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ТИНТ: итальянский – 3000
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Описание:
Тексты на итальянском языке длиной 3000-3100. Словарь в стадии наполнения базы.
Автор:
Велимира
Создан:
26 июня 2020 в 15:38
Публичный:
Нет
Тип словаря:
Тексты
Цельные тексты, разделяемые пустой строкой (единственный текст на словарь также допускается).
Содержание:
1 I cerchi stavano rapidamente avvicinandosi. Enrico sapeva che là, sulla neve, in un qualche punto, nascosto ai suoi occhi dagli alberi e dagli arbusti, il branco dei lupi, One Ear e Bill si sarebbero incontrati. Ma questo avvenne troppo presto, molto prima di quanto egli si aspettasse. Udì un colpo, poi due colpi consecutivi: le munizioni di Bill erano finite... Poi udì un gran clamore, ringhi, latrati. Riconobbe l'urlo di terrore e di dolore di One Ear, e udì l'ululato di un lupo che era stato probabilmente colpito. E fu tutto. I ringhi e gli ululati cessarono. E il silenzio regnò di nuovo incontrastato sul desolato paesaggio. Enrico rimase a lungo seduto sulla slitta. Era inutile che andasse a vedere che cos'era successo. Sapeva tutto come se si fosse svolto sotto i suoi occhi. Una sola volta si alzò bruscamente e tirò fuori una scure. Ma poi si sedette di nuovo e meditò a lungo, mentre i due cani superstiti tremavano, accoccolati ai suoi piedi. Infine si alzò stancamente, come se il suo corpo avesse perduto ogni elasticità, e cominciò ad attaccare i cani. Si passò una corda sulla spalla e tirò con loro. Ma non andarono lontano. Appena cominciò a cadere la notte, si affrettò ad accamparsi e a provvedersi di un'abbondante scorta di legna. Diede da mangiare ai cani, fece da mangiare per sé e si preparò il giaciglio vicino al fuoco. Ma non poté resistere tra le coperte. Prima che i suoi occhi si chiudessero, i lupi si erano avvicinati troppo, perché egli si potesse sentire tranquillo. Non aveva più bisogno di aguzzare lo sguardo, per vederli. Erano vicini a lui, in un circolo stretto, ed egli li poteva vedere benissimo; alcuni erano allungati sulla neve, altri erano seduti, altri strisciavano sul ventre, avvicinandosi, altri ancora si spostavano, scomparendo nell'ombra e riapparendo. Alcuni dormivano. Qua e là poteva vederne alcuni raggomitolati nella neve come dei cani, immersi nel sonno che a lui adesso era negato. Ravvivò ancora il fuoco, perché ben sapeva che solo questo si frapponeva fra il suo corpo e quelle zanne fameliche. I due cani gli stavano vicini, uno da una parte, l'altro dall'altra, appoggiandosi a lui, come a chiedergli protezione; mugolavano e guaivano, o ringhiavano disperatamente, quando un lupo si avvicinava un po' di più. Quando i cani ringhiavano, una grande agitazione si impossessava dei lupi, che si rizzavano e cercavano di avanzare, ringhiando e ululando con impazienza. Poi tutti si rimettevano a sedere sulla neve, e qualche lupo riprendeva il sonno interrotto. Ma il cerchio tendeva a stringersi sempre di più. A poco a poco, un centimetro per volta, un lupo che strisciava avanti di qua, un altro di là, il cerchio si stringeva tanto che quelle bestie fameliche si trovavano alla distanza di un solo balzo. Allora Enrico afferrava dei tizzoni infocati e li scagliava in mezzo al branco. Ed ogni volta le belve indietreggiavano rapidamente, latrando di rabbia e ringhiando di spavento, quando un tizzone ben lanciato colpiva e bruciacchiava un assalitore troppo audace.
2 Mentre ammucchiava la legna sul fuoco, involontariamente cominciò a considerare con interesse il suo corpo, quel corpo a cui non aveva mai badato gran che. Osservò il movimento dei muscoli, ed esaminò con ammirazione l'agile meccanismo delle dita. Alla luce del fuoco, piegò lentamente, ripetutamente le dita, una alla volta, poi tutte insieme, ora allargandole, ora stringendole rapidamente. Studiò la struttura dell'unghia, e si punse i polpastrelli, controllando la reazione dei nervi. Questo lo affascinò, e cominciò a provare una gran tenerezza per quel suo corpo che lavorava in modo così stupendo, regolare, delicato. Poi gettò uno sguardo spaurito sui lupi che lo circondavano, aspettando... E come una folgore lo colpì il pensiero che quel suo corpo stupendo, quella sua carne viva, non sarebbe stato altro che un pezzo di carne qualsiasi, un pasto per quelle bestie ingorde; un pezzo di carne che le loro zanne fameliche avrebbero dilaniato e lacerato a brani e che per loro sarebbe stato un cibo qualsiasi, come per lui un alce o un coniglio. Si riscosse da quello stato di torpore, che era diventato quasi un incubo, e vide davanti a sé la lupa dal pelo rossiccio. Stava seduta sulla neve ad un metro e mezzo da lui e lo fissava con uno sguardo ardente. I due cani mugolavano e ringhiavano ai suoi piedi, ma la lupa non se ne interessava. Guardava l'uomo, e per qualche istante anche l'uomo la fissò. La bestia non aveva un atteggiamento minaccioso. Lo guardava con uno sguardo ardente e pensoso, ma egli sapeva che quell'ardore pensoso era soltanto l'espressione di una fame terribile. Egli era il "cibo", e soltanto nel vederlo, la lupa ne pregustava il sapore: la sua bocca si aprì, e un filo di bava le colò sulla mandibola. Poi, come anticipando quella gioia, si leccò le labbra. Enrico fu travolto da un'ondata di terrore: in fretta cercò un tizzone per scagliarglielo contro. Ma prima che le sue dita si stringessero su quell'unica arma di difesa, la lupa si era già messa in salvo: ed egli capì che quella bestia doveva avere un'esperienza in proposito. La lupa aveva ringhiato nel fuggire, scoprendo completamente le bianche zanne, e l'espressione ardente e pensosa del suo sguardo era scomparsa, per cedere il posto ad una ferocia selvaggia e raccapricciante. L'uomo si guardò la mano che stringeva il tizzone, osservando la meravigliosa struttura delle dita chiuse a pugno e notando come queste avvolgessero perfettamente la superficie del ramo, incurvandosi sopra e sotto e intorno a tutte le rugosità. Il mignolo era troppo vicino alla parte incandescente del tizzone; prudentemente, con gesto quasi automatico, egli l'appoggiò più in su, ripiegandolo, in un punto meno caldo. Nello stesso istante ebbe per un momento la visione di quelle stesse dita, così sensibili e delicate, spezzate e lacerate dalle candide zanne della lupa. Mai aveva provato tanta tenerezza per il suo corpo, come ora che l'esistenza di quello stesso corpo era diventata così precaria. Per tutta la notte, lanciando tizzoni ardenti, riuscì a fronteggiare il branco famelico.
3 Quando si assopiva, suo malgrado, i mugolii e i ringhi dei cani lo destavano. E venne il mattino, ma per la prima volta la luce del giorno non disperse i lupi. L'uomo attese invano che si allontanassero. Le belve rimasero in circolo intorno a lui, intorno al fuoco, con un'arrogante espressione di possesso che fece crollare tutto il coraggio che la luce del mattino aveva fatto sorgere nell'uomo. Fece un tentativo disperato di spingersi avanti sulla pista. Ma nell'istante in cui abbandonò la protezione del fuoco, un lupo più audace degli altri gli si lanciò addosso: fortunatamente aveva mal calcolato la distanza e l'uomo si salvò indietreggiando con un salto, mentre quelle terribili mascelle si chiudevano di scatto a quindici centimetri dalla sua coscia. Gli altri lupi si erano alzati e lo incalzavano da vicino: Enrico fu costretto a lanciare a destra e a sinistra tizzoni ardenti, per farli indietreggiare a rispettosa distanza. Nonostante la luce, egli non osò abbandonare la protezione del fuoco per tagliare una nuova provvista di legna. A sei metri da lui si ergeva un maestoso abete secco. L'uomo impiegò mezza giornata per estendere fino a quell'albero il fuoco, tenendo sempre pronti dei tizzoni ardenti da lanciare in mezzo ai suoi nemici. Quando fu arrivato vicino all'abete, esaminò accuratamente il bosco circostante, in modo da poter abbattere l'albero in una direzione che gli permettesse di procurarsi dell'altra legna. Quella notte fu uguale alla notte precedente, ma il bisogno di dormire stava diventando irresistibile. Anche i ringhi dei cani non erano più efficaci. Oltre tutto, non smettevano di ringhiare, e i sensi intorpiditi dell'uomo non coglievano più i cambiamenti di tono e di intensità di quei ringhi. Si svegliò con un sobbalzo. La lupa era a meno di un metro da lui. Meccanicamente, impugnò un tizzone e lo conficcò in quelle fauci, aperte in un ringhio feroce. La lupa balzò indietro mugolando per la sofferenza. Enrico aspirò con gioia quell'odore di carne e di pelo bruciato, mentre la belva inferocita scrollava violentemente la testa e ringhiava, cinque o sei metri più in là. Questa volta però, prima di assopirsi, legò alla mano destra un ramo di pino acceso. I suoi occhi si erano chiusi da pochi minuti, quando il bruciore della fiamma sulla sua carne lo svegliò. Per parecchie ore, ripeté questa manovra. Ed ogni volta che si svegliava, ricacciava indietro i lupi con una pioggia di tizzoni, ravvivava il fuoco, e legava di nuovo un ramo di pino alla mano. Tutto andò bene per un po', ma una volta non assicurò bene alla mano il ramo acceso. Mentre i suoi occhi si chiudevano, il tizzone gli cadde di mano. L'uomo sognò. Gli sembrava di essere nel forte Mc Gurry. Faceva caldo e si stava bene, ed egli stava giocando a carte col guardiano. Gli sembrava anche che il forte fosse assediato dai lupi, che ululavano proprio dietro alla porta; e di tanto in tanto egli e il guardiano smettevano di giocare per ascoltare e ridere degli inutili sforzi dei lupi che cercavano di entrare.
4 Era stata la lupa ad udire per prima il rumore di voci umane e di gemiti di cani; ed era stata la lupa a balzare via per prima, lontana dall'uomo raggomitolato in mezzo al cerchio di fiamme morenti. Gli altri lupi non volevano rinunciare alla vittima che per giorni e giorni avevano inseguita ed esitarono, indugiando ancora; poi, quando il rumore divenne più forte, balzarono via anch'essi sulla scia della lupa. Alla testa del branco correva un grosso lupo grigio, uno dei capi. Guidava lui i compagni sulle orme della lupa, ringhiando o azzannando addirittura i più giovani membri del branco che cercassero di sorpassarlo. Quando vide la lupa, che ora trotterellava lentamente nella neve, accelerò la corsa. La lupa si mise al suo fianco, come se questa posizione fosse sua di diritto e si adattò all'andatura del branco. Il lupo non ringhiava contro di lei, né le mostrava le zanne, quando essa, con un balzo più lungo, lo sorpassava. Anzi, sembrava ben disposto nei suoi riguardi, fin troppo ben disposto, poiché, nella corsa, molto volentieri le si avvicinava un po' più. E quando questo accadeva, era la lupa che ringhiava e gli mostrava le zanne, o addirittura gli azzannava una spalla. Ma il lupo non reagiva. Si limitava soltanto a spostarsi da un lato, seguendo la torma a qualche passo di distanza, col fare impettito e imbarazzato del contadino innamorato e respinto. Durante la corsa della torma, questo assiduo corteggiamento costituiva una delle pene della lupa. Ma non era la sola noia che avesse. Alla destra della lupa correva un vecchio lupo magrissimo, segnato dalle cicatrici di molte battaglie, e privo di un occhio. Gli era rimasto solo l'occhio sinistro; per questo correva alla destra della lupa. Anche lui cercava di accostarlesi e di modificare la direzione della propria corsa fino a che il suo muso sfregiato ne toccava il corpo, le spalle o il collo. La lupa respingeva queste attenzioni con i denti, come faceva con l'altro maschio che correva alla sua sinistra; ma quando essi mostravano le loro attenzioni nello stesso istante, essa era costretta a dare una spallata da ambo i lati e insieme a continuare la rapida corsa in avanti. In tali occasioni, i due maschi si mostravano i denti l'uno all'altro al di sopra del corpo della lupa. Essi avrebbero potuto ingaggiare battaglia, ma anche il corteggiamento e la rivalità che ne derivava dovevano essere messi da parte per l'estrema fame del branco. Dopo ogni ripulsa, quando il vecchio lupo veniva violentemente cacciato lontano dall'irritabile oggetto dei suoi desideri andava ad urtare contro un giovane lupo di tre anni che correva dalla parte del suo occhio cieco. Questo giovane lupo aveva raggiunto il suo pieno sviluppo e, considerando la debolezza e l'affamata condizione del branco, possedeva un vigore e uno spirito superiori alla media. Tuttavia egli correva colla testa all'altezza delle spalle del lupo più anziano e con un occhio solo. Quando egli tentava di correre a fianco a fianco (cosa che avveniva raramente), un ringhio e un morso lo ricacciavano subito indietro.
5 Quando la lupa ringhiava, il vecchio capo si metteva a roteare col lupo di tre anni. Talvolta anche lei stessa si metteva a roteare. Talvolta il giovane lupo finiva alla sua sinistra. Ma allora, aggredito da tre file di denti selvaggi, doveva battere prontamente in ritirata. La confusione che aveva luogo in testa al branco si ripercuoteva anche sulle file successive del branco in corsa. I lupi che venivano dietro andavano a scontrarsi col giovane lupo e manifestavano la loro irritazione addentandogli le zampe posteriori e i fianchi. Egli cominciava a preoccuparsi, perché mancanza di cibo e debolezza vanno insieme; ma con l'illimitata fiducia dei giovani egli continuava a ripetere la manovra ogni tanto, benché non riuscisse mai a ricavarne se non sconfitte. Certamente, si sarebbero scatenate molte battaglie per la supremazia, se la situazione del branco non fosse stata disperata. La fame li incalzava, e ciononostante la loro corsa non era più veloce come un tempo. In coda al branco correvano, trascinandosi a fatica, i più deboli: i lupacchiotti troppo giovani e i lupi troppo vecchi. In testa correvano i più forti, ridotti però anch'essi a scheletri. Nonostante le loro pietose condizioni, i primi sembrava che corressero senza sforzo, senza avvertire alcuna stanchezza. Sembrava che i loro muscoli fossero altrettante sorgenti di energia inesauribile. E corsero: corsero per miglia e miglia quel giorno. E corsero tutta la notte. E il giorno seguente ancora. Nessun segno di vita, in quel mondo di gelo e di morte. Essi soli si muovevano e intorno tutto era inerte. Essi soli vivevano e cercavano altre creature viventi, per poterle divorare e continuare a vivere. Superarono degli altipiani, attraversarono piccoli torrenti e giunsero in una pianura: là piombarono su un grosso alce maschio. Era cibo, questo, era vita, e non era protetto da fuochi misteriosi o da proiettili infocati. Ben conoscevano, essi, quegli zoccoli potenti e quelle corna palmate, e abbandonarono la loro solita tattica di cauta prudenza. Fu una lotta breve e spaventosa. Il grosso alce venne assalito da tutte le parti. I suoi pesanti zoccoli colpirono, squarciarono, spaccarono il cranio a parecchi lupi. Le sue larghe corna ne sfracellarono altri. Altri ancora ne schiacciò sotto il suo peso, rotolando sulla neve nel furore della battaglia. Ma l'alce era destinato a soccombere e poco dopo si abbatté al suolo, mentre le zanne della lupa gli laceravano selvaggiamente la gola e altre zanne gli squarciavano il corpo, divorandolo vivo, mentre ancora si dibatteva negli ultimi, vani tentativi di liberarsi. L'alce poteva fornire molto cibo; pesava quasi quattrocento chili, e questo voleva dire dieci chili di carne per ognuno dei quaranta lupi del branco. Ma se quelle belve erano capaci di sopportare in modo prodigioso dei lunghi digiuni, erano anche capaci di mangiare in modo voracissimo, e ben presto di quello stupendo, maestoso animale, che si era imbattuto poche ore prima nel branco, rimasero soltanto poche ossa sparse.
6 Vi era molta selvaggina in quella zona, e con la sazietà cominciarono le zuffe tra i membri del branco. E un giorno la torma dei lupi si divise in due gruppi, ciascuno dei quali prese una direzione diversa. La lupa, col giovane capo alla sinistra e il vecchio guercio alla destra, guidò il suo branco verso oriente, lungo il fiume Mackenzie, nella regione dei laghi. Giornalmente i componenti di questo branco diminuivano di numero. In coppia, maschi e femmine, si staccavano. Talvolta si avvicinava qualche maschio solitario, ma veniva allontanato a colpi di zanna. Alla fine rimasero soltanto in quattro: la lupa, il giovane capo, quello vecchio e guercio e il lupacchiotto di tre anni. La lupa aveva un temperamento davvero feroce. I tre corteggiatori portavano sulla pelle i segni delle sue zanne. Ma si mostravano sempre arrendevoli verso di lei, rinunciando a difendersi. Quando venivano attaccati violentemente, si voltavano dall'altra parte, sforzandosi di placarne la furia dimenando la coda e saltellando goffamente. Verso la lupa erano tutti e tre pieni di attenzioni, mentre tra di loro erano nemici acerrimi. Un giorno il lupacchiotto di tre anni si fece troppo prepotente. Aggredì il lupo guercio dal lato dell'occhio cieco e gli lacerò un'orecchia. Poiché il vecchio lupo era consapevole della propria inferiorità, nella lotta portò in campo, contro la giovinezza e il vigore del lupacchiotto, la saggezza di lunghi anni di esperienza. L'occhio mancante e il muso sfregiato erano la testimonianza del valore dell'esperienza vissuta. Era sopravvissuto a troppe lotte per avere la benché minima incertezza sul modo di dare battaglia. La lotta iniziò lealmente, ma non finì altrettanto lealmente. Non si saprebbe dire per quale ragione il terzo lupo accorresse in aiuto del vecchio guercio: fatto è che il capo giovane si unì a lui e insieme attaccarono l'ambizioso lupacchiotto, per annientarlo. Lo attaccarono contemporaneamente da ambo i fianchi con spietati colpi di zanna. D'un tratto i compagni di un tempo avevano dimenticato i giorni in cui avevano cacciato insieme, abbattendo selvaggina, e la fame che insieme avevano patita. Era acqua passata. Il presente era dominato dall'amore per la lupa, uno stimolo forse più implacabile e crudele della stessa ricerca di cibo. La lupa intanto se ne stava tranquillamente seduta ad osservare la scena, e ne provava piacere: quello era il suo momento e non accadeva spesso! Peli arruffati, zanne che affondavano e laceravano brandelli di carne, e tutto questo per il suo possesso. Nella partita d'amore, il lupacchiotto, alla sua prima avventura, ci lasciò la pelle. Ai due lati del suo cadavere i due rivali si riposavano e guardavano verso la lupa che, accucciata sulla neve, sembrava ridesse. Il lupo vecchio era molto prudente ed esperto sia nell'amore che nella lotta. Il lupo più giovane voltò un attimo la testa per leccarsi una ferita su una spalla. Il più vecchio, col suo unico occhio, vide, nella curva di quel collo, che il momento era favorevole.
