi appoggiai all'indietro e rimasi seduto, senza fumare, senza nemmeno pensare. Ero un uomo vuoto, negativo. Non avevo viso, ne significato ne personalita.
73 Adesso abbiamo elementi come Steelgrave che possiedono i ristoranti. Abbiamo tipi come il grassone che mi ha urlato dietro poco fa. C'e il danaro che corre a fiumi, e ci sono imbroglioni, sicari, sfruttatori di donne, e gangsters di secondo piano, immigrati da New York, da Chicago, da Detroit... da Cleveland. Ci sono i ritrovi di lusso, i locali notturni che questi gangsters dirigono, gli hotels e le case albergo che possiedono, e i ladri, gli imbroglioni, e le donne bandito che vi abitano. Abbiamo le industrie di lusso. Gli invertiti decoratori d'interni, le lesbiche figuriniste di moda; tutte le scorie di una grande citta senza cuore, che ha meno personalita d'un bicchiere di carta. E nei quartieri suburbani il caro, vecchio papa in ciabatte legge la pagina sportiva dei quotidiani davanti a una finestra ornamentale, e pensa che lui e un uomo altolocato perche ha un garage con tre macchine. Mamma, davanti alla toilette a tre specchi cerca di cancellarsi le borse sotto agli occhi a forza di cosmetici.
74 L'automobile giro a sinistra nella strada privata, e scomparve dietro una macchia d'oleandri. La luce dei fari guizzo tra gli alberi e spari e il rombo del motore si confuse col gracidio strascicato e lamentoso delle raganelle. Poi anche quello cesso e per un momento non vi fu alcun suono. E nessuna luce, eccetto la vecchia luna stanca. Tirai fuori il caricatore dalla rivoltella. Conteneva sette proiettili. Un altro era in canna. Due di meno della carica completa. Fiutai la canna. Aveva sparato, dopo l'ultima volta che l'avevano pulita. Aveva sparato due volte, forse. Tornai a infilare il caricatore al suo posto e tenni la rivoltella sulla palma della mano aperta. Impugnatura di osso bianco. Calibro trentadue. Orrin Quest era stato colpito due volte. I due bossoli che avevo raccolto dal pavimento di quella stanza erano calibro trentadue. E il giorno prima, nel pomeriggio, nella camera trentadue dell'albergo Van Nuys una ragazza bionda con un asciugamani davanti al viso mi aveva puntato contro un'automatica calibro trentadue con l'impugnatura di osso bianco.
75 Mi avvicinai al garage in punta di piedi e cercai di aprire una delle due grandi porte. Non c'erano maniglie, e percio dovevano essere manovrate da un interruttore. Feci scorrere il raggio della mia minuscola pila a matita lungo lo stipite ma non incontrai l'ombra di un interruttore. Abbandonai la rimessa e mi avvicinai ai bidoni dei rifiuti. Alcuni gradini di legno portavano alla porta di servizio. Non credevo che la porta sarebbe stata aperta, proprio per far comodo a me. Sotto il portico c'era un altro uscio. Questo era effettivamente aperto e dava sul buio e sul profumo del legno fresco d'eucalipto. Chiusi il battente alle mie spalle e accesi di nuovo la pila. In un angolo c'era un'altra rampa di scale, con vicino un montacarichi complicatissimo, che non riuscii a far funzionare. Mi avviai su per i gradini. In un punto remoto una cicala gracchio. Mi fermai. Si fermo anche la cicala. M'incamminai di nuovo. La cicala non riprese. In cima alle scale mi imbattei in una porta senza maniglia, che pareva tutta d'un pezzo.
76 Premetti la piastra e la porta emise uno suono metallico e il chiavistello scatto. Spinsi il battente e l'apersi, con la tenerezza di un neo laureato in medicina che aiuta a venire al mondo il suo primo bambino. Dall'altra parte c'era un corridoio. La luce della luna, che filtrava attraverso le imposte batteva sull'angolo bianco di una stufa e sulla griglia cromata dei fornelli. La cucina pareva una piazza d'armi. Un arco aperto portava a una dispensa di servizio, piastrellata fino al soffitto. Incassati nel muro c'erano un acquaio, un enorme frigorifero, e una quantita di aggeggi elettrici per mischiare i cocktails senza faticare. Si sceglieva il beveraggio, si premeva un bottone e quattro giorni dopo si riaprivano gli occhi sul tavolo da massaggio di un bagno turco. Oltre la dispensa una porta. Oltre la porta una sala da pranzo che al posto della parete di fondo aveva una veranda tutta di vetro attraverso la quale la luce della luna si riversava come l'acqua dalle porte di una chiusa.
77 Un vestibolo con un gran tappeto conduceva in un posto imprecisato. Da un secondo arco partiva una rampa volante di scale che saliva verso dell'altra oscurita, ma salendo splendeva debolmente come se fosse stata fatta di acciaio inossidabile e vetrocemento. Finalmente arrivai a quella che doveva essere la stanza di soggiorno. I tendaggi delle finestre erano accostati e c'era un buio di pece, ma sentii che doveva essere vastissima. L'oscurita era densa, greve e nell'aria aleggiava un odore che mi diceva che qualcuno era stato la non molto tempo prima. Trattenni il fiato e ascoltai. Forse, nel buio, un branco di tigri mi stava osservando. O forse degli individui armati di grosse pistole se ne stavano fermi, coi piedi ben piantati sul pavimento respirando a bocca aperta, senza rumore. O forse non c'era nulla e nessuno e troppa fantasia fuori luogo. Mi appoggiai al muro e tastai in giro in cerca di un interruttore della luce. C'e sempre un interruttore. Tutti, dovunque hanno un interruttore. Di solito a destra, entrando.
78 Poi una luce ambrata comincio a diffondersi dalla cornice che girava tutt'attorno all'enorme sala. Crebbe molto lentamente, come se fosse stata controllata da un reostato da teatro. Le finestre erano nascoste da pesanti tendaggi color albicocca. Anche i muri erano color albicocca. All'altro capo della sala c'era un bar, messo d'angolo, che occupava parte della dispensa di servizio. C'era una grande alcova, con alcuni tavolini attorniati da sedili imbottiti. Vi erano lampade a piedestallo, poltrone soffici, divani e divanetti e tutto il consueto armamentario di una stanza di soggiorno. Il centro del locale era occupato da alcune lunghe tavole coperte da drappi di tela che parevano sudari. I bravi signori del posto di blocco non erano dei visionari, dopo tutto. Ma la stanza non dava segno di vita. Era quasi deserta. Quasi, ma non del tutto. Una bionda, avvolta in una pelliccia color cacao era in piedi, appoggiata a una poltrona dallo schienale alto, all'antica. Aveva le mani affondate nelle tasche della pelliccia.
79 Aveva parlato sempre piu in fretta, come un motore col controllo guasto. Alla fine balbettava sillabe senza senso. Quando si fermo un sospiro stanco corse lungo il silenzio. Le si piegarono le ginocchia e cadde in avanti, tra le mie braccia. Se era una scena preparata funziono a meraviglia. Avrei potuto avere nove pistole, una per ogni tasca, e mi sarebbero state utili quanto le candeline rosa di una torta di compleanno. Ma non accadde nulla. Nessun sicario con un'automatica spianata mi prese di mira. Nessuno Steelgrave mi sorrise, col suo sorrisetto vago, asciutto, remoto, da assassino. Nessun passo furtivo risuono alle mie spalle. La ragazza mi rimase tra le braccia, floscia come una tovaglia bagnata, meno pesante di Orrin Quest, perche era meno morta, ma abbastanza pesante da farmi dolere i tendini delle ginocchia. Aveva gli occhi chiusi, quando le scostai la testa dal mio petto. Il respiro era: impercettibile: intorno alle labbra semiaperte aveva un alone bluastro. Le passai un braccio sotto le ginocchia e andai a deporla su un divano dorato.