7 Il suo portamento rivelava un insieme di trionfo e di prudenza. Credeva di essere respinto e fu sorpreso quando vide che, per la prima volta, la lupa lo accolse gentilmente, senza azzannarlo. Strofinò il naso contro il naso di lui e acconsentì persino a saltare, a scherzare, a giocare con lui come fanno i cuccioli. E il vecchio lupo, nonostante gli anni e l'esperienza, si comportò come e peggio di un cucciolo. Dimenticati ormai i rivali sconfitti, dimenticata la battaglia scritta col sangue sulla neve... Solo una volta One Eye sembrò ricordarsene, quando si fermò un istante per leccarsi una ferita irrigidita dal gelo. Allora arricciò le labbra in un ringhio, e il pelo gli si rizzò involontariamente sul collo e sulle spalle, mentre egli si raccoglieva come per prendere lo slancio. Ma un momento dopo era tutto dimenticato e One Eye balzò dietro alla lupa che quasi timidamente lo invitava a seguirla nei boschi. E corsero fianco a fianco, come buoni amici che avessero concluso un accordo. I giorni passarono ed essi rimasero vicini, e insieme cacciarono e divorarono la loro preda. Dopo qualche tempo, la lupa cominciò a diventare irrequieta. Sembrava che cercasse qualcosa che non riusciva a trovare. Le buche formatesi sotto gli alberi caduti sembravano attirarla, ed essa passò molto tempo a fiutare in antri e caverne fra le rocce e sulle rive dei fiumi. Il vecchio One Eye non si interessava affatto a tutto questo, ma la seguiva nelle sue ricerche e, quando le sue perlustrazioni si protraevano per molto tempo, si sdraiava e l'aspettava. Non si fermarono in alcun posto, ma attraversarono la regione finché raggiunsero di nuovo il fiume Mackenzie, che discesero lentamente, allontanandosene spesso per cacciare lungo i suoi piccoli affluenti. Sovente si imbattevano in altri lupi, quasi sempre in coppia; ma questi incontri non destavano, né dall'una né dall'altra parte, eccessivi segni di simpatia, di allegria o di voglia di tornare a formare il branco. Incontravano anche lupi solitari, maschi, che facevano subito dei tentativi di unirsi a One Eye e alla sua compagna. Ma il vecchio lupo drizzava il pelo e mostrava le zanne, mentre la lupa gli si stringeva al fianco: al solitario pretendente non rimaneva altro che voltarsi, mostrare la coda e andarsene per la propria strada. In una notte di luna, mentre correvano attraverso la foresta silenziosa, One Eye si fermò improvvisamente, col muso rivolto in alto, la coda ritta, le narici dilatate. Alzò una zampa, come fanno i cani. Non era soddisfatto, e continuava a fiutare l'aria, sforzandosi di capire il messaggio che il vento gli recava. Anche la lupa annusò per un istante, senza troppo preoccuparsi, poi continuò il suo cammino, come per rassicurarlo. Egli la seguì, ma era preoccupato e non poté fare a meno di fermarsi ancora per cercare di capire quello strano avvertimento. La lupa strisciò cautamente sul margine di una larga radura tra gli alberi. Per un poco rimase sola. Poi One Eye la raggiunse, strisciando piano, col pelo irto, attento, vigile.
8 One Eye indietreggiò con un balzo, preso da un improvviso terrore, poi si accucciò nella neve, ringhiando minacciosamente verso quella cosa incomprensibile e paurosa. La lupa, invece, lo sorpassò, prese lo slancio e si avventò per afferrare il coniglio danzante. Spiccò un salto molto alto, ma non riuscì a raggiungere la preda e i suoi denti si richiusero nel vuoto con un rumore metallico. Tentò ancora e ancora, inutilmente. Il suo compagno si era alzato e la osservava. Visti gli sforzi inutili della lupa, spiccò anch'egli un salto altissimo. I suoi denti si chiusero sul corpo del coniglio, e il lupo ripiombò a terra con la sua preda. Ma nello stesso istante sentì accanto a sé uno scricchiolio sospetto e, stupefatto, vide un giovane abete che si chinava su di lui per colpirlo. Le sue mascelle abbandonarono la stretta ed egli indietreggiò con un balzo per sfuggire a quello strano pericolo, scoprendo le zanne, ringhiando e arruffando il pelo. E in quel momento l'albero raddrizzò il suo esile fusto e il coniglio si librò di nuovo nell'aria, danzando. La lupa era adirata e punì il suo compagno, piantandogli le zanne nella spalla: il lupo, spaventato, stupito di questa strana aggressione, con un balzo terrorizzato, dilaniò il muso della compagna. Anche questa reazione era altrettanto inaspettata per la lupa che, indignata, si avventò contro di lui. Allora egli scoprì il suo errore e cercò di calmarla. Ma essa non rinunciò alla punizione, finché il vecchio lupo non cominciò a girarle intorno offrendo a quelle zanne implacabili le sue spalle. Intanto, il coniglio continuava a danzare sopra di loro, nell'aria. La lupa si sedette sulla neve e il vecchio One Eye, che ormai temeva più la sua compagna che non il misterioso abete, balzò di nuovo verso il coniglio. Mentre ripiombava al suolo con la preda tra i denti, teneva d'occhio l'albero. Come prima, questo lo seguì fino a terra. Il lupo si accucciò sotto il pericolo incombente, arruffando il pelo, ma tenendo stretta tra i denti la preda. Ma il colpo non venne... L'albero restava chinato su di lui. Quando egli si muoveva, quello si muoveva, e il lupo ringhiava tra le mascelle serrate; quando egli rimaneva immobile, anche l'abete rimaneva immobile, e il vecchio lupo concluse che era meglio non muoversi. Eppure era buono quel caldo sapore del sangue del coniglio. La sua compagna lo tolse da quella situazione imbarazzante. Gli prese di bocca il coniglio e, mentre il giovane abete si inclinava e si agitava minacciosamente sopra di lei, la lupa con calma staccò la testa del coniglio con un morso. Subito l'abete si raddrizzò, senza dare più preoccupazioni, riprendendo la decorosa posizione che la natura gli aveva assegnata. Allora i due compagni divorarono la preda che il misterioso abete aveva catturato per loro. Vi erano degli altri sentieri tra gli alberi in cui dei conigli penzolavano nell'aria, e i due lupi li esplorarono tutti: la lupa guidava il compagno e One Eye imparò da lei a saccheggiare le trappole. E questo gli doveva servire molto nei giorni avvenire.
9 Per due giorni, la lupa e One Eye si aggirarono intorno all'accampamento indiano. Il lupo era preoccupato e inquieto, ma l'accampamento attirava la sua compagna, che aveva poca voglia di allontanarsi. Ma quando, una mattina, il silenzio fu squarciato da una detonazione vicinissima e una pallottola si schiacciò contro un tronco, a pochi centimetri dalla testa di One Eye, i due lupi non esitarono più e si allontanarono con la massima velocità, fuggendo per miglia e miglia. Non andarono però eccessivamente lontano; trottarono per due giorni, ma la lupa ormai non era più agile e non poteva correre velocemente come prima. Il bisogno di trovare quello che cercava diventava sempre più imperioso. Tanto pesante era diventata la lupa che una volta, inseguendo un coniglio, che prima avrebbe raggiunto con la massima facilità, fu costretta a rinunciare alla caccia e a riposarsi. One Eye le si avvicinò; ma quando la sfiorò col muso, come se volesse consolarla, la lupa lo azzannò ferocemente e il vecchio lupo, per sfuggire ai suoi denti, cadde all'indietro, in modo piuttosto ridicolo. Era diventata ancora più irascibile e scontrosa la lupa, ma il suo compagno era diventato invece ancora più paziente e più premuroso. E finalmente essa trovò quello che cercava, risalendo per poche miglia un torrentello che, d'estate, si gettava nel Mackenzie: ora, però, era completamente gelato, dalla superficie fino al fondo del letto roccioso. Stavano trottando lungo quel torrentello, quando giunsero in un punto in cui la sponda argillosa si ergeva alta sul corso d'acqua gelato. L'opera demolitrice e corrosiva delle tempeste primaverili e dello sciogliersi delle nevi aveva dilatato la sponda, scavandovi una piccola caverna. La lupa si fermò all'imboccatura della caverna, ne ispezionò con cura i dintorni, poi entrò. I primi passi li dovette fare strisciando, poi invece le pareti della caverna si allargavano e diventavano più alte, delimitando una piccola cameretta rotonda che aveva un diametro di due metri circa. La volta era tanto bassa, che appena permetteva alla lupa di muovere la testa. Ma il luogo era asciutto e comodo. Essa lo ispezionò accuratamente, mentre One Eye l'attendeva pazientemente all'ingresso. Poi la lupa, con un sorriso stanco si sdraiò, con la testa rivolta all'ingresso. One Eye la osservò ridendo e scodinzolando, ma la lupa non si mosse; aprì la bocca e lasciò penzolare la lingua, esprimendo così la sua soddisfazione. One Eye aveva fame. Sdraiato nell'ingresso della caverna, dormì di un sonno inquieto. Quando si svegliò, tese le orecchie verso il mondo esterno, rallegrato dal sole d'aprile che splendeva sulla neve. Mentre sonnecchiava, al suo orecchio era giunto il sussurrio velato di ruscelletti nascosti. Il sole era ritornato, al vecchio lupo giungeva il richiamo della terra del Nord che si ridestava. La vita rinasceva. La primavera era nell'aria, la vita rinasceva sotto la neve, la linfa ricominciava a scorrere nei tronchi, le gemme cominciavano a rompere la loro prigione di ghiaccio.
10 Egli guardò fuori e una mezza dozzina di uccelli della neve attraversarono il suo campo visivo. Si alzò, ma poi si voltò a guardare la sua compagna, e di nuovo si riaccucciò e riprese a sonnecchiare. Un sottile ronzio stridulo gli giunse all'orecchio. Una, due volte, nel dormiveglia, si strofinò il naso con la zampa. Poi si svegliò. Ecco, proprio sul suo naso, ronzava una solitaria zanzara. Era una zanzara che aveva trascorso tutto l'inverno in letargo in un tronco disseccato, e che era stata ridestata dal sole. Il lupo non poteva più resistere al richiamo della natura; e poi, aveva fame. Strisciò vicino alla sua compagna e cercò di persuaderla ad alzarsi. Ma essa gli rispose con un ringhio, ed egli uscì solo in quella festa di luce e di sole: la neve era diventata molle e si procedeva a fatica. Risalì il torrentello gelato, dove la neve, protetta dall'ombra degli alberi, era ancora dura e cristallina. Camminò per otto ore e ritornò, quando già era buio, più affamato di prima. Aveva trovato della selvaggina, ma non era riuscito a raggiungerla. La crosta di neve si era rotta sotto il suo peso, mentre i conigli bianchi erano balzati via leggeri. Si fermò all'imboccatura della caverna, insospettito. Degli strani suoni fiochi giungevano dall'interno. Non si trattava della sua compagna, eppure quei suoni gli erano lontanamente familiari. Strisciò piano piano nell'interno, e fu accolto da un ringhio ammonitore della lupa. Non ne fu turbato, ma obbedì e si mantenne a distanza; ascoltò con attenzione quegli strani suoni, che erano come deboli singhiozzi soffocati. La lupa, irritata, lo scacciò ed egli si rannicchiò nell'entrata e si addormentò. Al mattino, quando un poco di luce rischiarò la tana, egli cercò di scoprire donde provenivano quei suoni che gli sembravano familiari. Nel ringhio della sua compagna si udiva una nuova nota; era una nota di gelosia, ed egli si mantenne a rispettosa distanza. Ma da lontano scoprì, tra le zampe della lupa, cinque strani piccoli fardelli viventi, deboli, inermi che gemevano piano piano, con gli occhi ancora chiusi. Ne fu sorpreso: non era la prima volta che gli succedeva questo, nella sua lunga vita. Era accaduto parecchie volte, ma ogni volta ne era rimasto sorpreso. La sua compagna lo guardò ansiosamente. Ogni tanto emetteva un brontolio soffocato e, quando le sembrava che il lupo si avvicinasse troppo, quel brontolio si trasformava in un ringhio. Non aveva avuto esperienze dirette di ciò che temeva; ma nel suo istinto, in cui si assommavano le esperienze di tutte le madri di lupi, aleggiava il ricordo di padri che avevano divorato i loro figli appena nati. E questo ricordo le infondeva una tremenda paura, che la spingeva a tener lontano One Eye. Ma non c'era pericolo. Nel vecchio One Eye si stava risvegliando un istinto che aveva ereditato da tutti i padri dei lupi. Non vi almanaccava sopra. Era qualcosa di insito in lui; ed era perciò naturale che egli obbedisse a questo istinto e si allontanasse in cerca di cibo per tutta la famigliola.
11 A cinque o sei miglia dalla tana, il torrentello si divideva e le due diramazioni si allontanavano ad angolo retto tra le montagne. Seguendo la diramazione di sinistra, si imbatté in una traccia recente. La fiutò e si accorse che era recentissima: guardò nella direzione in cui questa scompariva e poi si voltò decisamente, e seguì la diramazione di destra. L'orma di quell'animale era molto più grossa della sua, ed egli sapeva che su quella traccia c'erano per lui ben poche probabilità di trovare cibo. Risalendo per un miglio la diramazione di destra, il suo udito finissimo colse il rumore di denti che rosicchiavano. Si avvicinò e scoprì che si trattava di un porcospino che, ritto contro un albero, si limava i denti contro la corteccia. One Eye si avvicinò con circospezione, ma senza molte speranze. Conosceva quell'animale, benché non l'avesse mai incontrato in quelle zone gelide; nella sua vita non aveva mai potuto afferrare e divorare un porcospino. Aveva però imparato che nella vita tutto poteva essere, se si coglieva il momento opportuno, e continuò ad avvicinarsi. Non si può mai dire quello che può succedere perché, quando si tratta di esseri viventi, ci si trova sempre dinanzi a qualcosa di nuovo e di imprevisto. Il porcospino si appallottolò, irradiando in tutte le direzioni i suoi lunghi aculei aguzzi, che sfidavano ogni attacco. Una volta, in gioventù, One Eye aveva annusato troppo da vicino una palla del genere, apparentemente inerte, ma irta di aculei, ed aveva ricevuto in pieno muso un colpo di coda. Uno di quegli aculei gli si era conficcato dentro ed egli si era portato per settimane quel pungiglione, che bruciava come il fuoco. Ricordando quella triste esperienza, si accucciò ad una trentina di centimetri, tenendosi fuori del tiro di quella coda. E attese tranquillo e immobile. Non si poteva prevedere nulla: qualcosa poteva accadere. Il porcospino poteva anche srotolarsi e in questo caso si poteva cogliere il momento opportuno per assestare una rapida zampata nel tenero ventre indifeso. Ma dopo una mezz'ora di attesa si alzò, ringhiò con rabbia contro quella palla immobile e trotterellò via. Troppe volte nella sua vita aveva atteso invano che il porcospino si srotolasse, per perdere ancora del tempo. Risalì ancora lungo la diramazione destra del torrentello. Il tempo passava e la sua caccia era ancora infruttuosa. L'istinto paterno, che si era destato in lui, diventava sempre più forte. Doveva trovare del cibo. Nel pomeriggio si imbatté in una pernice di neve. Sbucando da un cespuglio, si trovò di fronte all'uccello dall'intelligenza tarda. Se ne stava appollaiato su un ceppo, ad un passo dal naso del lupo. Appena lo vide, l'uccello, terrorizzato, tentò di spiccare il volo, ma il lupo lo colpì con la zampa, lo scaraventò a terra e lo afferrò tra i denti. Quando i suoi denti spezzarono quelle fragili ossa e affondarono nella carne tenera, cominciò istintivamente a divorare la preda. Ma poi si ricordò dei figli e ritornò indietro verso la tana, tenendo tra i denti la pernice.
12 Ed ecco, ad una curva più ampia, scorse qualcosa che lo indusse ad accucciarsi rapidamente: era una grossa lince femmina. Se ne stava accucciata davanti a quella palla di pungiglioni, che egli aveva incontrata al mattino. Se prima One Eye era scivolato come un'ombra, a passi vellutati, ora divenne il fantasma di quell'ombra. Strisciando a semicerchio, in modo da trovarsi sottovento, si avvicinò alle due bestie immobili e silenziose. Si accucciò nella neve, depositando vicino a sé la pernice, e stette ad osservare la lotta per la vita che si svolgeva dinanzi a lui. Per uno dei due, la vita consisteva nel divorare l'altro, per l'altro, consisteva nel non essere divorato. E anche il vecchio One Eye, che se ne stava nascosto aveva una parte in quella lotta, mentre attendeva che uno strano capriccio della sorte gli permettesse di trovare quel cibo che anche per lui era questione di vita. Passò una mezz'ora, passò un'ora; e nulla accadde. La palla di pungiglioni avrebbe potuto essere di pietra, tanto assoluta era la sua immobilità; la lince sembrava scolpita nel marmo; e il vecchio One Eye sembrava morto. Eppure in tutti e tre la vita era giunta ad un'intensità quasi dolorosa: mai erano stati vivi quanto ora, in quell'immobilità marmorea. One Eye si mosse lentamente e osservò la scena con maggiore attenzione. Qualcosa stava accadendo. Il porcospino aveva finito col convincersi che il suo nemico se ne era andato. Lentamente, con circospezione, stava srotolando la sua corazza intangibile. Non aveva fretta; piano piano la palla irsuta si allentò, si distese. One Eye, che osservava la scena, si sentì improvvisamente l'acquolina in bocca. Il porcospino non si era ancora srotolato del tutto, quando si accorse della presenza del nemico. In quello stesso istante la lince si avventò, con la velocità di un fulmine. La zampa munita di artigli, si abbatté sul ventre tenero, squarciandolo, e si ritirò con un movimento rapidissimo. Se il porcospino fosse stato completamente allungato, o se non avesse visto il nemico una frazione di secondo prima che questi lo colpisse, la zampa della lince sarebbe rimasta illesa; invece un colpo di coda conficcò, in quella zampa che si ritraeva, parecchi aculei pungenti. Tutto era avvenuto in un lampo: la zampata, la reazione del porcospino, il grido di agonia del porcospino, l'urlo di dolore del gattone, colto di sorpresa. One Eye, eccitato, si alzò a metà, con le orecchie tese e la coda ritta. L'istinto violento della lince ebbe il sopravvento. Si avventò con furia selvaggia su quell'essere che l'aveva ferita. Ma il porcospino, gemendo e grugnendo, cercando di arrotolare il corpo dilaniato, la frustò di nuovo con la coda, e di nuovo il gattone, sorpreso, urlò di dolore. Cadde all'indietro, starnutendo, e il suo naso, irto di aculei, sembrava un mostruoso puntaspilli. Si fregò il naso con le zampe, cercando di strappare quelle frecce infocate, lo strofinò nella neve, contro i rami e contro i cespugli, saltando e dimenandosi in una frenesia di dolore e di paura.
13 Il loro pelo già tradiva il colore rossiccio ereditato dalla madre, la lupa: soltanto lui, invece assomigliava in questo al padre. Era l'unico lupacchiotto grigio della cucciolata. Era veramente un discendente di una progenie di lupi: infatti, fisicamente era una vera copia del vecchio One Eye, con una sola differenza, e cioè che aveva due occhi mentre suo padre ne aveva uno solo. Da poco si erano schiusi gli occhi del lupacchiotto grigio, e già egli era in grado di vedere con assoluta chiarezza. E quando ancora i suoi occhi erano chiusi, aveva sentito, aveva gustato, aveva annusato. Conosceva benissimo i due fratelli e le due sorelle. Aveva cominciato a ruzzare con loro con movimenti lenti e goffi, aveva cominciato perfino ad azzuffarsi con loro e si eccitava sempre di più nella sua collera, mentre la piccola gola tremava, emettendo uno strano suono raschiante, il suono precursore del ringhio. E molto prima che i suoi occhi si schiudessero, aveva imparato a conoscere, al tatto, al gusto, al fiuto la madre, fonte di calore, di nutrimento e di tenerezza. Aveva, la madre, una lingua morbida e carezzevole che, quando lambiva il suo tenero corpicino, gl'infondeva una sensazione di calma e lo spingeva a rannicchiarsi contro di lei e a sonnecchiare. I primi mesi della sua vita li aveva trascorsi per la maggior parte così, dormendo; ma adesso vedeva proprio bene, restava sveglio per periodi di tempo più lunghi e aveva cominciato a conoscere bene il suo mondo. Era tenebroso il suo mondo; ma egli non lo sapeva, perché non ne conosceva altri. Era appena rischiarato da una luce debolissima; ma i suoi occhi non avevano mai dovuto adattarsi ad un'altra luce. Era terribilmente angusto il suo mondo. I suoi limiti erano le pareti della tana; ma, dato che non aveva la minima percezione di quanto fosse ampio il mondo all'esterno, egli non si era sentito oppresso dagli angusti confini entro cui si svolgeva la sua esistenza. Aveva però scoperto ben presto che una delle pareti del suo mondo era diversa dalle altre: era l'imbocco della tana, fonte di luce. Aveva scoperto che era diversa dalle altre pareti, molto prima di poter formulare qualsiasi considerazione personale, prima di avere una sua volontà consapevole. Quella parete aveva esercitato su di lui un'attrazione irresistibile ancor prima che i suoi occhi si aprissero e vi si posassero. La luce che da quel punto sorgeva aveva colpito le sue palpebre chiuse, e dei bagliori rapidi, quasi come scintille, dai colori caldi, stranamente gradevoli, avevano fatto palpitare le sue pupille. La vita del suo corpo e di ogni sua fibra, quella vita che era la sostanza stessa del suo corpo e che era una cosa distinta, indipendente dalla sua stessa vita personale, si era rivolta anelante verso questa luce e in questa direzione aveva spinto il suo corpo, così come la sapienza chimica di una pianta spinge questa verso il sole. Sempre nei primi tempi, prima che sorgesse l'alba della sua vita consapevole, si era trascinato verso l'imbocco della tana.