80 Non guardo verso la poltrona, cosi dovetti trovarmela da solo. E incredibile, quanto tempo mi ci volle. Era una poltrona di chintz a fiorami, dallo schienale alto, a conchiglia, il tipo che tanti anni fa si costruiva appositamente per riparare dagli spifferi quando si stava chini su un fuoco di carbone bituminoso. Le girai attorno lentamente, senza rumore. Era quasi del tutto rivolta verso il muro. Tuttavia era ridicolo che non avessi notato il morto, mentre tornavo dal bar. Era rannicchiato in un angolo, con la testa rovesciata indietro. Il suo garofano era bianco e rosso e fresco, come se la fioraia gliel'avesse appuntato al bavero un istante prima. Gli occhi erano semiaperti, come sono spesso gli occhi di quel genere. Fissavano un punto imprecisato, in un angolo del soffitto. Il proiettile era penetrato attraverso il taschino della giacca a doppio petto. Chi aveva sparato sapeva dove si trovava il cuore. Gli toccai una guancia, ed era ancora calda. Gli alzai una mano e la lasciai ricadere.
81 Il ronzio cesso, poi il rombo del motore si perse in lontananza. Non udivo piu nulla, ora. Il silenzio della casa mi avvolgeva, come la cappa di pelo intorno alle spalle di Mavis Weld. Riportai la bottiglia e il bicchiere al bar e scavalcai il banco. Sciacquai il bicchiere nel minuscolo acquaio e riposi la bottiglia sullo scaffale. Questa volta trovai la serratura e spalancai lo sportello, dal lato opposto del telefono. Tornai da Steelgrave. Trassi di tasca l'automatica che mi aveva dato Dolores, la ripulii col fazzoletto. Chiusi la piccola mano inerte del morto intorno al calcio, la tenni cosi per un istante, poi la lasciai andare. La rivoltella cadde al suolo con un tonfo. La posizione aveva un'aria naturale. Delle impronte digitali non mi preoccupavo. Certo lui aveva imparato da un pezzo a non lasciarne su nessun tipo di pistola. Mi rimanevano ancora tre rivoltelle. Tirai fuori quella che Steelgrave teneva nella fondina a tracolla, la portai al bar e la deposi su un ripiano, sotto il banco, avvolta in un asciugamano. La mia Luger non la toccai.
82 Non a bruciapelo; ma probabilmente molto da vicino. Mi piazzai a circa un metro dal morto e sparai due colpi al di sopra della sua spalla. I proiettili andarono ad annidarsi tranquillamente nel muro. Voltai la poltrona, in modo che guardasse la stanza. Poi deposi la minuscola automatica sul telo che copriva uno dei tavoli da roulette. Tornai da Steelgrave. Tastai il muscolo grande al lato del collo, quello che di solito si irrigidisce per primo. Non riuscii a capire se aveva cominciato a indurirsi o no. Pero la pelle era piu fredda. Non avevo tempo da perdere. Andai al telefono e feci il numero della Centrale di Polizia di Los Angeles. Chiesi al centralinista di passarmi Christy French. Una voce della squadra omicidi venne in linea e mi annunzio che il tenente era andato a casa, e amen. Affermai che si trattava di una chiamata personale, che French aspettava. Mi diedero il suo numero privato, con riluttanza, non perche fosse proibito, ma perche i poliziotti odiano dover dare qualcosa a qualcuno in qualsiasi momento.
83 La comunicazione si interruppe, e io deposi il ricevitore. Rifeci il giro della casa, accendendo le luci man mano che trovavo gli interruttori e uscii dalla porta posteriore che dava sulla gradinata. C'era un riflettore nel cortile delle macchine. Accesi anche quello poi scesi la scala e mi diressi alla macchia di oleandri. Il cancello della via privata era aperto, come prima. Lo chiusi con violenza, agganciai la catena e feci scattare il lucchetto. Tornai lentamente sui miei passi guardando la luna, odorando l'aria notturna, ascoltando i grilli e le raganelle. Sulla facciata c'era un grande parcheggio e un prato tondeggiante pieno di rose. Ma bisognava sgattaiolare sul retro della casa, per potersene andare. Il luogo era un vicolo cieco, a parte il viale che correva lungo la tenuta d'un vicino. Mi domandai chi potesse essere, quel vicino. Molto lontano, fra gli alberi, scorgevo le luci di una grande casa. Un pezzo grosso di Hollywood, probabilmente, un asso del bacio bavoso e della dissolvenza pornografica.
84 Come se non ci prendessimo gia abbastanza strapazzate dai grandi uomini che hanno gli uffici di lusso in municipio. Dal Capo diurno, dal Capo notturno, dalla Camera di Commercio, da Sua Eccellenza il sindaco che ha un ufficio tutto pannelli, grande quattro volte le tre pidocchiosissime stanze in cui deve lavorare l'intera squadra omicidi. Come se non avessimo dovuto sbrogliare centoquattordici omicidi, l'anno scorso, chiusi in tre stanzucole dove non ci sono nemmeno abbastanza sedie per far sedere tutta la squadra di turno. Noi passiamo la vita a frugare tra la biancheria sporca, e ad annusare denti marci. Andiamo su per una scala buia per arrestare qualche tisicuzzo imbottito di stupefacenti, e alle volte non arriviamo fino in cima, e le nostre mogli non ci vedono arrivare a cena, quella sera e tutte le altre sere. Non torniamo a casa piu. E le sere che torniamo siamo cosi brutalmente stanchi che non riusciamo ne a mangiare ne a dormire e nemmeno a leggere le balle che i giornali stampano sul nostro conto.
85 Aveva le unghie lucide, ma corte. Si capiva che gli piaceva muovere le mani, fare tanti piccoli gesti insignificanti, ma morbidi, fluenti come le piume del petto d'un cigno. Erano mani che facevano pensare a cose delicate, compiute delicatamente, ma non senza forza. Mozart, appunto. Potevo capirlo. Erano circa le cinque e mezzo e il cielo, dietro gli scuri abbassati, si stava facendo piu chiaro. La scrivania a saracinesca, nell'angolo, era chiusa. Era la stessa stanza del pomeriggio precedente. A un capo della tavola giaceva una tozza matita di legno, che qualcuno aveva raccolto dopo che il tenente Maglashan di Bay City l'aveva scaraventata contro il muro. La scrivania dove era stato seduto Christy era cosparsa di cenere. Un vecchio mozzicone di sigaro era in bilico, sull'orlo di un portacenere di vetro. Una falena girava in circolo attorno alla lampada, che pendeva per un cordone dal soffitto, protetta da uno di quei paralumi di vetro bianco e verde che si usano ancora negli alberghi di campagna.
86 Oltre la porta c'e una combinazione di centralino e ufficio informazioni, dove siede una donna senza eta, come se ne vedono nei municipi di tutto il mondo. Non sono mai state giovani, e non saranno mai vecchie. Non hanno ne bellezza, ne fascino, ne stile. Non devono piacere a nessuno. Sono al sicuro. Sono civili senza essere mai veramente cortesi, intelligenti e informate senza nutrire mai un autentico interesse per nulla. Sono quel che diventa un essere umano quando baratta la vita per l'esistenza e l'ambizione per la sicurezza. Oltre il centralino c'e una serie di cubicoli a vetri, allineati lungo una parete dell'ampio locale. Dall'altro lato c'e la sala d'aspetto: una fila di sedie di legno che guardano tutte dalla stessa parte: verso i cubicoli. Circa la meta delle sedie era occupata da persone in attesa, tutte con l'espressione di chi ha aspettato molto e sa che dovra aspettare ancora piu. Per la maggior parte erano male in arnese. Uno era in divisa da carcerato, con una guardia al fianco.