14 E in questo i suoi fratelli e le sue sorelle erano come lui. Nessuno di loro, mai, in quel periodo, si era trascinato verso gli angoli bui della parete posteriore. La luce li attirava, come se fossero delle piante; la chimica della loro vita vegetativa esigeva la luce come una cosa essenziale per l'esistenza; e i loro corpicini strisciavano alla cieca, spinti da una forza chimica, come dei viticci. Più tardi, quando in ognuno di essi si sviluppò una individualità, una consapevolezza dei propri impulsi e dei propri desideri, l'attrazione esercitata dalla luce si accrebbe. Strisciavano, dimenandosi, in quella direzione, ed ogni volta erano trascinati indietro dalla madre. Così il lupacchiotto grigio imparò che la madre possedeva altre qualità particolari, non soltanto una lingua morbida, che infondeva calma. Nei suoi continui tentativi di strisciare verso la luce, scoprì in lei un naso che con un colpetto deciso distribuiva rimproveri e, più tardi, una zampa che lo schiacciava a terra e lo faceva rotolare con un colpo rapido e ben assestato. Così conobbe il dolore; e di conseguenza imparò ad evitarlo, prima di tutto col non correre il rischio di doverlo subire; in secondo luogo, quando si trovava esposto a questo rischio, se la svignava e batteva in ritirata. Ma queste erano azioni coscienti, ed erano il risultato delle sue prime osservazioni induttive sul mondo. Prima aveva indietreggiato involontariamente di fronte al male, così come involontariamente aveva strisciato verso la luce. Dopo indietreggiava di fronte al dolore, perché "sapeva" che era dolore. Era un lupacchiotto feroce. E come lui erano i suoi fratelli e le sue sorelle. Del resto, era prevedibile. Era un animale carnivoro. Discendeva da una razza di predatori e di divoratori di carne. Suo padre e sua madre vivevano esclusivamente di carne. Il latte che aveva succhiato nei primi albori della sua vita, era prodotto dalla trasformazione diretta della carne; ed ora, ad un mese, quando i suoi occhi erano aperti soltanto da una settimana, stava cominciando a mangiare carne, carne semidigerita dalla lupa e rigurgitata per i cinque lupacchiotti, che stavano crescendo e già pretendevano troppo dalle sue mammelle. Egli era, però, il più feroce della cucciolata. Il suo ringhio raschiante era più forte di quello dei fratellini. Le sue piccole collere erano più terribili delle loro. Fu il primo ad imparare il modo di far rotolare uno dei fratellini con un colpo di zampa ben assestato. E fu il primo ad afferrare uno dei lupacchiotti per un orecchio e a tirarlo violentemente ringhiando attraverso le mascelle serrate. E fu certo quello che diede più fastidio alla madre, sempre ansiosamente intenta a tenere i suoi piccini lontano dall'imbocco della tana. Il fascino che la luce esercitava sul lupacchiotto grigio cresceva di giorno in giorno. Si avventurava continuamente verso l'ingresso della caverna, e ogni volta veniva trascinato indietro. Non sapeva però che era un ingresso, un passaggio cioè attraverso il quale si va da un posto all'altro.
15 Non conosceva nessun altro posto, e tanto meno il modo di recarvisi. Così per lui l'ingresso della caverna era una parete, una parete di luce. Quando il sole splendeva all'esterno, quella parete era per lui il sole del suo mondo. Lo attirava, così come una candela attrae una falena. Le sue giornate trascorrevano in un continuo tentativo di raggiungere quella parete. La vita che così rapidamente sbocciava in lui lo spingeva continuamente verso la parete di luce. La vita che era in lui sapeva che quella era l'unica uscita, e che egli era destinato a seguire quella strada. Ma egli personalmente non sapeva nulla di tutto ciò: non si rendeva conto che c'era un mondo esterno. C'era qualcosa di strano in quella parete di luce. Suo padre (già da tempo aveva riconosciuto suo padre, come un'altra creatura che faceva parte del suo mondo, una creatura come sua madre, che dormiva vicino alla luce e portava il cibo), suo padre dunque, aveva la particolarità di andare dritto verso la lontana parete bianca e di scomparire. Il lupacchiotto non riusciva a capire questo fatto. Non aveva mai avuto dalla madre il permesso di avvicinarsi a quel muro, d'accordo: ma si era pur avvicinato alle altre pareti e il suo tenero nasino aveva battuto contro un ostacolo duro. E aveva sentito un gran male. Così, dopo qualche avventura del genere, aveva lasciato stare le pareti, senza pensarci più, accettava questa possibilità di sparire nella parete come una particolarità di suo padre, così come il latte e la carne semidigerita erano una particolarità della madre. Infatti, il lupacchiotto grigio non era fatto per pensare; per lo meno, non per pensare come fanno gli uomini. Il suo cervello lavorava in modo un po' confuso. Eppure le sue conclusioni erano altrettanto chiare ed acute quanto quelle a cui giungono gli uomini. Aveva come regola di accettare le cose, senza domandarsi perché avvenissero. Non si lambiccava mai il cervello, cercando di scoprire "perché" una cosa avveniva. "Come" avveniva, era quanto gli bastava sapere. Così, dopo aver picchiato qualche volta il naso contro le pareti posteriori, accettò come dimostrato il fatto che egli non poteva scomparire nelle pareti. Nello stesso modo ammise che suo padre, invece, poteva farlo. Non fu affatto tormentato dal desiderio di sapere perché esistesse questa differenza tra lui e suo padre. Come la maggior parte degli esseri delle selve, soffrì ben presto la fame. Venne un giorno in cui non soltanto la carne scomparve, ma anche il latte non sgorgò più dalle mammelle della madre. In principio, i lupacchiotti gemevano e mugolavano, ma soprattutto dormivano. Non passò molto tempo e la fame li ridusse in uno stato di profondo torpore. Non più zuffe, non più piccole collere o tentativi di ringhio, non più avventurose partenze in direzione della bianca parete lontana. I lupacchiotti dormivano, mentre la vita che era in loro vacillava e si estingueva. One Eye era disperato. Vagava, spingendosi molto lontano dalla caverna e dormiva pochissimo nella tana, divenuta triste e misera.
16 Nella sua breve vita, trascorsa sempre nella tana, non si era mai trovato di fronte a qualcosa che lo spaventasse. Eppure, la paura era sorta in lui. Era giunta fino a lui da lontani antenati, attraverso migliaia e migliaia di esistenze. Era un'eredità che aveva ricevuta direttamente da One Eye e dalla lupa; ma, a loro volta, essi l'avevano ricevuta da altre generazioni scomparse. La paura! Quell'eredità della vita selvaggia a cui nessun animale può sfuggire. Così il lupacchiotto grigio conosceva la paura, benché non sapesse di che cosa fosse fatta. L'accettò ad ogni modo come una delle restrizioni della vita, perché già aveva imparato che vi erano delle limitazioni. Aveva conosciuto la fame: e finché non aveva potuto placarla, aveva sentito questo senso di restrizione. Il duro ostacolo costituito dalle pareti della tana, il colpetto deciso del naso della mamma, la sua violenta zampata, la fame non placata durante una serie di carestie, avevano fatto sorgere in lui la sensazione che nel mondo non vi era una libertà assoluta, e che nella vita vi erano limitazioni e restrizioni. E queste limitazioni erano diventate leggi. Obbedire significava evitare il dolore ed essere felici. Non che egli ragionasse in questo modo, come una creatura umana. Divideva semplicemente le cose in due categorie: le cose che fanno male e le cose che non fanno male. E di conseguenza evitava le cose che fanno male, le "restrizioni", in modo da poter godere delle gioie della vita. Così, obbedendo alla legge impostagli dalla madre e alla legge di quella cosa sconosciuta e senza nome, la paura, si teneva lontano dall'ingresso della tana. Questo continuava ad essere per lui una bianca parete di luce. Quando sua madre era assente, dormiva per la maggior parte del tempo: quando era sveglio, se ne stava quieto quieto, soffocando i guaiti che gli tremavano in gola. Una volta, udì uno strano rumore nella bianca parete. Non sapeva che si trattava di un volverone che, fuori della tana, tremando per la sua audacia, stava fiutando per capire che cosa ci fosse nell'interno. Il lupacchiotto sapeva soltanto che quel rumore era strano, era qualcosa di indefinibile, e di conseguenza sconosciuto e terribile, perché l'ignoto era una delle principali cause di paura. Il pelo gli si rizzò sulla schiena, silenziosamente. Come poteva sapere che quella cosa che stava annusando era una cosa davanti a cui bisognava arruffare il pelo? La sua reazione non derivava da esperienze precedenti, ma era l'espressione visibile della paura che lo dominava e di cui non si era mai reso conto. Ma con la paura sorgeva in lui un altro istinto, l'istinto cioè di nascondersi. Il lupacchiotto era in preda ad un terrore pazzo, eppure rimase accovacciato, immobile e silenzioso, pietrificato, come se fosse morto. La madre, al suo ritorno, ringhiò, annusando la traccia del volverone e con un balzo fu nella tana e leccò e strofinò il naso contro il corpicino del suo piccolo, in un impeto di affetto. E il lupacchiotto si rese conto di essere in qualche modo sfuggito ad un grave pericolo.
17 Provava soltanto una folle curiosità per tutto ciò che lo circondava. Osservò l'erba sotto le sue zampine, il muschio intorno, e il pino schiantato in una radura tra gli alberi. Uno scoiattolo, che passò di corsa ai piedi di quel tronco, gli venne quasi addosso, spaventandolo. Si accucciò e cominciò a ringhiare. Ma lo scoiattolo era altrettanto spaventato e si mise in salvo arrampicandosi sull'albero: quando si sentì al sicuro, si voltò verso il lupo, lanciando degli strilli selvaggi. Questo fatto rafforzò il coraggio del lupacchiotto e, benché poco dopo l'incontro con un picchio lo avesse fatto trasalire, continuò fiduciosamente nella sua esplorazione. Era tale la sua baldanza che, quando un uccello degli alcidi gli saltellò sfacciatamente intorno, egli allungò la zampa e gli diede un colpetto scherzoso: il risultato fu una bella beccata sul naso, che lo fece accucciare, gemendo. Il rumore che fece coi suoi guaiti spaventò l'uccello che volò via, mettendosi in salvo. Ma il lupacchiotto stava imparando. La sua piccola mente ancora confusa aveva già inconsciamente diviso le cose in due categorie: cose vive e cose non vive. Doveva stare attento alle cose vive. Le cose non vive non cambiavano mai posto; le cose vive, invece, erano sempre in movimento e non si poteva mai sapere che cosa potevano fare da un momento all'altro. Egli doveva essere sempre pronto a qualcosa di imprevisto. Camminava goffamente, inciampando continuamente in ramoscelli o altro. Un rametto, che gli era parso lontano, lo colpiva un attimo dopo sul naso o gli strisciava sul petto. E poi, vi erano delle ineguaglianze di superficie, per cui ogni tanto picchiava il naso o le zampe. Poi vi erano delle pietre che rotolavano sotto di lui quando vi si appoggiava; così imparò che vi erano delle cose non vive che non erano sempre nella stessa posizione di equilibrio stabile, come la sua tana; e inoltre che le cose piccole non vive erano più soggette a cadere o a rotolare che non quelle grandi. Ad ogni nuovo incidente imparava qualcosa. Più camminava, meglio camminava. Stava imparando a regolare i suoi movimenti, a conoscere le limitazioni della sua forza fisica, a misurare la distanza tra i vari oggetti e tra gli oggetti e se stesso. Aveva la solita fortuna del principiante. Nato per essere un cacciatore (benché non lo sapesse ancora), nella sua prima scorribanda nel mondo si imbatté nella preda. Cercava di camminare sul tronco di un pino abbattuto, ma la corteccia fradicia cedette sotto il suo peso e con un guaito disperato egli ruzzolò su un cespuglio, cadendo in un nido, fra sette pulcini di pernice bianca. I pulcini schiamazzarono e in un primo momento il lupacchiotto si spaventò. Poi si accorse che erano piccoli e riprese coraggio. Si agitavano quegli uccellini. Egli ne toccò uno con la zampa e, con suo grande divertimento, la bestiola si agitò freneticamente. L'annusò, la prese in bocca: l'uccellino si dibatté, solleticandogli la lingua. Nello stesso istante, il lupacchiotto si rese conto di aver fame.
18 Prima di fidarsi di qualcosa, avrebbe dovuto averne una esperienza diretta. Ma quel giorno doveva capitargli un'altra avventura. Si era ricordato che al mondo esisteva un essere importante, sua madre. E sentì di desiderarla come nessun'altra cosa al mondo. Non soltanto il suo corpo, ma anche il suo cervello era stanco di tutte le avventure che aveva dovuto affrontare. Il suo piccolo cervello non aveva mai lavorato tanto come in quel giorno. E poi il lupacchiotto aveva sonno. Così si mise alla ricerca della tana e della madre, oppresso da un senso di solitudine e di abbandono. Stava strisciando tra i cespugli, quando udì uno strido acuto e minaccioso. Qualcosa di giallo balenò davanti a lui. Egli vide una donnola che balzava lontano. Era una cosa viva, ma piccola ed egli non si spaventò. Ma ecco ai suoi piedi vide un'altra cosa viva, piccolissima: era una piccola donnola che, come lui, aveva disobbedito e si era avventurata nel mondo. La bestiola cercò di sfuggirgli. Il lupacchiotto la rovesciò con la zampa. La donnola emise uno strano suono raschiante. Un attimo dopo balenò di nuovo davanti agli occhi del lupacchiotto la macchia giallastra. Egli udì ancora lo strido minaccioso e nello stesso istante i denti aguzzi della donnola madre gli si affondarono nel collo. Egli fece un balzo indietro, gemendo e mugolando: la donnola madre afferrò la sua creatura e scomparve in una macchia vicina. Il lupacchiotto sentiva un dolore acuto là dove i denti aguzzi si erano affondati, ma si sentiva anche moralmente ferito. Quella donnola madre era così piccola e così feroce! Doveva ancora imparare che, in proporzione alla sua grossezza e al suo peso, la donnola era l'essere più feroce, vendicativo e crudele tra gli animali selvaggi. Ma il lupacchiotto doveva presto rendersene conto, almeno in parte. Stava ancora mugolando, quando riapparve la donnola madre. Non si avventò contro di lui, poiché il suo piccolo ormai era in salvo. Si avvicinò cautamente e il lupacchiotto poté osservare il suo corpo sinuoso e sottile e la testa eretta, triangolare come quella di un serpente. Il suo grido acuto e minaccioso fece rizzare il pelo al lupacchiotto; la donnola gli si avvicinò sempre più. Un balzo, e il corpo esile e giallastro scomparve dal suo campo visivo. Un attimo dopo la donnola gli era al collo e i suoi denti aguzzi si affondavano nella gola del lupacchiotto. Dapprima egli ringhiò e cercò di lottare; ma era tanto giovane e questa era la sua prima scorribanda nel mondo. Così il suo ringhio si tramutò in un lamento e il suo desiderio di lottare in un vano tentativo di fuggire. Ma la donnola non abbandonava la presa e cercava di affondare i denti nella grossa vena del collo dove la vita pulsava. E' una bevitrice di sangue, la donnola, e ama dissetarsi alla fonte stessa della vita. Il lupetto sarebbe morto e nulla più vi sarebbe da raccontare sul suo conto se, attraverso i cespugli, non fosse balzata la lupa. La donnola, staccandosi dal lupetto, si avventò alla gola della lupa: non riuscì a raggiungerla e si aggrappò ad una mascella.
19 Il lupacchiotto si sviluppava rapidamente. Egli riposò per due giorni e poi si avventurò di nuovo fuori dalla caverna. In questa seconda scorribanda si imbatté nella piccola donnola e le fece seguire la sorte della madre. Quando si sentì stanco, ritornò alla caverna e si addormentò. E da allora in poi, ogni giorno partì in esplorazione, allargando sempre il suo campo d'azione. Cominciò a rendersi conto con esattezza della sua forza e della sua debolezza e quindi a capire quando era il caso di essere audace e quando invece bisognava agire con cautela. Trovò però più opportuno essere sempre cauto, tranne nei rari momenti in cui, sicuro di sé, si abbandonava a piccoli scatti di furore e obbediva ai suoi desideri. Quando si imbatteva in qualche pernice sperduta, diventava un piccolo demonio infuriato. E non mancò mai di rispondere ferocemente al grido dello scoiattolo che aveva incontrato sul tronco di pino abbattuto. La vista di un "uccello degli alcidi" lo faceva poi montare su tutte le furie, perché non dimenticava le beccate ricevute da uno di questi. Ma vi erano dei momenti in cui neppure uno di questi uccelli riusciva ad interessarlo: questo avveniva quando si sentiva in pericolo, minacciato da qualche altro animale a caccia di cibo. Non dimenticò mai il falco e quando ne scorgeva l'ombra saettante si rannicchiava nel cespuglio più vicino. Non camminava più dimenandosi, con le zampe larghe, ma già andava assumendo l'andatura della madre, scivolando rapido e furtivo come un'ombra. Soltanto in principio aveva avuto fortuna: i sette pulcini di pernice e la piccola donnola rappresentavano tutta la sua preda. Il suo desiderio di uccidere cresceva di giorno in giorno ed egli nutriva cupide ambizioni nei riguardi del loquace scoiattolo che, col suo squittio, avvertiva sempre gli altri animali dell'avvicinarsi del lupetto. Ma gli scoiattoli si arrampicavano sugli alberi, e il lupacchiotto non poteva far altro che tentare di strisciare inosservato sullo scoiattolo, quando era ai piedi di un albero. Egli provava un grande rispetto per sua madre. Essa riusciva sempre a trovare del cibo e non mancava mai di portargli la sua parte. E poi, essa non aveva paura di nulla. Egli non pensava che l'intrepidezza della madre dipendeva dalla sua esperienza. La madre rappresentava per lui la potenza: e man mano che il lupetto cresceva, questo potere si manifestava su di lui sotto forma di zampate sempre più forti, mentre i rimproveri che una volta la madre gli rivolgeva con leggeri colpetti di naso, ora erano espressi dalle sue zanne aguzze. Ma anche per questo egli rispettava sua madre. Essa esigeva obbedienza da lui e, man mano che il lupacchiotto cresceva, il carattere della madre diventava più violento. Sopraggiunse ancora la carestia e il lupetto sentì ora, con più chiara consapevolezza, il morso della fame. La lupa, sempre in giro alla ricerca di cibo, dimagriva di giorno in giorno: dormiva pochissimo e passava quasi tutto il suo tempo in vagabondaggi infruttuosi.
20 Non fu lunga la carestia, ma fu dura. Il lupetto non trovò più una goccia di latte nel petto di sua madre e non riuscì a procurarsi un solo boccone. Prima, aveva cacciato per gioco, per puro divertimento: ora andava a caccia con serietà, con implacabile accanimento, ma non trovava nulla. La mancanza di cibo accrebbe più rapidamente la sua esperienza. Studiava le abitudini degli animali per poterli attaccare di sorpresa. E venne il giorno in cui l'ombra del falco non lo fece più accovacciare, spaventato, tra i cespugli. Era diventato più forte, più saggio e più sicuro di sé. E poi, la fame gli aveva dato la forza della disperazione. Così si sedeva bene in vista, in una radura, cercando di attirare il falco dal cielo. Poiché sapeva che là, nel cielo, sopra di lui volava qualcosa che era carne, la carne cui anelava il suo stomaco. Ma il falco si rifiutava di scendere e dar battaglia e il lupetto strisciava tra i cespugli, sfogando il suo disappunto e la sua fame in mugolii lamentosi. Ma la carestia finì. La lupa portò della carne. Era una piccola lince, dell'età del lupetto, ma non così grossa. Ed egli se la mangiò tutta, poiché la lupa aveva soddisfatto altrove la sua fame. Egli non sapeva che la madre aveva divorato l'intera cucciolata della lince e neppure poteva capire la disperata audacia di quell'azione. Sapeva soltanto che quella bestiola dal pelo vellutato era carne e la divorò, sentendosi più felice ad ogni boccone. Quando lo stomaco è pieno, si diventa pigri e il lupetto si addormentò nella caverna, vicino alla madre. Fu svegliato da un suo ringhio. Mai aveva sentito sua madre ringhiare in un modo così feroce. Doveva esserci una ragione... E la ragione era questa: non si può devastare impunemente la tana di una lince. Nel pieno splendore della luce pomeridiana, accovacciata all'ingresso della caverna, stava la lince madre. Il lupetto si sentì rizzare il pelo. E il suo terrore aumentò ancora quando la lince lanciò un ringhio selvaggio e acutissimo. Il lupacchiotto si alzò e, ringhiando coraggiosamente, si mise al fianco della madre. Ma questa lo ricacciò indietro. L'ingresso aveva il soffitto molto basso e la lince non poteva spiccare un salto per entrare: cercò di insinuarsi strisciando nella caverna, ma la lupa la ricacciò indietro. Il lupetto poté vedere ben poco della lotta. Si sentivano dei ringhi, dei mugolii, degli urli. La lince si batteva con gli artigli e coi denti, squarciando e lacerando, mentre la lupa l'affrontava soltanto con le zanne. Una volta il lupetto si avventò e affondò i denti nella zampa posteriore della lince, ringhiando ferocemente. Benché non lo sapesse, il suo attacco fu d'aiuto alla madre. Ma improvvisamente, per un cambiamento nella battaglia, il lupetto si trovò sotto i corpi delle due avversarie e abbandonò la presa. Un attimo dopo, le due femmine si separarono e, prima di avventarsi contro l'altra, la lince colpì il lupetto con una violenta zampata che gli lacerò la spalla fino all'osso, scaraventandolo di fianco, contro una parete della caverna.
21 Poi Castoro Grigio prese un coltello, tagliò da un arboscello un ramo e fece, alle due estremità, degli intagli a cui fissò delle corregge di pelle. Ne legò una al collo di Kiche e l'altra ad un pino. Zanna Bianca seguì la madre e le si accucciò vicino. La mano di Lingua di Salmone lo raggiunse e lo rovesciò sulla schiena. Kiche guardava ansiosamente. Zanna Bianca fu ripreso da una grande paura e non poté reprimere un ringhio, senza però fare alcun tentativo di mordere. L'uomo, allargando e piegando alternativamente le dita, cominciò a grattargli scherzosamente la schiena, il ventre e la testa. Zanna Bianca, coricato così sulla schiena e con le zampe annaspanti nell'aria, si sentiva ridicolo e goffo. Inoltre, in quella posizione, si sentiva così impotente, che tutti i suoi istinti si ribellarono, senza tuttavia poter fare qualcosa per difendersi. Se l'animale-uomo avesse voluto fargli del male, Zanna Bianca sapeva bene di non poterlo evitare né sfuggire. Come avrebbe potuto spiccare un salto con le gambe così all'aria? Poi l'istinto della sottomissione lo aiutò a dominare la paura ed egli si limitò a un pacato brontolio, che non fece inquietare l'uomo; costui non gli diede nessun colpo in testa. Zanna Bianca sentì che quel solletico gli dava un senso di piacere. Così cessò di guaire e quando le dita cominciarono a grattargli la base delle orecchie, quel senso di piacere aumentò considerevolmente. Quando poi, dopo un ultimo colpetto, l'uomo si allontanò, ogni paura era svanita nel lupetto. Indubbiamente, nei suoi rapporti con gli uomini, il lupetto avrebbe dovuto sperimentare ancora la paura, ma per il momento la cordialità dell'uomo col quale doveva vivere lo rassicurò. Poco dopo, Zanna Bianca udì degli strani suoni che si avvicinavano: capì subito che si trattava di altri animali-uomo: infatti pochi minuti dopo comparve il resto della tribù. Vi erano molti uomini e donne e bambini, quaranta in tutto, tutti carichi di materiali da accampamento. Vi erano anche parecchi cani, tutti carichi, tranne quelli che erano ancora cuccioli. Portavano dieci, quindici chili di roba sulla schiena. Zanna Bianca non aveva mai visto dei cani; ora sentì che si trattava di esseri che appartenevano alla sua stessa razza, pur con qualche differenza. Ma quando quelli videro la lupa e il lupacchiotto, non si comportarono molto diversamente dai lupi; fu un assalto improvviso. Zanna Bianca ringhiò e scoprì le zanne di fronte a quell'ondata sopraggiungente, ma fu travolto e sentì dei denti aguzzi che gli laceravano le carni. Si difese e addentò a sua volta le zampe e il ventre dei cani che gli erano sopra. Regnava un gran frastuono. Egli udiva il ringhio della madre, che lottava per difenderlo: e udiva le grida degli animali-uomo, il rumore di bastoni che si abbattevano sui cani e i lamenti degli animali colpiti. Dopo pochi secondi egli era di nuovo in piedi: e vide gli uomini che ricacciavano, armati di pietre e di bastoni, i suoi assalitori, salvandolo così dalle feroci zanne di animali di quella razza che era e non era la sua.
22 E benché egli non potesse avere un'idea chiara di una cosa astratta come la giustizia, tuttavia capì, a modo suo, la giustizia degli animali-uomo e si rese conto che essi stabilivano le leggi e le imponevano. E apprezzò il modo in cui amministravano la legge. Contrariamente a tutti gli animali che aveva incontrato sino allora, essi non si servivano dei denti o degli artigli. Essi imponevano la loro forza servendosi di cose inanimate. Bastoni e pietre scagliate da quelle strane creature volavano nell'aria come cose vive, infliggendo ai cani una punizione dolorosa. Questo per il lupacchiotto era il segno di un potere straordinario, soprannaturale, quasi divino. Zanna Bianca, naturalmente, non sapeva nulla sugli dei; ma egli provava per questi animali-uomo un'ammirazione e un terrore pieno di rispetto, quali avrebbe provato un uomo vedendo una creatura celeste scagliare fulmini dall'alto di una montagna sull'umanità attonita. Il tumulto era stato sedato. Zanna Bianca cominciò a leccarsi le ferite e a meditare sulla crudeltà di quegli animali che sembravano appartenere alla sua stessa razza. Non avrebbe mai immaginato infatti che la sua razza fosse composta di altri individui, oltre a One Eye, a sua madre e a lui stesso, convinto com'era di costituire con i genitori una razza a sé stante. Ed ecco che all'improvviso egli scopriva altre creature che avevano tutti i connotati della sua stessa razza. Provò un istintivo malumore verso queste creature, che al solo vederlo lo avevano aggredito, tentando di annientarlo. E poi era offeso e seccato perché sua madre era legata ad un bastone, anche se questo era stato voluto da un animale superiore, l'uomo. Sapeva di trappola, di schiavitù... Eppure egli ignorava tutto sulle trappole e sulla schiavitù. La libertà era il suo retaggio, libertà di correre, di vagabondare, di riposarsi quando meglio gli pareva: e ora questa libertà era infranta. I movimenti di sua madre erano limitati alla lunghezza del bastone e lo stesso avveniva per lui, che ancora sentiva il bisogno di esserle vicino. Tutto questo non gli piaceva. E non fu per nulla soddisfatto, quando gli animali-uomo ripresero la loro marcia, perché un piccolo indiano prese l'altra estremità del bastone e si trascinò dietro Kiche: e dietro Kiche zampettava Zanna Bianca, infastidito e turbato da questa nuova avventura. Scesero lungo il torrentello, finché giunsero allo sbocco della valle, là dove il fiumiciattolo si buttava nel Mackenzie. Qui erano nascoste delle canoe, issate su pali altissimi, e vi erano dei graticci per l'essiccamento del pesce. E qui gli Indiani si accamparono, sotto lo sguardo attonito di Zanna Bianca. A ogni istante egli costatava la superiorità di questi animali-uomo Anzitutto il loro dominio su questi cani dai denti aguzzi era un indizio di potere. Ma Zanna Bianca era profondamente stupito soprattutto nel vedere come quegli strani animali-uomo sapevano non soltanto imprimere movimento a cose inanimate, ma anche trasformare completamente l'aspetto del mondo.
23 Sotto i suoi occhi attoniti si drizzarono i pali, che dovevano costituire l'ossatura dell'accampamento: ma quando, con stoffa e pelli, quest'armatura si trasformò in una serie di capanne, lo sbalordimento di Zanna Bianca non ebbe più limiti. La loro grandezza lo impressionò: sorgevano da ogni parte, occupando quasi tutto il suo campo visivo. E quando, sotto le carezze del vento, si agitarono, egli si accucciò terrorizzato, pronto a sfuggire se quelle cose mostruose avessero tentato di precipitarglisi addosso. Ma ben presto la sua paura per le tende svanì. Vide che le donne e i bambini vi entravano e ne uscivano tranquillamente, vide dei cani che cercavano di penetrarvi, ma ne venivano scacciati con imprecazioni e con lanci di pietre. Allora si avvicinò con circospezione ad una di quelle tende. Finalmente il suo naso toccò la tela: egli attese, ma non avvenne nulla. Dopo aver annusato quello strano tessuto impregnato dell'odore degli uomini, lo addentò e tirò leggermente. Non avvenne nulla, tranne un leggero movimento di una parte della tenda. Tirò con maggior forza e il movimento si estese. Era splendido... Tirò con violenza, finché l'oscillazione si propagò a tutta la tenda. Ma in quel momento un acuto grido di donna lo fece ritornare di corsa da Kiche. Ma ormai non aveva più paura delle tende. Un momento dopo si allontanava nuovamente dalla madre che non lo poteva seguire. Gli si stava avvicinando, con aria bellicosa e superba, un cucciolo, un po' più grosso di lui. Il suo nome era Lip-lip e già vantava un gran numero di zuffe tra cuccioli. Zanna Bianca si preparò a riceverlo amichevolmente, dato che Lip-lip era della sua stessa razza e per di più, essendo un cucciolo, non sembrava pericoloso. Ma il nuovo venuto irrigidì le zampe e mostrò i denti e Zanna Bianca fece altrettanto. Girarono l'uno intorno all'altro, per qualche minuto, ringhiando e arruffando il pelo e Zanna Bianca cominciava a prenderci gusto, come se si trattasse di un giuoco. Ma improvvisamente, con una straordinaria agilità, Lip-lip gli balzò addosso, lo azzannò e balzò indietro. Aveva colpito proprio la spalla che era stata squarciata dalla lince e che era ancora infiammata e dolente. La sorpresa e il dolore strapparono un guaito a Zanna Bianca ma un attimo dopo, in un impeto di collera, egli si lanciò su Lip-lip, cercando di morderlo. Ma Lip-lip aveva già sostenuto molte battaglie: tre, quattro, sei volte i suoi denti si affondarono nella carne del lupacchiotto, finché questi, guaendo, si rifugiò accanto alla madre. Ma questa era soltanto la prima delle molte zuffe che egli doveva avere con Lip-lip, suo eterno nemico. Kiche leccò le ferite del lupacchiotto e cercò di trattenerlo vicino a sé. Ma la curiosità di Zanna Bianca era più forte di tutto e pochi minuti dopo egli ricominciava le sue esplorazioni. Questa volta si imbatté in un animale-uomo, Castoro Grigio, che, accoccolato per terra, stava facendo qualcosa con dei bastoncini e del muschio secco. Zanna Bianca si avvicinò per osservare meglio.
24 Egli si allontanava dalla madre, sempre legata ad un bastone, e andava qua e là curiosando, investigando e imparando parecchie cose. Imparò presto molte abitudini degli animali-uomo, ma da questa maggiore familiarità non ne derivò del disprezzo nei loro riguardi. Anzi! Più a fondo li conosceva, più era costretto a riconoscere la loro superiorità. Agli uomini è capitato sovente di vedere i loro dei rovesciati insieme con i loro altari; ma il lupo e il cane selvaggio, dopo essersi sottomessi all'uomo, non hanno mai provato simile angoscia. Al contrario degli uomini, i cui dei, sotto il velo del mistero che cela la verità, sono invisibili e soprannaturali, in quanto si manifestano attraverso un vago desiderio di bontà e di potenza e appartengono all'intangibile regno dello spirito, il lupo e il cane selvatico, accucciandosi accanto al fuoco acceso dall'uomo, scoprono i loro dei vivi, in carne e ossa, solidi al tatto e collocati in un posto ben preciso nello spazio, capaci di agire per raggiungere i loro scopi. Non è necessario uno sforzo di fede per credere a questi dei. Non si può sfuggire al loro dominio: essi stanno in piedi, sulle gambe posteriori, con un randello in mano, potentissimi, passionali, pieni d'ira o di affettuose attenzioni, dei misteriosi e potenti, ma fatti di carne che sanguina se colpita e buona da mangiarsi, come tutte le carni. Così accadde con Zanna Bianca. Gli animali-uomo erano infallibilmente e inevitabilmente degli dei. E come sua madre, Kiche, appena udito il suo nome, si era sottomessa, così egli pure cominciava ad offrire la sua sottomissione. Quando essi camminavano, si toglieva dal loro cammino, quando lo chiamavano accorreva, quando minacciavano si accucciava, facendosi piccolo piccolo. Quando gli ordinavano di andarsene, correva via. Perché ogni loro desiderio era rafforzato dal loro potere, da quel potere che recava dolore e che si estrinsecava in bastonate in percosse, in lanci di pietre e in frustate brucianti. Egli, come tutti gli altri cani, apparteneva a loro. Da loro dipendevano le sue azioni: essi avevano ogni diritto sul suo corpo. Questa fu la lezione che ben presto imparò: era una lezione dura per lui, poiché era in contrasto con istinti dominanti della sua natura. E mentre da un lato non gli piaceva affatto d'impararla, dall'altro cominciò a provarci un certo gusto. Questo significava affidare il proprio destino in mano altrui, sbarazzandosi di ogni responsabilità. E questo era già un compenso, perché è più facile appoggiarsi ad un altro che stare in piedi da solo. Ma questa sua completa dedizione, anima e corpo, agli animali-uomo non si manifestò in un solo giorno. Non poteva rinunziare subito ai suoi istinti, ai ricordi della sua vita selvaggia. Vi erano giorni in cui strisciava fino ai margini della foresta e rimaneva a lungo, ascoltando una voce misteriosa che lo chiamava. E tornava sempre inquieto e triste a mugolare sommessamente al fianco della madre, leccandole il muso con un ardore in cui si agitavano mille domande.
25 Zanna Bianca imparò rapidamente a conoscere la vita dell'accampamento. Vide l'ingiusta ingordigia dei cani adulti quando veniva distribuito il pasto. Imparò che gli uomini erano più giusti, i fanciulli più crudeli e le donne più gentili e più propense a gettargli un pezzo di carne o un osso. Ma il flagello della sua vita era Lip-lip. Maggiore di età, più grosso, più forte, Lip-lip aveva scelto Zanna Bianca come oggetto delle sue persecuzioni. Il lupacchiotto combatteva abbastanza volenterosamente, ma era sempre sopraffatto, poiché il suo avversario era troppo grosso. Lip-lip divenne un vero incubo per Zanna Bianca. Appena il lupacchiotto si avventurava lontano dalla madre, ecco comparire il cucciolo che, ringhiando, attendeva il momento buono, quando nessun animale-uomo era nelle vicinanze, per saltargli addosso e costringerlo a combattere. E poiché la lotta finiva invariabilmente con la vittoria di Lip-lip, questi cominciò a provarci gusto. E quello che per lui era il più grande divertimento, per Zanna Bianca era il maggior tormento. Ma anche se il lupacchiotto era invariabilmente sconfitto, il suo spirito restava indomito. E come conseguenza di questo stato di cose, diventò maligno, tetro e più selvaggio ancora sotto l'influenza di queste persecuzioni senza fine. Non giocava mai con gli altri cuccioli del campo, perché Lip-lip non glielo permetteva. Appena Zanna Bianca si avvicinava ai suoi simili, Lip-lip gli era subito addosso, lo attaccava e lo malmenava o si metteva a lottare con lui, finché non lo vedeva darsela a gambe. Così il lupacchiotto invecchiò precocemente. Non potendo sfogare nel gioco il suo esuberante vigore, si rinchiuse in se stesso, sviluppando le sue facoltà mentali. Diventò scaltro, poiché certo non gli mancava il tempo per architettare sempre nuovi inganni. Quando veniva distribuita la carne e il pesce, gli altri cani non gli permettevano di avvicinarsi: così diventò ladro, e un ladro intelligente, anche. Doveva procurarsi da solo il cibo e ci riusciva benone, benché diventasse una vera calamità per le donne. Imparò a strisciare per l'accampamento, a sapere tutto quello che accadeva, a vedere, udire tutto e ad escogitare tutti i mezzi possibili per evitare il suo implacabile persecutore. E ben presto giocò il suo primo tiro e gustò per la prima volta il sapore della vendetta. Come Kiche, quando stava coi lupi, aveva attirato verso la morte i cani, facendoli uscire dall'accampamento di altri uomini, così Zanna Bianca attirò Lip-lip sotto le zanne vendicatrici di Kiche. Fuggendo davanti a Lip-lip, Zanna Bianca fece parecchi giri tra le tende, senza mai distaccare troppo l'avversario. Eccitato per l'inseguimento, Lip-lip dimenticò ogni prudenza e non guardò dove lo conduceva il suo avversario. Quando se ne accorse, era troppo tardi. Correndo a pazza velocità intorno ad una capanna, cadde proprio su Kiche: un guaito e le mascelle della lupa si chiusero su di lui. Era legata Kiche, ma il cucciolo non riuscì a mettersi in salvo molto presto.
26 Quando finalmente riuscì a rotolare fuori del tiro di quelle zanne, il cucciolo si rialzò penosamente, ferito nel corpo e nello spirito, spalancò la bocca e lanciò un lungo gemito straziante. Ma non poté finirlo: Zanna Bianca gli balzò addosso e gli affondò i denti in una zampa. Lip-lip non era in grado di battersi e fuggì, mentre il lupacchiotto, da vittima divenuto inseguitore, continuò a tormentarlo fino alla sua capanna. Qui le donne vennero in aiuto al cucciolo e con una tempesta di sassi scacciarono Zanna Bianca. E venne il giorno in cui Castoro Grigio, convinto che Kiche non sarebbe più fuggita, la liberò. Zanna Bianca gioiva intensamente della libertà della madre e l'accompagnava in giro per l'accampamento. Lip-lip, quando li vedeva insieme, si teneva a rispettosa distanza, benché Zanna Bianca cercasse di provocarlo. Infatti, quando lo vedeva, Zanna Bianca arruffava il pelo e puntava le gambe, ma Lip-lip non raccoglieva la sfida; non era così pazzo e, benché desiderasse vendicarsi, avrebbe atteso il momento buono di incontrare il lupacchiotto da solo. Quello stesso giorno, Kiche e Zanna Bianca errarono nei boschi confinanti, fino ai margini della foresta. Egli aveva trascinato la madre, passo per passo, e quando essa si fermò, egli cercò di farla proseguire. Il torrente, la tana, i boschi silenziosi lo chiamavano ed egli voleva con sé la madre. Corse avanti qualche passo, si fermò e si voltò: la lupa non si era mossa. Egli mugolò, quasi implorando, le corse vicino, le leccò il muso e di nuovo corse avanti. Ma neppure questa volta la lupa si mosse. Egli si fermò e la guardò con uno sguardo intenso e ardente: ma la madre volse indietro la testa e guardò verso l'accampamento. Qualcosa chiamava il lupetto, sì: e anche la madre udiva quel richiamo selvaggio. Ma più forte le giungeva il richiamo del fuoco e dell'uomo, quel richiamo a cui soltanto il lupo ed il cane selvaggio possono rispondere. Kiche si voltò e trotterellò lentamente in direzione del campo. Zanna Bianca si sedette e mugolò sommessamente. Ma era ancora un cucciolo e più forte del richiamo dell'uomo o della vita selvaggia, era il richiamo della madre. Ancora non era giunto per lui il momento di rendersi indipendente da lei. Così si alzò e tristemente si avviò verso l'accampamento, fermandosi ogni tanto ad ascoltare il richiamo che giungeva dalla foresta. Nel "Wild", una madre non vive a lungo accanto alle sue creature: ma sotto il dominio dell'uomo questo periodo è ancora più breve. E così fu per Kiche e Zanna Bianca. Castoro Grigio aveva un debito con Tre Aquile. Quest'ultimo stava per partire per un lungo viaggio sul fiume Mackenzie verso il Great Slave Lake. Una striscia di tessuto rosso, una pelle d'orso, venti cartucce e Kiche: e il debito fu pagato... Zanna Bianca vide che la madre veniva imbarcata sulla canoa di Tre Aquile e cercò di seguirla. Fu ricacciato a terra e la canoa fu spinta al largo. Il lupacchiotto si slanciò in acqua e nuotò dietro l'imbarcazione, sordo agli aspri richiami di Castoro Grigio.