87 Io guardai le altre due persone che erano nella stanza. Erano sedute su due poltrone, fianco a fianco. Una era Mavis Weld. Portava gli occhiali scuri dall'ampia montatura bianca. Non potevo vederle gli occhi ma mi parve che mi osservasse. Non sorrise. Era quasi immobile. Al suo fianco sedeva un uomo con un divino completo di panno grigio perla e un garofano all'occhiello, che aveva le dimensioni di una dalia. Stava fumando una sigaretta monogrammata e lasciava cadere la cenere sul pavimento, ignorando il portacenere a piedestallo, al suo fianco. Lo riconobbi dalle foto che avevo visto sui giornali. Era Lee Farrell, uno dei piu abili avvocati del paese, specializzato nel risolvere le grane piu spaventevoli. Aveva i capelli bianchi, ma gli occhi giovani e vivaci. Era abbronzato, come se vivesse molto all'aria aperta. Dava l'impressione che bisognasse pagare mille dollari solo per stringergli la mano. Endicott si appoggio all'indietro e tamburello sul bracciolo della poltrona con le lunghe dita. Poi si rivolse a Mavis Weld, con cortese deferenza.
88 Dopo che mi fui raso ed ebbi fatto il bis della prima colazione cominciai a sentirmi un po' meno simile alla cassetta di trucioli dove la gatta aveva fatto i gattini. Andai in ufficio, apersi la porta e respirai l'aria viziata e l'odore della polvere. Apersi la finestra e mi riempii i polmoni dell'odore di fritto del caffe vicino. Mi sedetti alla scrivania e sentii il ruvido della polvere sotto le dita. Mi appoggiai allo schienale della poltroncina e mi guardai intorno. – Salve – dissi. Parlavo ai mobili dell'ufficio, ai tre stipi verdi d'archivio, al tappeto liso, alla poltrona per i clienti, di fronte a me, alla boccia del lampadario, sul soffitto, dove giacevano tre falene morte, da almeno sei mesi. Parlavo al vetro smerigliato, ai serramenti tetri, allo stiloforo, sulla scrivania, allo stanco, stanchissimo telefono. Parlavo alle scaglie dell'alligatore, un alligatore che si chiamava Marlowe, investigatore privato della nostra piccola comunita operosa. Non un cervellone, ma ragionevole in fatto di prezzi.
89 Avrebbe tenuto la porta aperta, con un sorrisetto, la signora Chissachi le sarebbe passata davanti e il dottor Zugsmith in camice bianco sarebbe stato seduto, dietro la sua scrivania, con un'aria incredibilmente dottorale e lo stetoscopio appeso al collo. Di fronte a lui ci sarebbe stato uno schedario di cartelle anamnesiche, e il taccuino per le annotazioni e il ricettario, sarebbero stati ordinatamente disposti a portata di mano. Non c'e nulla che il dottor Zugsmith non sappia. Non lo si puo ingannare. Ha tutto sulla punta delle dita. Quando guarda un paziente conosce gia tutte le risposte alle domande che gli rivolgera, per pura questione di forma. E quando il Signor Dottore guardava la sua ricevitrice, la signorina Orfamay Quest, vedeva una giovane beneducata e tranquilla, vestita con la proprieta consona allo studio di un medico. Niente unghie scarlatte, niente trucco violento, niente che potesse urtare i pazienti all'antica. Una ricevitrice ideale, la signorina Quest. Quando gli capitava di pensare a lei il dottor Zugsmith ci pensava con intima soddisfazione.
90 Deposi il ricevitore e mi asciugai la bocca. Il ciccione effeminato si puntellava alla scrivania, livido intorno agli occhi. Arrivarono in fretta, ma non abbastanza. Forse avrei dovuto fermarlo. Forse avevo avuto il presentimento di quello che stava per fare e glie l'avevo permesso, deliberatamente. A volte, quando sono giu di giri, cerco di ragionarci sopra. Ma dopo un po' mi si ingarbugliano le idee. Tutto quel maledetto "caso" era stato cosi. Mai una volta avevo potuto fare la cosa piu ovvia e naturale, senza dovermi fermare a lambiccarmi il cervello cercando di immaginare quanto male avrei fatto a qualcuno cui dovevo qualcosa. Quando sfondarono la porta Lagardie era seduto sul divano e teneva la testa di lei stretta contro il cuore. Aveva gli occhi d'un cieco e la bocca coperta di bava sanguigna. Si era quasi mozzato la lingua. Sotto il seno sinistro della ragazza, premuta forte contro la camicetta color fiamma c'era l'impugnatura d'un pugnale che avevo gia visto. Un'impugnatura a forma di donna nuda.

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