27 E che punizione. Aveva la mano pesante e ogni colpo lasciava il segno. Sotto quella tempesta di percosse che piovevano ora da una parte ora dall'altra, Zanna Bianca oscillava come un pendolo impazzito. Sorpresa, paura, rabbia si alternarono nel suo spirito. Ma quando, furioso e impavido digrignò i denti e ringhiò, i colpi divennero più pesanti e più tremendi. Castoro Grigio continuava a picchiare e Zanna Bianca continuava a ringhiare. Ma non poteva durare a lungo: uno dei due doveva smettere: toccò a Zanna Bianca. La paura si impossessò del lupacchiotto. Era la prima volta che sperimentava le percosse della mano umana. Il lancio di bastoni e pietre già sperimentato era una carezza al confronto. Cominciò a guaire e a gemere, ad ogni colpo. Poi la paura divenne terrore e i guaiti si trasformarono in un lamentoso, continuo mugolio, non più collegato col ritmo della punizione. Finalmente Castoro Grigio si fermò. Zanna Bianca, tenuto per aria, continuava a gemere. Questo parve bastare al suo padrone che scaraventò violentemente il cucciolo sul fondo della canoa. L'imbarcazione stava andando alla deriva e Castoro Grigio volle riprendere la pagaia. Zanna Bianca gli stava tra i piedi ed egli lo respinse con un calcio. In quell'istante la natura selvaggia di Zanna Bianca prese il sopravvento ed egli affondò i denti nel piede calzato di mocassino. La punizione che il lupacchiotto aveva ricevuto prima era stata niente al confronto di quella che ricevette ora. La collera di Castoro Grigio era terribile altrettanto terribile era il terrore di Zanna Bianca. Non soltanto la mano dell'uomo, ma anche la dura pagaia di legno si abbatterono su di lui. E quando fu gettato in fondo alla canoa, tutto il suo corpicino era ammaccato e dolorante. Castoro Grigio gli allungò una pedata, e di proposito, questa volta. Zanna Bianca non ripeté l'attacco. Aveva imparato un'altra lezione sulla sua schiavitù. Mai, in nessuna circostanza, avrebbe dovuto azzardarsi a mordere il dio che era suo signore e padrone: il corpo del suo padrone era sacro e non doveva essere contaminato dai denti di un essere come lui. Questo era il delitto più grave di tutti i delitti, l'unica offesa che non poteva essere perdonata né giudicata con indulgenza. Quando la canoa toccò la riva, Zanna Bianca rimase a giacere sul fondo, mugolando e attendendo l'ordine di Castoro Grigio. E Castoro Grigio lo scagliò sulla riva, con una violenza che rese più intenso il dolore delle contusioni recenti. Si rialzò tremando e gemendo. Lip-lip, che aveva seguito tutto dalla riva, si scagliò su di lui, affondando i denti nella sua carne. Zanna Bianca era troppo sfinito per difendersi e sarebbe finito male, se una pedata di Castoro Grigio non avesse lanciato in aria Lip-lip, scagliandolo a tre metri di distanza. Questa era la giustizia dell'animale-uomo: e nonostante le sue pietose condizioni, Zanna Bianca sentì un piccolo fremito di riconoscenza. Obbediente, trotterellò zoppicando alle calcagna di Castoro Grigio fino alla tenda.
28 Quando si udiva il rumore di una zuffa o il grido di una donna derubata di un pezzo di carne, gli Indiani erano certi di trovare al centro del tumulto Zanna Bianca. Essi non si preoccupavano di studiare le cause della sua condotta: ne vedevano soltanto gli effetti, e questi erano disastrosi. Era un ladro, un imbroglione che pensava soltanto a provocare delle zuffe: e le donne irate gli gridavano sul muso che era un lupo spregevole, che avrebbe fatto una brutta fine. Così egli si trovò ripudiato da tutti. I cuccioli seguirono l'esempio di Lip-lip. Ma tutti quanti assaggiarono i suoi denti: e a suo onore bisogna riconoscere che il lupetto distribuiva più morsi di quanti non ne ricevesse. Egli avrebbe potuto batterne molti in un combattimento regolare: ma non poteva mai battersi contro un solo avversario. Se gli capitava di incontrarsi con un cucciolo, subito, come ad un segnale convenuto, tutti i cuccioli dell'accampamento gli si precipitavano addosso. Da questo stato di cose egli trasse due utili insegnamenti: come salvarsi in una lotta impari e, trovandosi di fronte ad un solo avversario come infliggergli il maggior numero di morsi nel minor tempo possibile. E imparò anche a tenersi in piedi in mezzo agli avversari, poiché questo significava la salvezza. Poteva sopportare l'urto di cani anche molto più grossi di lui, senza mai perdere l'equilibrio. Quando due cani si azzuffano, vi sono generalmente dei preliminari, prima della battaglia: i due avversari ringhiano, si mostrano i denti arruffano il pelo, irrigidiscono le zampe. Ma Zanna Bianca imparò a tralasciare questi preliminari, poiché ogni indugio significava trovarsi addosso tutti i cuccioli dell'accampamento. Così imparò a non lasciar mai trapelare le sue intenzioni: si lanciava, azzannava, lacerava, prima che l'avversario potesse prepararsi a riceverlo. Era estremamente facile atterrare un cane, cogliendolo di sorpresa: e un cane rovesciato a terra, con le zampe in aria, espone, sia pure per un momento, la parte vulnerabile del collo. Zanna Bianca sapeva qual era il punto in cui bisognava colpire. Perciò il suo piano d'azione era questo: trovare un cucciolo solo, attaccarlo di sorpresa e gettarlo a zampe all'aria, poi affondare i denti nella tenera gola. I suoi denti non erano però ancora abbastanza lunghi e forti da rendere mortale il suo morso: ma molti cuccioli si aggiravano per l'accampamento con la gola lacerata. E un giorno, avendo colto uno dei suoi nemici solo nel bosco, riuscì con ripetuti attacchi a raggiungere la grossa vena del collo e ad ucciderlo. Una grande agitazione regnò nel campo quella notte. Egli era stato visto e la notizia era stata portata al padrone del cane ucciso: Castoro Grigio fu assediato da molte persone furibonde. Ma egli non permise che nessuno entrasse nella sua capanna, in cui aveva nascosto il colpevole e si rifiutò categoricamente di abbandonare il lupetto alla vendetta della tribù. Così Zanna Bianca si attirò l'odio degli uomini e dei cani. In quel periodo del suo sviluppo non conobbe un attimo di tranquillità.
29 Le zanne di ogni cane e la mano di ogni uomo erano contro di lui. Dai cani era accolto con ringhi, dagli uomini con imprecazioni e con lanci di pietre. Zanna Bianca, sempre vigile e circospetto, pronto a scansare ogni eventuale e inatteso proiettile, agiva con fulmineità e a mente fredda, balzava in avanti, mostrava le zanne o saltava indietro con un ringhio minaccioso. Quando ringhiava in quel modo era più terribile di tutti gli altri cani del campo, giovani o vecchi. Il ringhio può avere lo scopo di mettere in guardia o di spaventare e bisogna saper discernere per servirsene al momento giusto. Zanna Bianca sapeva come e quando doveva ringhiare e nei suoi guaiti metteva tutta la crudele cattiveria della sua natura. Le narici contratte fino allo spasimo, il pelo arruffato e ondeggiante, la rossa lingua pendente e vibrante come quella del serpente, le orecchie tese, gli occhi iniettati di odio, le zanne digrignanti a bocca scoperta, tutto questo gli dava un aspetto davvero terrificante che gli permetteva di approfittare di un istante di esitazione da parte di chi lo assaliva. Quella momentanea pausa di incertezza gli dava il tempo necessario per riflettere e per studiare il suo piano di attacco. Sovente, dopo quella breve esitazione, l'aggressore finiva per mutare parere e per recedere dai propositi bellicosi. Spesso, anche di fronte ai cani più grossi, grazie alla sua feroce grinta, Zanna Bianca riusciva a concludere l'attacco con una onorevole ritirata. Ma se egli non poteva unirsi agli altri cuccioli e correre con loro, come contropartita, con i suoi modi convincenti e sanguinosi, faceva in modo che nessuno dei cagnolini potesse avventurarsi da solo, lontano dal branco dei cuccioli, perché lui non l'avrebbe permesso. Con quella sua tattica selvaggia e pericolosa, i cuccioli si guardavano bene dall'andarsene in giro isolatamente. Ad eccezione di Lip-lip, essi erano costretti a stringersi l'uno all'altro, proteggendosi a vicenda contro quel terribile nemico che essi stessi avevano reso tale. Un cucciolo solo sulla riva del fiume andava incontro ad una morte sicura, a meno che non riuscisse a fuggire, lanciando urli di terrore e di dolore che mettevano a soqquadro tutto l'accampamento. Zanna Bianca aggrediva i suoi nemici quando riusciva a coglierli isolati, ed essi lo attaccavano quando erano tutti insieme. Bastava che essi lo vedessero perché si precipitassero su di lui: e in questi casi egli si salvava con una fuga velocissima. Ma guai al cane che nell'inseguimento avesse sorpassato i suoi compagni! Zanna Bianca aveva imparato a voltarsi di scatto e a punire il suo inseguitore prima che giungessero gli altri. Questo accadeva spesso perché, nell'eccitazione della corsa, gli altri cuccioli perdevano il controllo, mentre Zanna Bianca non lo perdeva mai. Mentre correva, lanciava occhiate all'indietro, pronto a voltarsi e a punire l'inseguitore troppo zelante. La caccia a Zanna Bianca diventò il giuoco preferito dei cuccioli, un giuoco mortale, qualche volta, e sempre pericoloso.
30 Nell'autunno, quando le giornate si accorciavano e già nell'aria si facevano sentire i morsi del freddo, si presentò a Zanna Bianca l'occasione di riacquistare la sua libertà. Per parecchi giorni vi era stato un grande trambusto nel villaggio. L'accampamento estivo veniva smontato e l'intera tribù si preparava a partire per la solita caccia autunnale. Zanna Bianca osservava attentamente e quando le capanne cominciarono ad essere smontate e si cominciò a caricare il bagaglio sulle canoe, allora comprese. Alcune canoe stavano per partire e alcune erano già scomparse. Egli decise di aspettare il momento buono per svignarsela dall'accampamento e nascondersi nei boschi. Per far perdere le sue tracce, camminò un poco in un ruscello, poi si nascose in una macchia e attese. Il tempo passò ed egli dormicchiò per qualche ora. Fu svegliato dalla voce di Castoro Grigio che lo chiamava: altre voci echeggiavano: la moglie di Castoro Grigio e il figlio, Mit-sah, prendevano parte alle ricerche. Zanna Bianca tremava di paura, ma riuscì a resistere all'impulso che lo spingeva fuori dal nascondiglio. Dopo un poco, le voci si spensero in lontananza ed egli strisciò fuori a godersi il successo della sua impresa. Stavano calando le tenebre e per un poco il lupetto si divertì tra gli alberi. Poi, improvvisamente, si rese conto di essere solo. Si accucciò, tese l'orecchio al silenzio della foresta e ne fu turbato. Il silenzio, l'immobilità che lo circondavano avevano un che di sinistro. Si sentiva minacciato da un pericolo invisibile, nascosto forse nei tronchi degli alberi che si ergevano immensi, o nell'ombra densa che lo circondava. E poi faceva freddo. Aveva i piedi gelati e cercò di scaldarli, strofinandoseli e proteggendoli con la coda. Ed ebbe una visione: vide l'accampamento, le capanne, il bagliore dei fuochi, udì le voci acute delle donne, quelle degli uomini, basse e burbere, e il ringhiare dei cani. Aveva fame e si ricordò dei pezzi di carne e di pesce che gli venivano gettati. Qui non vi era cibo, ma soltanto un silenzio minaccioso e... non commestibile. La schiavitù lo aveva rammollito. La mancanza di responsabilità lo aveva indebolito: non sapeva più ingegnarsi per provvedere a se stesso. I suoi sensi, abituati ormai agli affaccendati rumori dell'accampamento, erano ora inattivi. Non vi era nulla da fare, qui, nulla da udire, nulla da vedere. Si sforzava di cogliere qualcosa che interrompesse il silenzio e l'immobilità della natura, e la sensazione di un pericolo incombente lo atterriva. D'un tratto sobbalzò di paura: una cosa enorme e senza forma stava attraversando il suo campo visivo. Era l'ombra di un albero, proiettata dalla luna, sbucata improvvisamente dalle nuvole. Rassicurato, mugolò sottovoce, ma poi represse quel gemito che poteva attrarre l'attenzione dell'ignoto pericolo in agguato. Da un albero, le cui fibre si contraevano nel freddo della notte, giunse un forte schiocchiolio. Il lupetto guaì terrorizzato e, preso dal panico, si diresse a corsa pazza verso il villaggio.
31 Sentiva un desiderio prepotente della protezione e della compagnia dell'uomo. Dalla foresta sbucò nella radura illuminata dalla luna. Ma ai suoi occhi non si presentò la gradita visione del villaggio: aveva dimenticato che gli uomini l'avevano smontato e se ne erano andati. Disperato, girovagò per la pianura deserta, annusando i mucchi di rifiuti lasciati dagli dei. Sarebbe stato felice di sentirsi bersaglio di pietre lanciate da una donna incollerita, sarebbe stato felice di sentire i colpi della mano di Castoro Grigio e avrebbe accolto con gioia Lip-lip e i ringhi di tutto il branco di cani. Si avvicinò al punto in cui fino a poco prima si ergeva la capanna di Castoro Grigio e si sedette, puntando il naso verso la luna. La gola gli si contrasse in uno spasimo e dalla sua bocca spalancata uscì un grido in cui tremava tutta la sua disperata solitudine, la sua paura, il suo dolore per Kiche, tutte le sue miserie e le sue amarezze passate, il suo terrore per i pericoli e le sofferenze future. Era il lungo, lamentoso ululato dei lupi, ed era il suo primo ululato... L'alba dissipò le sue paure, ma accrebbe la sua solitudine. La sua decisione fu presto presa. Si immerse nella foresta e seguì il corso del fiume. Corse tutto il giorno, senza riposarsi. Il suo corpo d'acciaio non conosceva la stanchezza: e anche quando si sentì stanco, la resistenza ereditata dalla sua razza lo spinse avanti, in uno sforzo immane. Quando il fiume si ingolfò fra due rive rocciose e scoscese, il lupetto scalò le montagne che lo fiancheggiavano. Attraversò a guado o a nuoto i torrenti e i ruscelli che si gettavano nel fiume. Spesso si avventurò sul leggero strato di ghiaccio che stava cominciando a formarsi e più di una volta precipitò nell'acqua gelida e lottò disperatamente per la vita. E sempre cercava con attenzione le tracce degli dei, scrutando per scoprire in che punto avevano lasciato il fiume ed erano penetrati nell'interno. Zanna Bianca aveva un'intelligenza superiore alla media degli animali della sua razza: ma le sue facoltà mentali non erano abbastanza sviluppate per prendere in considerazione l'altra sponda del Mackenzie. Che cosa sarebbe successo se gli dei avessero toccato terra sull'altra riva? Quell'ipotesi non si affacciò neppure per un istante alla sua mente. Correva alla cieca, e solo questa sponda del Mackenzie entrava nei suoi calcoli. Corse per tutta la notte, inciampando in mille ostacoli che rallentavano la sua corsa, ma non lo spaventavano. A metà del secondo giorno - correva ormai da trenta ore, senza fermarsi era sfinito e andava avanti solo per forza di nervi. Non mangiava da quaranta ore e la fame lo indeboliva. Il suo pelo splendido era tutto infangato, le sue zampe erano ferite e sanguinanti e lo costringevano a zoppicare. A peggiorare la sua situazione, il cielo si era oscurato e aveva cominciato a nevicare: era una neve bagnata, attaccaticcia, sdrucciolevole, che nascondeva le irregolarità del terreno, rendendo più difficile e penoso il cammino.
32 E poi, la slitta serviva a qualche cosa, perché portava un carico di circa cento chili. Zanna Bianca aveva già visto lavorare i cani dell'accampamento: perciò, quando lo bardarono per la prima volta, non si ribellò. Il collare era collegato per mezzo di due cinghie ad una correggia incrociata sul petto e sulla schiena. A questa era legata una corda, attaccata alla slitta. Il tiro era composto di sette cuccioli tutti sui nove o dieci mesi: Zanna Bianca, che aveva otto mesi, era il più giovane. Ogni cane era legato alla slitta per mezzo di una corda: queste corde erano fissate alla slitta con altrettanti anelli ed erano di lunghezza diversa. La differenza minima di lunghezza fra due corde era pari al corpo di un cane. La slitta non aveva pattini ed aveva la chiglia ricurva in modo da non affondare nella neve. In questo modo il peso veniva ad essere distribuito su una superficie maggiore, il che era reso possibile dal fatto che la neve era soffice e cristallina. Sempre in considerazione di questo principio di distribuzione del peso, i cani legati alle corde si irradiavano a ventaglio, in modo che nessuno di loro camminava sulle orme di un altro. Questa formazione a ventaglio aveva un altro pregio: il fatto che le corde fossero di diversa lunghezza faceva sì che nessun cane potesse attaccare alle spalle il compagno che lo precedeva. L'unico attacco possibile era ai danni di un cane attaccato ad una corda più corta: ma in questo caso l'aggressore si sarebbe trovato di fronte all'avversario e avrebbe anche dovuto fare i conti con la frusta del conducente. Ma il pregio maggiore di questa formazione consisteva nel fatto che, se un cane voleva attaccare il compagno davanti, doveva tirare la slitta con maggiore energia e, più la slitta correva, più velocemente poteva correre il cane aggredito. Così un cane non poteva mai assalire il compagno che lo precedeva. Più velocemente correva, più in fretta fuggiva l'inseguito e, come questo, tutti i cani. Naturalmente anche la slitta procedeva con maggiore velocità e con questa piccola astuzia l'uomo riconfermava la sua superiorità sugli animali. Mit-sah assomigliava molto a suo padre, di cui possedeva la saggezza sagace. Egli aveva osservato tempo addietro che Lip-lip aveva scelto Zanna Bianca come oggetto delle sue persecuzioni: ma allora Lip-lip non gli apparteneva e Mit-sah non aveva mai potuto intervenire in difesa del lupetto se non con qualche lancio di pietra. Ma ora Lip-lip era suo ed egli si poteva vendicare mettendolo capo-muta: questo poteva sembrare un onore, ma in realtà Lip-lip si trovò ad essere privato di ogni onore, e invece di essere il despota e il caporione del branco, divenne oggetto dell'odio e della persecuzione di tutto il branco. I suoi compagni vedevano di lui soltanto la coda e le zampe posteriori, una vista molto meno terrorizzante che non quella del suo pelo irto e delle sue zanne. Inoltre, il vederlo correre davanti a loro suscitava nei cuccioli il desiderio di inseguirlo e la sensazione che egli cercasse di fuggire lontano da loro.
33 Dall'istante in cui la slitta partì, i cuccioli si gettarono all'inseguimento di Lip-lip e questa caccia durò tutto il giorno. In un primo tempo, Lip-lip aveva cercato di voltarsi di colpo affrontando i suoi inseguitori, gelosi della sua carica, ma si era trovato di fronte la frusta di Mit-sah: non era possibile ribellarsi a quella lunga frusta e perciò non poté fare altro che tener ben tesa la sua corda, tenendosi fuori del tiro delle zanne degli inseguitori. Mit-sah ricorse ad un'altra astuzia per eccitare sempre di più l'odio e la gelosia dei suoi cani nei riguardi di Lip-lip e quindi il loro desiderio di inseguirlo e di raggiungerlo. Cominciò a favorire Lip-lip e a dargli dei pezzi di carne in più, mentre gli altri osservavano furibondi, ma erano tenuti a distanza dalla frusta, con la quale il giovane indiano proteggeva il pasto del capofila. Quando Mit-sah non aveva più carne da dargli, faceva finta di dargliene lo stesso, mantenendosi distante dalla muta perché non scoprissero l'inganno. Zanna Bianca si era messo al lavoro con buona volontà. Aveva fatto molta più strada quand'era venuto spontaneamente a sottomettersi alla legge degli dei e aveva anche imparato la lezione sulla inutilità di opporsi al volere degli animali-uomo. La persecuzione subita lo aveva tenuto lontano dal branco dei suoi simili, avvicinandolo di più all'uomo. In lui non si era sviluppato il sentimento di solidarietà con gli altri cani della muta. Si era ormai scordato di Kiche e si preoccupava soltanto di riuscire gradito agli dei sceltisi come padroni. Perciò lavorava con impegno, imparava la disciplina ed era obbediente. Il suo lavoro era caratterizzato da quella fedeltà e buona volontà che sono le doti precipue del lupo e del cane selvatico, una volta addomesticati. Queste doti erano sviluppatissime in Zanna Bianca. La colleganza tra Zanna Bianca e gli altri cani era fatta di battagliera inimicizia. Il lupacchiotto sapeva solo combattere, non avendo mai imparato a giocare con i suoi simili; ai compagni di muta restituiva centuplicati i morsi e le zampate che aveva ricevuti nei giorni in cui Lip-lip aveva capeggiato la guerra contro di lui. Lip-lip ormai non era più il capo del branco, tranne quando correva in testa al tiro: ma nell'accampamento si teneva sempre vicino a Mit-sah o a Castoro Grigio o a Kloo-kooch. Non osava allontanarsi da loro, poiché ora le zanne di tutti i cuccioli erano contro di lui. Ora che Lip-lip era caduto in disgrazia, Zanna Bianca avrebbe potuto diventare il capo del branco: ma egli aveva un carattere troppo tetro e solitario e ignorava i suoi compagni. Questi si tenevano sempre a rispettosa distanza da lui e neppure il più audace di loro avrebbe osato rubargli un pezzo di carne. Anzi, divoravano il loro pasto in fretta e furia, per paura che Zanna Bianca se ne impossessasse. Il lupetto conosceva bene la legge: "opprimi il debole ed obbedisci al forte". Divorava il suo pasto il più rapidamente possibile: e poi guai al cane che non avesse ancora finito di mangiare. Un ringhio, una zannata e all'aggredito non rimaneva altro che ululare la sua indignazione alle stelle, mentre Zanna Bianca mangiava anche la sua parte. Ogni tanto qualche cane cercava di ribellarsi, ma era prontamente domato. Zanna Bianca era geloso dell'isolamento che godeva in mezzo al branco e spesso doveva lottare per mantenerlo. Le lotte duravano poco perché era il più veloce degli avversari. Prima ancora di rendersi conto dell'accaduto, i cani si trovavano feriti a sangue, quando non dovevano riconoscersi battuti prima ancora di cominciare a combattere. Zanna Bianca imponeva ai compagni una disciplina rigida quanto quella che gli dei avevano imposto a lui. Non concedeva loro nessuna libertà e gli dovevano il massimo rispetto. Fra loro, i suoi compagni potevano fare quello che volevano; ciò non lo riguardava. Ma dovevano lasciarlo stare e riconoscere la sua superiorità. Era sufficiente che qualcuno irrigidisse le gambe o mostrasse la punta di una zanna o arruffasse un po' il pelo perché lui si lanciasse sull'incauto, persuadendolo, senza pietà e con fulminea rapidità, dello sbaglio commesso col suo comportamento provocante. Era un tiranno feroce, che opprimeva i deboli con spirito di vendetta. Non per nulla, nei primi mesi della sua vita, si era trovato di fronte alla spietata lotta per la vita, quando con sua madre, senz'altro aiuto, era riuscito a sopravvivere, circondato da una feroce ostilità. Non per nulla aveva imparato a rendere leggero il suo passo, quando una creatura più forte gli passava vicino. Opprimeva il debole, ma rispettava il forte: e durante il lungo viaggio con Castoro Grigio cercava di passare inosservato fra i cani adulti, negli accampamenti che incontravano. I mesi passavano e il viaggio di Castoro Grigio continuava. Zanna Bianca era diventato più forte e anche il suo sviluppo mentale era quasi completo. Aveva imparato a conoscere perfettamente il mondo in cui viveva, un mondo crudele e brutale, un mondo senza calore, senza tenerezze, senza affetti, un mondo in cui non esistevano la dolcezza e l'allegria. Egli non provava affetto per Castoro Grigio: era un dio, sì, ma un dio selvaggio. Zanna Bianca ne riconosceva il potere, ma era un potere basato su un'intelligenza superiore e sulla forza bruta. Vi era qualcosa, nella natura di Zanna Bianca, che faceva sì che egli desiderasse di sottomettersi a questa supremazia; ma vi erano in lui degli abissi inesplorati. Una parola gentile di Castoro Grigio, una carezza avrebbero potuto penetrare in quegli abissi e avrebbero potuto risvegliare sentimenti sopiti. Ma Castoro Grigio non faceva mai carezze, non diceva mai parole gentili. La sua supremazia era selvaggia e selvaggiamente egli amministrava la giustizia col randello, punendo ogni trasgressione e premiando il merito non con la benevolenza, ma col non infliggere la punizione. Così Zanna Bianca non conosceva la gioia che può dare la mano di un uomo. Anzi, non amava affatto le mani degli uomini: anche se talvolta porgevano il cibo, molto più spesso somministravano delle punizioni dolorose.
34 Bisognava tenersi lontani dalle mani degli uomini, che lanciavano pietre, maneggiavano randelli e fruste e sapevano picchiare. In altri accampamenti aveva conosciuto le mani dei bambini e aveva imparato che potevano fare molto male. Una volta un bimbetto che stava appena in piedi per poco non gli cavò un occhio; perciò Zanna Bianca guardava con molta diffidenza i bambini e non li poteva soffrire. Un giorno, in un villaggio sulle rive del Great Slave Lake, egli si trovò a dover modificare la legge che aveva imparato da Castoro Grigio, e cioè che il delitto più imperdonabile era di mordere un dio. In questo villaggio, così come facevano sempre i cani in tutti i campi, Zanna Bianca se ne andò in giro in cerca di cibo. Un ragazzo stava spaccando con un'ascia della carne congelata di alce e dei pezzetti volavano intorno nella neve. Zanna Bianca si fermò e cominciò a mangiare quei frammenti di carne: ma improvvisamente vide il ragazzo deporre la scure e afferrare un randello. Zanna Bianca balzò lontano, appena in tempo per schivare il colpo. Il ragazzo lo inseguì e il lupetto, che non conosceva il villaggio, si trovò di colpo bloccato fra due capanne e un alto terrapieno. Non aveva via di scampo: l'unica era tra le due capanne, ma era sbarrata dal ragazzo. Questi, col randello alzato, pronto a colpire, avanzò verso la sua vittima. Zanna Bianca era furibondo, arruffava il pelo e ringhiava: il suo senso di giustizia era offeso. Conosceva la legge secondo cui tutti gli scarti della carne, come quei pezzetti di alce congelato, appartenevano al cane che li trovava. Non aveva fatto niente di male, non aveva infranto nessuna legge: eppure questo ragazzo voleva picchiarlo. Zanna Bianca non si rese neppure conto di quello che fece, in un impeto di rabbia. E tutto si svolse con una tale rapidità che neppure il ragazzo si rese conto di quello che era successo. Tutto quello che sapeva era che si era trovato di colpo rovesciato nella neve e che la mano che impugnava il randello era stata squarciata dalle zanne del lupetto. Ma Zanna Bianca sapeva di aver infranto la legge degli dei: aveva osato affondare le zanne nella carne sacra di uno di loro e doveva attendersi la punizione più terribile. Fuggì vicino a Castoro Grigio e si rannicchiò fra le sue gambe, cercando protezione, quando il ragazzo, che era stato morsicato, venne con la famiglia a reclamare vendetta. Ma se ne andarono insoddisfatti, perché Castoro Grigio, Mit-sah e Kloo-kooch difesero Zanna Bianca. Il lupetto, ascoltando il vivace scambio di parole tra le due parti e osservando il gesticolare arrabbiato dei familiari del ragazzo, capì che il suo atto veniva giustificato dai suoi padroni. E in questo modo imparò che c'erano due tipi di dei: gli dei suoi padroni, e gli altri. E la differenza era grande. Dagli dei suoi padroni doveva accettare tutto, le cose giuste e quelle non giuste. Ma non era obbligato a subire ingiustizie da parte degli altri dei: e poteva anche ribellarsi e azzannare. Anche questa era una legge degli dei.
35 Quel giorno stesso Zanna Bianca doveva imparare qualche altra cosa riguardo a quella legge. Mit-sah andò tutto solo a raccogliere della legna nel bosco e là incontrò il ragazzo che era stato morsicato, insieme ad altri compagni. Corsero tra loro delle parole vivaci: poi, tutti insieme, i ragazzi si scagliarono su Mit-sah. Da tutte le parti gli piovvero addosso colpi e il povero ragazzo se la stava vedendo brutta. In un primo tempo, Zanna Bianca rimase fermo a guardare: non era affar suo, ma era una faccenda che riguardava gli dei. Ma poi si rese conto che stavano malmenando Mit-sah, uno dei suoi dei particolari. Il lupetto non fu spinto da un impulso ragionato, ma da un impeto di rabbia folle, che lo fece balzare in mezzo alla mischia. Cinque minuti dopo, tutt'intorno vi erano ragazzi che fuggivano precipitosamente, e molti di loro perdevano sangue da varie ferite: le zanne del lupetto non erano rimaste inoperose! Mit-sah, tornato all'accampamento, raccontò, la storia ai suoi genitori e Castoro Grigio ordinò che fosse data molta carne a Zanna Bianca: e il lupetto, satollo, mentre sonnecchiava vicino al fuoco, capì che la legge imparata al mattino aveva ricevuto la conferma. Come conseguenza di queste esperienze, Zanna Bianca imparò la legge della proprietà e il dovere di difendere la proprietà. Dalla protezione del corpo di un suo dio alla protezione dei beni degli dei suoi padroni, il passo era breve: ed egli fece questo passo. Doveva difendere contro tutto il mondo quello che apparteneva ai suoi dei, anche a costo di dover azzannare un altro dio. E questo atto non era soltanto sacrilego, ma anche pericoloso: perché tutti gli dei erano potenti e un cane ben poco poteva contrapporre alla loro potenza. Eppure Zanna Bianca imparò ad affrontarli con un coraggio bellicoso: il senso del dovere soffocò la paura e gli dei-ladri impararono a stare lontani da ciò che apparteneva a Castoro Grigio. Zanna Bianca imparò presto anche un'altra cosa e cioè che un dioladro era generalmente vile e pronto a fuggire al primo allarme. Castoro Grigio compariva quasi subito appena Zanna Bianca dava l'allarme e il lupo capì quindi che il ladro fuggiva non per paura di lui, ma per paura di Castoro Grigio. Zanna Bianca non abbaiava, per avvertire il padrone, poiché egli non abbaiava mai. Il suo metodo era di scagliarsi sull'intruso e, se riusciva, di azzannarlo. Il suo carattere tetro e solitario e il fatto che non stesse mai con gli altri cani, lo rendevano particolarmente adatto a custodire i beni del padrone: questo incarico lo rese ancora più feroce e più solitario. I mesi passavano rafforzando sempre più il patto tra il cane e il padrone. Era sempre il vecchio patto di quando il lupo aveva abbandonato il "Wild" e si era sottomesso all'uomo. Come avevano già fatto gli altri lupi e i cani selvaggi, anche Zanna Bianca accettò questo patto. I termini del patto erano semplici: in cambio di un po' di carne cedeva la propria libertà; cibo e fuoco, protezione e compagnia: questi erano i doni che egli riceveva dal suo dio.
36 La primavera era vicina, quando il lungo viaggio di Castoro Grigio ebbe termine. Era aprile e Zanna Bianca aveva ormai un anno, quando rientrarono nel villaggio da cui erano partiti e Mit-sah tolse i finimenti al lupetto. Benché fosse ancor lontano dal suo pieno sviluppo, Zanna Bianca, subito dopo Lip-lip, era il cucciolo più grosso del villaggio. Ma non era ancora molto robusto: era esile e snello e la sua forza era più nervosa che fisica. Aveva il pelo grigio, caratteristico dei lupi e sotto tutti gli aspetti era un lupo autentico. Quel che di cane aveva ereditato da Kiche non aveva per nulla influito sul suo fisico, pur rivelandosi nel suo sviluppo mentale. Girovagò per il villaggio, riconoscendo gli dei che aveva conosciuti prima del lungo viaggio. E c'erano anche i cuccioli, cresciuti anch'essi, e i cani adulti che ora gli sembravano meno grossi e formidabili di una volta. Non li temeva più come prima e si muoveva in mezzo a loro con una certa disinvolta tranquillità, per lui nuova e piacevolissima. C'era Baseek, un vecchio cane grigio che un tempo, solo scoprendo le zanne, faceva indietreggiare tremante Zanna Bianca. Da lui il lupetto aveva imparato a rendersi conto della sua piccolezza: e proprio a causa di quel cane, Zanna Bianca doveva accorgersi ora del cambiamento che era avvenuto in lui. Gli anni avevano indebolito Baseek, mentre Zanna Bianca stava diventando sempre più forte. Era stato ucciso un alce e Zanna Bianca si era preso uno zoccolo e un pezzo di tibia a cui era attaccata anche della carne. Mentre gli altri cani si azzuffavano, egli si era nascosto dietro ad un cespuglio e stava mangiando la sua parte, quando Baseek gli si precipitò addosso. Prima di rendersi conto di quello che stava facendo, il lupetto aveva azzannato due volte l'intruso ed era balzato indietro. Baseek, stupefatto della temerità dell'avversario e della rapidità dell'attacco, rimase fermo, guardando stupidamente il lupetto: fra loro stava il pezzo di tibia mezzo scarnificato. Baseek era vecchio e aveva già dovuto amaramente costatare che quei cani, con cui prima faceva il bravaccio, ora erano cresciuti ed erano diventati più coraggiosi. In altri tempi sarebbe balzato, in un impeto di giusta collera, su Zanna Bianca. Ma ora non poteva più. Si limitò perciò ad arruffare il pelo e a guardare minacciosamente il lupetto; Zanna Bianca intanto, ripreso dal vecchio terrore, si fece piccolo piccolo e cominciò a cercare mentalmente un modo per battere in ritirata, non del tutto ignominiosamente. E proprio in questo momento Baseek commise un grave errore. Se si fosse accontentato di fissare il lupetto con uno sguardo minaccioso, tutto sarebbe andato bene: Zanna Bianca si sarebbe ritirato, lasciandogli l'osso. Ma Baseek, considerandosi ormai vittorioso, non seppe attendere e si avvicinò alla carne: l'annusò con noncuranza e Zanna Bianca arruffò il pelo. Anche ora Baseek avrebbe potuto riparare al suo errore e rimanere padrone della situazione, se fosse rimasto vicino alla carne, a testa alta.
37 Ma l'odore era troppo forte ed invitante ed egli si lasciò prendere dall'ingordigia e addentò un pezzo di carne. Questo era troppo per Zanna Bianca: non era proprio possibile che se ne stesse fermo, mentre un altro divorava il suo pasto. Balzò sull'intruso: un attimo dopo l'orecchio destro di Baseek era ridotto in brandelli. Non soltanto, ma gli attacchi del lupetto si ripeterono: Baseek fu rovesciato a terra e azzannato alla gola. Mentre cercava di rimettersi in piedi, Zanna Bianca gli affondò per ben due volte i denti nella spalla. La rapidità degli attacchi del lupetto era sorprendente. Il vecchio cane fece un inutile tentativo di azzannare Zanna Bianca, ma i suoi denti si richiusero nel vuoto, con un colpo secco. Un istante dopo, col naso lacerato, si allontanava dall'osso. La situazione era capovolta: Zanna Bianca se ne stava davanti con minaccioso cipiglio e pelo ritto, mentre Baseek, alla debita distanza, si preparava alla ritirata. Il grosso cane non osava dare battaglia al giovane lupo dai morsi fulminei, sentendo nuovamente e con più amarezza il peso dell'età. Cercò eroicamente di salvare la sua dignità: voltando tranquillamente le spalle al lupetto e all'osso, come se non fossero degni di considerazione, si allontanò a passi maestosi: e soltanto quando fu lontano, si fermò a leccarsi le ferite sanguinanti. Da questo scontro, Zanna Bianca trasse maggior fiducia in se stesso e più arroganza. Ormai poteva andarsene in mezzo agli altri cani, più anziani di lui, con minore prudenza, modificando a poco a poco il suo atteggiamento, un tempo sottomesso. Tuttavia non veniva meno a certe precauzioni, non andava cioè in cerca di guai; anzi, se ne guardava bene. Esigeva soltanto maggiore rispetto, accampando il diritto di andarsene indisturbato per la propria strada, senza dover cedere il passo a nessuno. Insomma, dovevano rispettarlo. Non gli andava di essere ignorato e tanto meno disprezzato, come lo erano gli altri cani della muta, che cedevano il passo e stavano alla larga dai cani più grossi, e se minacciati rinunciavano anche alla loro parte di cibo. Zanna Bianca invece, poco socievole, solitario, puntiglioso e attaccabrighe, di carattere strano e insensibile, ormai guardava a destra e a sinistra con aria di degnazione, accolto come uguale dai cani anziani, che avevano imparato a lasciarlo in pace, senza gesti ostili, ma anche senza espressioni di amicizia. Si lasciavano in pace a vicenda, ecco tutto. E questo stato di cose, dopo i primi scontri col lupetto, venne giudicato conveniente da ambo le parti e rispettato. Verso la metà dell'estate Zanna Bianca fece una nuova esperienza. Trotterellando per l'accampamento per andare a ispezionare una nuova tenda, innalzata mentre egli era via con la spedizione dei cacciatori, si imbatté in Kiche: si fermò e la guardò. Si ricordava di lei vagamente, ma era già qualcosa che se ne ricordasse. La lupa, invece, contrasse le labbra nel suo vecchio ringhio, e questo ringhio minaccioso e familiare rischiarò la memoria del lupetto.
38 Prima che egli conoscesse gli dei, Kiche era stata per lui il centro dell'universo. Sentì rinascere dentro di sé i vecchi sentimenti e con un balzo di gioia le corse incontro. Ma essa digrignò nuovamente i denti e scoprì le zanne fino alle gengive. Zanna Bianca non riusciva a comprendere e indietreggiò confuso e sbalordito. Ma non era colpa di Kiche: una lupa non può ricordare i suoi cuccioli nati un anno prima. Per lei Zanna Bianca era un intruso: ed essa doveva difendere dagli intrusi la sua nuova cucciolata. Uno dei cuccioli, dimenandosi, si avvicinò a Zanna Bianca: i due erano fratellastri, ma non lo sapevano... Il lupetto annusò con curiosità il cucciolo, ma Kiche si avventò di nuovo su di lui, azzannandolo per la seconda volta. I vecchi ricordi morirono di nuovo e tornarono a seppellirsi nel dimenticatoio da dov'erano stati da poco evocati. Zanna Bianca guardò ancora una volta in direzione di Kiche, che di tanto in tanto smetteva di leccare il cucciolo per ringhiare contro di lui. Egli comprese la lezione: sua madre non era più niente per lui, dal momento che ormai poteva fare da sé. Nel nuovo mondo nel quale si era collocato, non vi era posto per lei, così come non c'era più posto per lui nella vita di Kiche. Rimase fermo ancora un poco, confuso e stupito: ma Kiche lo attaccò per la terza volta, cercando di cacciarlo via. Ed egli si lasciò cacciare via: Kiche era una femmina della sua stessa razza e la legge voleva che i maschi non lottassero con le femmine. Egli non conosceva per esperienza questa legge: la conosceva per quell'istinto che di notte lo faceva ululare verso la luna e le stelle e che gli faceva temere la morte e l'ignoto. Passarono i mesi e Zanna Bianca diventò sempre più forte. Il suo corpo si appesantì. Anche il carattere si forgiò secondo le caratteristiche della sua razza e dell'ambiente. Era per natura di temperamento plasmabile come l'argilla. L'ambiente adattava quest'argilla dandole la forma adatta alla vita che conduceva. Così, se Zanna Bianca non si fosse mai fermato accanto al focolare dell'uomo, il "Wild" lo avrebbe trasformato in un lupo perfetto. Ma gli dei gli avevano preparato un ambiente assai diverso dal "Wild", e diventò un cane con i connotati del lupo; ma era più cane che lupo. In tal modo, le caratteristiche ereditarie e l'influenza dell'ambiente, armonizzandosi, avevano dato al carattere di Zanna Bianca una forma tutta particolare. Fatalmente, diventò più rissoso, più solitario e feroce, e gli altri cani capirono che era meglio essere in pace con lui e non in guerra, e Castoro Grigio lo apprezzava sempre più di giorno in giorno. Zanna Bianca sembrava forte sotto tutti i punti di vista, ma soffriva invece di una debolezza invincibile. Non poteva sopportare di essere deriso. La risata degli uomini era una cosa odiosa. Essi potevano ridere di qualsiasi cosa: egli non se ne curava affatto. Ma se ridevano di lui, subito era preso da una rabbia feroce. Era sempre grave, dignitoso, tetro, ma una risata lo rendeva frenetico fino al punto di rendersi ridicolo.
39 Guai al cane che in quel momento gli desse noia! Zanna Bianca aveva tre anni, quando una grave carestia si abbatté sul campo degli Indiani del Mackenzie. D'estate il pesce venne a mancare e nell'inverno le renne cambiarono direzione nella annuale migrazione. Gli alci erano scarsi, i conigli sparirono quasi completamente, gli animali carnivori si divorarono fra loro. Solo i forti sopravvissero. Anche gli dei di Zanna Bianca erano degli animali che vivevano di caccia e i più vecchi e i più deboli morirono di fame. Nell'accampamento si udivano soltanto gemiti: le donne e i bambini si dovevano privare di quel poco che avevano per nutrire gli esausti cacciatori che erravano nelle foreste, cercando inutilmente della selvaggina. Gli dei erano arrivati ad un punto tale di fame, che mangiavano la pelle dei loro mocassini, mentre i cani divoravano i loro finimenti e persino le fruste di cuoio. Poi i cani cominciarono a divorarsi l'un l'altro e anche gli dei uccisero e mangiarono i loro cani. I cani che sopravvissero capirono: e alcuni di loro, i più audaci e i più saggi, abbandonarono i fuochi degli uomini e l'accampamento, divenuto un macello, per fuggire nei boschi, dove finirono col morire di fame o con l'essere divorati dai lupi. In quel periodo di carestia anche Zanna Bianca fuggì nei boschi. L'esperienza fatta durante l'infanzia lo aveva preparato alla lotta per la vita meglio degli altri cani. Diventò particolarmente abile nel tendere agguati agli animali piccoli. Era capace di starsene nascosto e immobile per molte ore, seguendo i movimenti di uno scoiattolo e attendeva con pazienza, grande quanto la sua fame, che l'animaletto si arrischiasse a scendere a terra. E neanche allora gli saltava addosso: solo quando era assolutamente sicuro che lo scoiattolo non avesse alcuna probabilità di rifugiarsi nel tronco di un albero, spiccava il salto in avanti, fuori dal proprio nascondiglio, simile a un proiettile, tanta era la sua rapidità, e non mancava mai il bersaglio, perché lo scoiattolo, per quanto veloce fosse, non lo era quanto lui. Benché Zanna Bianca avesse sempre partita vinta con queste bestiole, doveva tuttavia fare i conti, per poter campare con quel nutrimento, con la scarsità degli scoiattoli. Così fu costretto a dare la caccia ad animali ancor più piccoli. La fame si fece così acuta che Zanna Bianca arrivò persino a stanare dai loro sotterranei rifugi anche le talpe. Né esitò a ingaggiare la lotta con una donnola, affamata quanto lui, ma più cattiva di lui. In un momento di carestia particolarmente terribile, egli ritornò ai fuochi degli dei, ma non si avvicinò troppo. Continuò a vagabondare nella foresta, saccheggiando le trappole, quando riusciva a trovarvi qualcosa. Una volta saccheggiò persino una trappola di Castoro Grigio, che aveva catturato un coniglio. Un giorno Zanna Bianca incontrò un lupo, magro e sparuto. Se non fosse stato affamato, Zanna Bianca sarebbe andato con lui e si sarebbe forse unito al branco dei suoi fratelli selvaggi.
40 Ma la fame lo spinse ad inseguire il giovane lupo, ad ucciderlo e a mangiarlo. Sembrava che la fortuna lo favorisse: sempre, quando sentiva più forte il morso della fame, trovava qualche animale da uccidere. Ed era anche fortunato perché, quando era debole, non si imbatteva mai in un animale più grosso di lui. Così, quando fu assalito da una torma di lupi affamati, egli era sazio e forte per essersi divorato, in due giorni, una lince. Fu un inseguimento lungo e terribile, ma egli era meglio nutrito di loro e finì col distanziarli: non soltanto, ma, ritornando sui suoi passi, trovò uno dei suoi esausti inseguitori e lo abbatté. Dopo di che, egli abbandonò quei luoghi e ritornò nella valle in cui era nato. Qui, nella vecchia tana, incontrò Kiche. Anche essa aveva abbandonato i fuochi inospitali degli uomini ed era tornata al vecchio rifugio per mettere al mondo un'altra cucciolata. Soltanto uno dei suoi piccoli era ancora vivo, ma non era destinato a vivere a lungo. Kiche lo accolse in modo non certo affettuoso, ma Zanna Bianca non se ne preoccupò. Si allontanò e risalì il torrentello. Trovò la vecchia tana della lince che un giorno sua madre aveva uccisa e qui si fermò e si riposò per un giorno. Al principio dell'estate, durante gli ultimi giorni della carestia, incontrò Lip-lip che, fuggito nei boschi, aveva vivacchiato miseramente. Zanna Bianca si imbatté in lui d'improvviso. Sgambettando in opposte direzioni, lungo uno scosceso dirupo, oltre lo spigolo di una gran roccia, si trovarono uno di fronte all'altro. Entrambi si arrestarono allarmati, scambiandosi per un attimo occhiate diffidenti. Zanna Bianca era in condizioni eccellenti: la caccia era stata fruttuosa e in quella settimana aveva mangiato molto bene; era ancora pasciuto dell'ultima vittima divorata. Nell'istante in cui vide Lip-lip, il pelo gli si arruffò istintivamente lungo la schiena. Era la sensazione fisica, involontaria, dell'antica reazione che provava ai tormenti che gli infliggeva Lip-lip. Come nel passato, al vedere quell'odioso nemico arruffò il pelo e ringhiò. Ma senza perdere tempo agì fulmineamente, senza tentennamenti. Lip-lip cercò di indietreggiare, ma Zanna Bianca lo colpì con violenza, buttandoglisi addosso con tutto il peso del proprio corpo. Lip-lip perse l'equilibrio e si rovesciò sulla schiena. Zanna Bianca gli affondò i denti nella gola. Mentre Lip-lip agonizzava, Zanna Bianca gli girava intorno, osservando gli ultimi aneliti del nemico morente. Poi, riprese il cammino. Pochi giorni dopo, egli arrivò ai margini della foresta, dove una stretta radura scendeva, in un dolce pendio, al Mackenzie. Su quello spiazzo era già stato un tempo, ma allora l'aveva trovato deserto. Ora vi era un accampamento. Nascosto fra gli alberi, si fermò a studiare la situazione. Quello che vedeva e che udiva gli era familiare. Il vecchio villaggio aveva cambiato posto. Ma non si sentivano più gemiti, ora. Suoni lieti giungevano al suo orecchio: e nell'aria c'era odore di pesce. La carestia era finita e il cibo abbondava di nuovo.
41 Perché ora i cani lo odiavano; lo odiavano per le porzioni supplementari di carne che Mit-sah gli dava; lo odiavano per tutti i favori reali od immaginari di cui era colmato; lo odiavano perché correva alla testa della muta e perché la visione delle sue zampe posteriori in fuga li faceva impazzire. E Zanna Bianca ricambiava con tutto il suo ardore il loro odio. Non era affatto piacevole per lui essere il capo-muta. Dover correre avendo alle calcagna una muta di cani che egli per tre anni aveva sempre maltrattati e soggiogati, era una cosa quasi impossibile. Ma doveva sopportare, o soccombere: e la vita che palpitava in lui non aveva nessun desiderio di morire. Appena Mit-sah dava l'ordine della partenza, tutto il branco, con urli selvaggi, si gettava all'inseguimento di Zanna Bianca. Egli non aveva possibilità di difendersi. Se si fosse voltato verso i suoi inseguitori, Mit-sah l'avrebbe colpito con la frusta. Non poteva quindi far altro che correre... E così faceva, benché questo fosse contrario alla sua natura e al suo orgoglio. Ma non si possono soffocare gli impulsi della propria natura, senza che questa degeneri. L'istinto spingeva Zanna Bianca a balzare sulla muta che lo incalzava, ma, per volontà degli dei non poteva farlo, Così Zanna Bianca si rodeva e intanto si sviluppavano in lui un odio e una cattiveria proporzionati alla ferocia indomita della sua natura. Se mai vi fu un essere nemico della propria razza, questo fu Zanna Bianca. Non chiedeva e non concedeva grazia. Il suo corpo era continuamente lacerato dalle zanne dei cani della muta, ma anche i suoi denti lasciavano i segni sui suoi nemici. Contrariamente alla maggior parte dei capi-muta, che, appena veniva drizzato il campo e si toglievano i finimenti ai cani, si rifugiavano accanto agli dei, Zanna Bianca non cercava protezione. Girava baldanzoso per l'accampamento, vendicandosi di quello che aveva dovuto sopportare durante il giorno. Prima che egli fosse messo alla testa della muta, gli altri cani si tenevano lontani da lui. Ma ora era diverso. Eccitati dal lungo inseguimento, imbaldanziti dalla sensazione di superiorità che avevano provata durante il giorno, i cani non volevano cedergli il passo. Quando egli appariva in mezzo ad essi, c'era sempre qualche zuffa. Perfino l'aria che Zanna Bianca respirava era satura di odio e di cattiveria, e questo non faceva che accrescere l'odio e l'ostilità intorno a lui. Quando Mit-sah dava l'ordine di fermarsi, Zanna Bianca obbediva. In principio questo provocò una grande agitazione tra gli altri cani. Tutti avrebbero voluto scagliarsi sull'odiato capo-muta, ma dietro di lui era Mit-sah, con la lunga frusta in mano. Così i cani capirono che, quando la slitta si fermava, dovevano lasciare in pace Zanna Bianca. Ma se Zanna Bianca si fermava senza averne ricevuto l'ordine, allora era loro permesso di saltargli addosso e di ucciderlo, se riuscivano. Dopo alcune esperienze, Zanna Bianca non si fermò più, se non aveva ricevuto l'ordine. Imparava facilmente il lupo, ed era necessario, se voleva sopravvivere in un ambiente ostile.
42 Perciò quando essi mostravano i denti al lupo, si difendevano contro il potere di distruzione che si nascondeva in agguato tra le ombre della foresta e nel buio. Una cosa però riuscirono ad imparare i cani: a stare uniti fra loro. Zanna Bianca era troppo forte perché uno qualunque della muta osasse affrontarlo da solo. Soltanto uniti potevano affrontare il lupo, altrimenti sarebbero stati uccisi tutti, uno per volta, in una sola notte. Non ebbe quindi mai la soddisfazione di poter uccidere uno solo dei suoi nemici. A volte gli capitava di rovesciare sul dorso or l'uno or l'altro di questi, ma prima ancora che riuscisse ad azzannarlo alla gola, gli arrivava addosso tutta la torma. Al primo accenno di lotta, tutta la muta si raccoglieva intorno a lui pronta ad affrontarlo. Sovente i cani litigavano tra loro, ma quando si trattava di fare fronte comune contro Zanna Bianca lasciavano in disparte ogni loro discordia. Comunque non riuscivano mai ad avere partita vinta contro il lupo, per quanti sforzi facessero. Era troppo veloce, gagliardo e astuto. Andava in cerca di luoghi angusti, nei quali potersi guardare alle spalle, quand'essi tentavano di circondarlo. Quanto poi a rovesciarlo sulla schiena, non c'era uno solo di essi capace di riuscire in questa impresa. Teneva le gambe ben salde alla terra, con la stessa tenacia con cui si aggrappava alla vita. Capacità di correre e vita per lui erano la stessa cosa della incessante lotta con la torma, e di ciò soltanto lui, Zanna Bianca, poteva rendersene conto. Così egli divenne il nemico della propria razza, di quella razza di lupi addomesticati che, vivendo all'ombra della forza dell'uomo erano diventati più deboli. Zanna Bianca era crudele e implacabile e aveva dichiarato vendetta contro tutti i cani. Ed esercitava la sua vendetta in modo così terribile che Castoro Grigio, pur essendo egli stesso selvaggio e duro, non poteva non meravigliarsi della ferocia di Zanna Bianca. Egli giurava che mai, mai era esistito un cane simile; e gli Indiani dei villaggi in cui Castoro Grigio si fermava, dopo aver ascoltato il racconto delle stragi che Zanna Bianca faceva tra i cani, confermavano le sue parole. Zanna Bianca aveva quasi cinque anni, quando Castoro Grigio lo portò con sé in un lungo viaggio: e per molto tempo rimase vivo il ricordo della carneficina che il lupo fece tra i cani dei villaggi lungo il Mackenzie, fino allo Yukon. Quei cani non avevano alcun sospetto nei suoi riguardi, non conoscevano la rapidità fulminea e mortale dei suoi attacchi. Senza perdersi in preliminari, egli li assaliva e li uccideva, prima che essi si potessero render conto di quello che stava accadendo. Nella lotta Zanna Bianca rivelava un'abilità ed una scaltrezza non comuni. Non sprecava mai le sue forze, non si perdeva in zuffe inutili. Attaccava l'avversario con la rapidità del fulmine e, se falliva il colpo, si ritirava con la stessa rapidità. Come tutti i lupi, odiava la lotta corpo a corpo: temeva il contatto prolungato con un altro essere vivente, perché gli sembrava che in esso si nascondesse un pericolo.
43 I cani che egli incontrava avevano perciò ben poche speranze: il lupo riusciva sempre a sfuggire alle loro zanne. O riusciva ad abbatterli subito o si ritirava sempre incolume. Naturalmente, capitava qualche volta che parecchi cani riuscissero ad assalirlo e ad infliggergli una dura punizione prima che egli potesse fuggire: e qualche volta anche un cane, da solo, riusciva a lasciare dei segni profondi nelle carni del lupo. Ma erano casi rari. Di solito, era un lottatore così efficace che se ne andava indisturbato per la sua strada. Zanna Bianca aveva un'altra qualità, quella di saper valutare esattamente il tempo e la distanza. Non ne era cosciente, perché non poteva ovviamente misurare questi elementi. I suoi riflessi erano istintivi. I suoi occhi vedevano con esattezza e i nervi ottici trasmettevano fedelmente le immagini al cervello. Ogni parte del suo corpo era meglio sviluppata e più perfetta di quelle della media degli altri cani. Tra queste parti vi era perfetto coordinamento. Quando, prima dell'azione, gli occhi trasmettevano al cervello l'immagine mobile del nemico che stava per attaccarlo, il cervello, senza fatica, prendeva nota esatta dello spazio che delimitava il campo d'azione e del tempo che la lotta avrebbe richiesto. In tal modo riusciva a mandare a vuoto l'assalto e il morso dell'avversario, e al tempo stesso era in grado di indovinare l'attimo di tempo più propizio per sferrare a sua volta l'attacco. Per tutto questo non meritava certamente maggiori apprezzamenti che gli altri cani: non era merito suo, d'altronde; la natura era stata più generosa con lui, ecco tutto. Zanna Bianca arrivò a Fort Yukon durante l'estate. Castoro Grigio aveva attraversato il vasto spartiacque tra il Mackenzie e lo Yukon nel tardo inverno ed aveva trascorso la primavera cacciando tra le remote propaggini occidentali delle Montagne Rocciose. Poi, dopo il disgelo del Porcospino aveva costruito una canoa e seguito quel corso d'acqua fino alla sua congiunzione con lo Yukon proprio sotto il Circolo Artico. Qui era situato il vecchio forte della Hudson's Bay Company, dove erano già molti Indiani, cibo abbondante e un movimento straordinario. Era l'estate del 1898 e migliaia di cercatori d'oro stavano risalendo lo Yukon verso Dawson e verso il Klondike. Centinaia e centinaia di miglia li separavano ancora dalla meta e molti di quegli uomini erano in viaggio da un anno! Ognuno di essi aveva percorso almeno cinquemila miglia e alcuni provenivano addirittura dall'altro emisfero. Giunto al forte, Castoro Grigio si fermò. Gli era giunta voce di quella corsa verso la terra dell'oro ed egli era venuto con parecchie balle di pellicce, di guantoni e di mocassini. Non avrebbe affrontato un viaggio così lungo se non fosse stato quasi sicuro di ricavarne un bel guadagno. Ma quello che egli aveva sperato di guadagnare, era nulla in confronto di quello che realizzò. Nei suoi sogni più rosei, egli aveva pensato di guadagnare il cento per cento: e invece realizzò il mille per cento.
44 E, da vero indiano, si stabilì al forte, per poter svolgere con calma il suo commercio, deciso a fermarsi tutta l'estate e anche l'inverno, pur di far le cose con cura. Al forte Yukon, Zanna Bianca vide per la prima volta gli uomini bianchi. Egli si rese conto che appartenevano ad un'altra razza, una razza di dei superiori, che avevano un potere superiore a quello degli Indiani. Zanna Bianca non arrivò a questa conclusione attraverso un ragionamento: fu una sensazione immediata, null'altro. Come nella sua infanzia le grandi capanne degli Indiani lo avevano colpito come espressione di potenza, così ora fu colpito dalle case e dal forte stesso, costruiti con legno solido. Questa era una manifestazione di potere: gli dei bianchi erano forti. Erano padroni della materia ben più degli dei che egli aveva conosciuti: erano più potenti di Castoro Grigio che, al loro confronto, era un dio-bambino. A dire il vero tutto questo Zanna Bianca lo sentiva per intuizione, senza averne chiara coscienza. Le sue azioni erano infatti più istintive che ragionate: Zanna Bianca cominciò a misurare i propri atti con quelli degli uomini bianchi. All'inizio li osservava con diffidenza. Non poteva indovinare quale terribile sorpresa celassero e quali duri colpi potessero somministrare. Temendo di dare loro nell'occhio, Zanna Bianca aveva cominciato a spiarli da una certa distanza, accontentandosi dapprima di girare intorno, sorvegliandoli. Poi, notando che ai cani che li avvicinavano non accadeva niente di male, anche lui era andato loro vicino. Anche gli dei bianchi manifestarono molta curiosità nei riguardi di Zanna Bianca e, additandolo, commentarono il suo aspetto da lupo. Questo insospettì Zanna Bianca che, quando gli uomini cercarono di avvicinarsi, mostrò i denti e indietreggiò. Zanna Bianca imparò che soltanto una decina di quegli dei bianchi vivevano al forte. Ogni due o tre giorni un vapore (altra straordinaria manifestazione di potere) si accostava alla riva e si fermava parecchie ore: gli uomini bianchi scendevano dal vapore e poi si imbarcavano di nuovo e ripartivano. Quanti, quanti ne vide Zanna Bianca! Appena giunto, in un giorno solo vide un numero di uomini bianchi ben superiore al numero degli Indiani che aveva visti in cinque anni di vita, e di giorno in giorno avanzavano lungo il fiume altri dei bianchi, che sostavano prima di ripartire, sempre lungo lo Yukon, fino a sparire dalla vista. Se però gli dei bianchi erano onnipotenti, i loro cani non valevano molto: erano di cento razze diverse: alcuni avevano le zampe corte, troppo corte, altri troppo lunghe. Non erano coperti di una folta pelliccia, ma di un pelo corto e talvolta molto rado. Nessuno di essi sapeva combattere. Naturalmente Zanna Bianca, nemico della sua razza, cominciò ad assalire anche questi cani e subito li disprezzò per la loro incapacità. Erano delicati e senza risorse; facevano molto chiasso, si agitavano intorno all'avversario, cercando di compiere con la forza quanto egli riusciva a fare con l'astuzia e l'abilità.
45 Nessuno sapeva il suo vero nome e tutti lo conoscevano come Beauty Smith. Ma egli era tutt'altro che bello. Ebbe affibbiato quel nome per antitesi. Era brutto al superlativo. La natura era stata molto avara con lui. Aveva corporatura molto esile; e sopra quel misero tronco era collocata una testa stretta e magra, che pareva terminasse a punta. Infatti nella sua infanzia, prima che i compagni lo chiamassero Beauty, era stato soprannominato "Pinhead", Capocchia di spillo. La testa si attaccava al collo, nella parte posteriore, in maniera piatta, mentre nella parte anteriore declinava su una fronte bassa e notevolmente larga. A partire da questo punto, come se si fosse pentita della propria avarizia, la natura aveva forgiato i suoi lineamenti con mano pesante. Gli occhi erano molto grandi e tra essi la distanza era doppia del normale. La faccia, paragonata al resto, era enorme. Forse per creargli il necessario spazio di accesso, la natura l'aveva dotato di mascelle molto ampie, pesanti e grosse, protese in avanti e pendenti in basso, fin quasi ad appoggiarsi al petto. Forse l'impressione era causata dal fatto che il collo sottile pareva incapace di reggere un peso simile. Quelle mascelle davano un'impressione di feroce determinazione. Ma non sempre. Forse lo era per eccesso o forse le mascelle erano sproporzionate. Ad ogni modo si trattava di illusione. Beauty Smith era da tutti riconosciuto come l'essere più debole e più codardo. Per completare la descrizione, aveva denti larghi e giallognoli, e i canini, più larghi degli altri denti, sporgevano dalle sottili labbra come zanne. Gli occhi erano gialli e cisposi come se la natura, a corto di pigmenti, vi avesse fatto confluire tutti gli umori dei vasi sanguigni del volto. La stessa cosa valeva per i capelli, color giallo sporco, che sporgevano in ciuffi irregolari sulla fronte, come tanti fasci di grano sbattuti dal vento. Per dirla in breve, Beauty Smith era un mostro, ma dell'aspetto fisico non aveva colpa, perciò non era da biasimarsi. L'argilla era stata modellata così. Nel forte egli aveva il compito di cucinare per gli altri uomini, di lavare le stoviglie e di sbrigare le faccende. I suoi compagni non lo disprezzavano; lo tolleravano, piuttosto, per un senso di umanità, così come si tollerano tutte le creature bistrattate dalla natura. E poi lo temevano. Le collere di quell'essere vile potevano culminare in una fucilata nella schiena o nel mettere del veleno nel caffè. Ma qualcuno doveva pur cucinare; e ad onta di tutti i suoi difetti, Beauty Smith sapeva cucinare. Questo era l'uomo che ammirava Zanna Bianca e godeva dello spettacolo delle sue esibizioni di ferocia, provando una gran voglia di avere quel lupo per sé. Dapprima cercò di avvicinare Zanna Bianca, il quale finse però di non accorgersi di lui. Poi, quando gli approcci divennero più insistenti, Zanna Bianca al solo vederlo rizzava il pelo, digrignava i denti e si allontanava. Quell'uomo non gli piaceva. Emanava cattivo odore. Sentiva in lui il male e ne temeva la mano protesa e le blandizie del linguaggio.
46 Era proprio per questo che lo odiava. Per le creature più semplici, il bene e il male sono cose che si intuiscono in maniera semplice. Il bene è in tutte le cose che infondono gioia e soddisfazione e danno sollievo alla sofferenza. Perciò il bene è preferito. Il male è invece in tutte le cose che recano affanno e sono cariche di minaccia e provocano ferite; perciò il male è odiato. Le sensazioni che Zanna Bianca avvertiva di quest'uomo erano cattive. Dal suo corpo deforme e dalla sua mente contorta salivano, come le mefitiche esalazioni della malaria da una palude, le emanazioni del male che portava dentro di sé. Zanna Bianca capiva, non col ragionamento né mediante uno dei cinque sensi, ma da sensazioni sconosciute e nascoste, che quell'uomo era la stessa cosa del male, ed era una perenne minaccia di dolore, perciò una cosa cattiva, che era saggio odiare. Quando Beauty Smith fece la sua prima visita all'accampamento di Castoro Grigio, Zanna Bianca era presente. Quando ancora l'uomo non si vedeva, Zanna Bianca, dal rumore dei passi, capì chi stava arrivando e arruffò il pelo: poi si alzò e strisciò fino al limite opposto del campo. Non sapeva di che discutessero i due uomini, ma li vedeva chiacchierare. Una volta l'uomo bianco puntò il dito verso di lui e Zanna Bianca ringhiò come se quella mano stesse per toccarlo. L'uomo rise e Zanna Bianca fuggì nei boschi, voltando ogni tanto la testa per osservare. Castoro Grigio rifiutò di vendere il cane: era diventato ricco coi suoi commerci e non aveva bisogno di nulla. Inoltre, Zanna Bianca era un animale di valore, il più forte cane da slitta che egli avesse mai posseduto e il miglior capo-muta. E poi, non c'era un cane come lui né sul Mackenzie né sullo Yukon. Era un combattente straordinario e uccideva i cani con la stessa facilità con cui gli uomini ammazzano le zanzare. (Gli occhi di Beauty Smith ebbero un guizzo mentre la sua lingua impaziente lambiva le labbra sottili). No, Zanna Bianca non era in vendita, a nessun prezzo. Ma Beauty Smith conosceva gli Indiani. Continuò a far visita a Castoro Grigio e ogni volta portava, nascosta sotto il cappotto, una bottiglia nera. Una delle prerogative del whisky è quella di dare una gran sete. Castoro Grigio cominciò a provare quella sete. Le mucose infiammate dell'esofago e dello stomaco richiedevano ancora e ancora quel liquido ardente: il suo cervello era sconvolto dall'insolito stimolante, ed egli sarebbe ricorso a qualsiasi mezzo pur di ottenerlo. Il denaro ricavato dalla vendita delle pellicce, dei guanti, dei mocassini, cominciò a sfumare. Man mano che sparivano i soldi, veniva meno la volontà di Castoro Grigio. Alla fine il denaro, i beni e la volontà se ne andarono del tutto. Non gli rimase altro che la sua sete, una tirannica padrona che lo angariava sempre più a ogni sospiro che faceva. Fu a questo punto che Beauty gli parlò della vendita di Zanna Bianca; ma questa volta il prezzo venne stabilito in bottiglie e non in dollari, e le orecchie di Castoro Grigio furono più inclini ad ascoltare.
47 Una sera Zanna Bianca rientrò all'accampamento e si accucciò con un sospiro di sollievo: l'odiato dio bianco non c'era. Poiché negli ultimi giorni quell'uomo aveva cercato con maggiore insistenza di mettergli le mani addosso, Zanna Bianca era stato costretto a tenersi lontano dall'accampamento. Non sapeva quale pericolo gli potesse venire da quelle mani, ma sapeva che qualcosa lo minacciava e che era meglio stare lontano dal dio bianco. Ma si era appena accucciato, quando Castoro Grigio gli si avvicinò barcollando e gli legò intorno al collo una correggia di cuoio: poi gli si sedette vicino, tenendo in mano l'altra estremità della cinghia. Nell'altra mano teneva stretta una bottiglia da cui, ogni tanto, beveva. Passò un'ora, d'un tratto il rumore dei passi sul terreno preannunciò l'arrivo di qualcuno. Zanna Bianca lo udì per primo e rizzò il pelo avendolo riconosciuto, mentre Castoro Grigio se ne stava seduto mezzo inebetito. Il lupo cercò di sfilare la correggia dalla mano del padrone; ma le dita, che avevano allentato la presa, si strinsero con maggior forza e Castoro Grigio si alzò. Beauty Smith entrò nell'accampamento e si fermò davanti a Zanna Bianca. Il lupo ringhiò, osservando le mani del dio bianco. Ecco, una di queste cominciò a scendere sulla sua testa: il ringhio si fece più feroce. La mano continuò a calare e il lupo, improvvisamente, aprì la bocca per mordere: ma i suoi denti si richiusero con un colpo secco, poiché la mano si era ritirata in tempo. Beauty Smith era spaventato e furibondo. Castoro Grigio diede un colpo sulla testa di Zanna Bianca, che si accucciò in atto di rispettosa obbedienza. Zanna Bianca seguiva ogni movimento con sguardo sospettoso. Vide Beauty Smith andarsene e tornare quasi subito con un grosso randello. Poi Castoro Grigio gli porse il capo della correggia. Beauty Smith si mosse per andarsene. La correggia si tese. Zanna Bianca fece resistenza. Allora Castoro Grigio lo colpì a destra e a sinistra per indurlo ad alzarsi e a seguire il nuovo padrone. Zanna Bianca obbedì, ma per balzare addosso a quell'estraneo che cercava di condurlo via. Beauty Smith non si scansò. Si aspettava quella reazione. Manovrò il randello bloccando a mezz'aria l'assalto del lupo e facendolo stramazzare al suolo. Castoro Grigio rise e scosse la testa in segno di approvazione. Beauty Smith tirò di nuovo la correggia e Zanna Bianca gli si avvicinò zoppicando e strisciò ai suoi piedi. Zanna Bianca non ripeté l'assalto. Una randellata gli era stata più che sufficiente a convincerlo che il dio bianco sapeva come trattarlo ed egli dal canto suo era troppo saggio per lottare contro l'ineluttabile. Così si mise a seguire, tristemente e con la coda tra le gambe, borbottando contro se stesso, Beauty Smith. Costui però non gli toglieva gli occhi di dosso e teneva il randello sempre pronto. Al forte, Beauty Smith lo legò solidamente e andò a dormire. Zanna Bianca attese per un'ora. Poi afferrò tra i denti la correggia e dieci secondi dopo era di nuovo libero.
48 Zanna Bianca diede un'occhiata al forte, drizzando il pelo e ringhiando, poi trotterellò verso l'accampamento di Castoro Grigio. Egli sentiva di non dovere alcuna fedeltà a quell'altro dio straniero e terribile. Si era sottomesso a Castoro Grigio e si considerava sempre sua proprietà. Ma quello che era accaduto si ripeté: Castoro Grigio lo legò di nuovo e lo riconsegnò la mattina dopo a Beauty Smith, il quale lo bastonò furiosamente. Così legato com'era, il lupo non poté far altro che tenersi la propria rabbia e subire la punizione. Randello e frusta furono usati entrambi su di lui e così dovette sperimentare il peggiore castigo della sua vita. Perfino la gran bastonatura che gli aveva inflitto Castoro Grigio, quand'era ancora un cucciolo, era niente al paragone di quella. Beauty Smith godette immensamente nell'infliggere il castigo: egli era crudele come soltanto i codardi sanno esserlo. Strisciante ed umile di fronte alle minacce di un uomo, si vendicava sulle creature più deboli di lui. Non potendo esercitare alcun potere tra gli uomini, si rifaceva sulle creature inferiori: ma non era colpa sua. Era venuto al mondo con un corpo deforme e con un'intelligenza bruta e il mondo certo non aveva contribuito a plasmare la sua natura. Zanna Bianca sapeva la ragione della punizione. Quando Castoro Grigio gli aveva legato una cinghia al collo e lo aveva consegnato a Beauty Smith, egli aveva capito che il suo dio voleva che egli andasse con l'uomo bianco. Quando Beauty Smith lo aveva legato fuori del forte, egli aveva capito che il dio bianco voleva che egli rimanesse in quel posto. Egli aveva disobbedito alla volontà di entrambi e meritava il castigo. Tempo addietro aveva visto i cani cambiare padrone e quando fuggivano venivano riacchiappati e bastonati come era capitato a lui. Egli era saggio, ma nella sua natura vi erano forze più potenti della sua saggezza. Una di queste era la fedeltà. Egli non amava Castoro Grigio e tuttavia gli rimaneva fedele, nonostante la sua cattiva volontà e la collera. Non poteva fare a meno di lui. La fedeltà era una delle qualità che distingueva la sua dalle altre razze; era la qualità che aveva trasformato il lupo e il cane selvatico in compagni dell'uomo, dopo aver abbandonato la vita libera. Dopo la bastonatura, Zanna Bianca fu trascinato di nuovo al forte. Questa volta però Beauty Smith lo legò a un palo. Ma non si rinuncia tanto facilmente a un dio, questo era il problema di Zanna Bianca. Castoro Grigio era il suo dio, e a dispetto della stessa volontà di Castoro Grigio, Zanna Bianca si sentiva sempre strettamente legato a lui e non voleva lasciarlo. Castoro Grigio l'aveva maltrattato e abbandonato, ma tutto questo non poteva influire su di lui. Non per niente gli si era sottomesso anima e corpo. La sottomissione di Zanna Bianca era stata incondizionata, e quel legame non poteva essere sciolto così facilmente. Così nella notte, mentre gli uomini del forte dormivano, Zanna Bianca cominciò a rosicchiare il bastone che lo tratteneva.
49 Sotto il dominio del dio pazzo, Zanna Bianca diventò un demonio incarnato. Incatenato, era stato rinchiuso in un recinto e Beauty Smith veniva continuamente a molestarlo e lo rendeva furioso, tormentandolo in mille modi meschini. L'uomo scoprì ben presto la suscettibilità di Zanna Bianca al riso e cominciò a burlarlo e a deriderlo. Puntando il dito verso il lupo, rideva forte, in modo sprezzante: Zanna Bianca perdeva allora il lume della ragione e, in quegli impeti di rabbia, era più pazzo quasi di Beauty Smith. Prima Zanna Bianca era stato il nemico della sua razza: ora divenne nemico di tutte le cose, e più feroce di prima. Per tutti i tormenti che doveva sopportare, cominciò ad odiare ogni cosa, ciecamente, senz'ombra di ragionamento. Odiava la catena che lo tratteneva, gli uomini che lo guardavano curiosamente attraverso le sbarre del recinto, odiava i cani che accompagnavano quegli uomini e che ringhiavano contro di lui. Odiava persino il legno del recinto che lo imprigionava. Ma, sopra ogni altra cosa, odiava Beauty Smith. D'altra parte, il dio bianco agiva in questo modo con uno scopo... Un giorno parecchi uomini si radunarono intorno al recinto: Beauty Smith entrò col randello in mano e tolse la catena dal collo di Zanna Bianca. Quando il suo padrone se ne fu andato, il lupo cominciò a correre nel recinto, cercando di lanciarsi contro gli uomini che erano fuori. Era magnifico e terribile; non aveva un'oncia di grasso superfluo, era tutto muscoli, ossa e nervi. La porta del recinto venne riaperta. Zanna Bianca si fermò: stava succedendo qualcosa di insolito. Attese. Ed ecco, un cane enorme venne lanciato nell'interno, mentre la porta del recinto si richiudeva con violenza. Zanna Bianca non aveva mai visto un cane del genere - era un mastino -, ma la mole e l'aspetto feroce dell'intruso non lo spaventarono. Questo era finalmente un essere vivente, non legno o ferro, su cui poteva sfogare il suo odio. Balzò contro l'avversario, squarciandogli il collo con le zanne. Il mastino scosse la testa, ringhiò e si precipitò contro Zanna Bianca. Ma il lupo balzava ora di qua, ora di là, sfuggendo sempre agli assalti dell'avversario, attaccandolo a sua volta ed azzannando con una rapidità fulminea e balzando indietro tempestivamente. Gli uomini di fuori gridavano ed applaudivano, mentre Beauty Smith, con sguardo estatico, contemplava le ferite e gli squarci che coprivano il corpo del mastino. L'avversario di Zanna Bianca era spacciato sin dall'inizio: era troppo massiccio e troppo lento e alla fine, mentre Beauty Smith respingeva Zanna Bianca col randello, fu trascinato fuori del recinto dal suo padrone. Furono pagate le scommesse e delle monete tintinnanti caddero nelle mani di Beauty Smith. Da quel giorno Zanna Bianca cominciò ad attendere ansiosamente che davanti al suo recinto si riunissero degli uomini. Questo significava che un combattimento era in vista: e tutto l'odio che ribolliva in lui poteva trovare uno sfogo soltanto quando il suo padrone introduceva nel recinto un altro cane.
50 A volte Zanna Bianca si inferociva e ringhiava contro quegli stranieri; a volte, tranquillamente sdraiato, li studiava con una fredda espressione di odio. Ma perché li odiava? Non si era mai posto questa domanda: egli conosceva soltanto l'odio, ormai. La vita era diventata un inferno per lui. Non era fatto per essere rinchiuso, per essere tormentato e deriso dagli uomini che circondavano la gabbia. Ora invece veniva trattato a quel modo. La gente lo guardava con curiosità e per farlo ringhiare infilava dei bastoni tra le sbarre della gabbia e si prendeva gioco di lui. Quegli uomini erano ormai il suo ambiente e stavano forgiando in lui un carattere diverso, molto più feroce di quanto la natura non avesse predisposto. Tuttavia la natura lo aveva fatto assai malleabile. Mentre al suo posto qualsiasi altro animale sarebbe morto o si sarebbe spezzato, egli invece si seppe adattare e rimanere in vita, senza perdersi d'animo. Probabilmente Beauty Smith, un vero demonio e aguzzino, sarebbe stato capace di piegare la sua volontà, ma per il momento non vi era nessun sintomo di riuscita. Se Beauty Smith era come posseduto da uno spirito del male, altrettanto si poteva dire di Zanna Bianca: e i due demoni che erano in loro si odiavano con una selvaggia ferocia. Prima, Zanna Bianca era sempre stato saggio e si era sottomesso ad un uomo con un randello in mano: ma ora, soltanto la vista di Beauty Smith bastava per farlo andare su tutte le furie. E anche dopo essere stato abbattuto dal randello, continuava a ringhiare e a mostrare le zanne. Le bastonate potevano abbattersi su di lui nel modo più terribile, egli continuava a ringhiare: e quando Beauty Smith rinunciava a un'ulteriore punizione e si ritirava, quel ringhio di sfida lo seguiva, mentre Zanna Bianca si lanciava contro le sbarre, ringhiando tutto il suo odio. Il vapore giunse a Dawson e Zanna Bianca scese a terra: ma continuò a vivere in una gabbia, circondato da visi curiosi. Veniva esposto al pubblico e bisognava pagare per poterlo vedere. Il lupo non aveva un attimo di tranquillità. Se si accucciava per dormire, lo punzecchiavano con dei bastoni aguzzi e, per rendere lo spettacolo più interessante, era continuamente aizzato affinché montasse in furia. Ma ancor peggiore era l'atmosfera in cui doveva vivere. Era considerato la più terribile tra le bestie feroci e questa considerazione gli arrivava attraverso le sbarre della gabbia. Ogni parola, ogni cauto gesto da parte degli uomini, lo convincevano sempre più della propria ferocia. Così si gettava legna al fuoco ardente della sua fierezza. Tutto questo non poteva che approdare a un solo risultato, che divenne cioè feroce e questa sua ferocia crebbe sempre più. E ciò era un'altra prova della malleabilità del suo temperamento, che poteva essere plasmato dalle influenze ambientali. Naturalmente, doveva anche sostenere dei combattimenti, di tanto in tanto. Quando si trovava un avversario capace di affrontarlo, Zanna Bianca veniva tolto dalla gabbia e portato nei boschi, a poche miglia dalla città.
51 Questo accadeva generalmente di notte, in modo da evitare un incontro con la polizia. Alle prime luci, giungevano gli spettatori e il cane che doveva combattere col lupo. Così egli si batté con cani di ogni razza in una terra selvaggia, tra uomini selvaggi: e il combattimento era quasi sempre all'ultimo sangue. Logicamente, dato che Zanna Bianca continuava a battersi, erano sempre i suoi avversari che venivano uccisi. Egli non aveva mai conosciuto la disfatta. Le sue esperienze di quand'era cucciolo e doveva lottare contro Lip-lip e contro l'intera muta degli altri cani gli riuscivano adesso molto utili. Nessun cane riusciva a rovesciarlo sulla schiena, poiché le sue zampe erano tenacemente attaccate al suolo. La tattica preferita dai suoi avversari era quella di buttarglisi addosso con violenza, con un balzo diretto e improvviso, per sorprenderlo alle spalle e mandarlo a gambe all'aria. Cani del Mackenzie, cani esquimesi e del Labrador, tutti ci provavano contro di lui, ma invano. Egli non perdeva mai l'equilibrio. Gli uomini si passavano la parola e ogni volta si aspettavano di vederlo cadere; ma Zanna Bianca disattese sempre le loro previsioni. C'era poi la sua fulminea rapidità che gli dava un immenso vantaggio sui suoi avversari. Per quanto grande fosse la loro esperienza in fatto di combattimenti, non avevano mai visto un cane che si muovesse con tanta rapidità. Occorreva infatti tenere conto della rapidità dei suoi attacchi. La maggior parte dei cani si perdeva nei preliminari, come ringhiare, arruffare il pelo, guaire, e così venivano rovesciati sulla schiena e colpiti mortalmente, prima ancora di aver dato inizio alla lotta vera e propria senza essersi potuti riprendere dalla sorpresa. Questo avvenne così spesso, che gli spettatori presero l'abitudine di trattenere Zanna Bianca finché il suo avversario non fosse stato pronto per la lotta. Ma il più grande vantaggio di Zanna Bianca era dato dalla sua esperienza: aveva combattuto tante e tante battaglie e conosceva ogni trucco, ogni metodo di attacco. Nessun cane poteva vantare un'esperienza come la sua. A poco a poco i combattimenti diminuirono: non era possibile trovare un avversario degno di lui e Beauty Smith era costretto a lanciargli contro dei lupi, catturati per lui dagli Indiani. Una volta Zanna Bianca si trovò di fronte una grossa lince femmina e dovette lottare per la vita. Erano due avversari degni l'uno dell'altro, sia per la rapidità degli attacchi che per la ferocia: e la lince aveva il vantaggio di combattere non soltanto con i denti, ma anche con gli artigli. Ma anche la lince fu vinta e i combattimenti cessarono. Zanna Bianca rimase esposto al pubblico fino a primavera, quando giunse a Dawson un certo Tim Keenan. Con lui giunse il primo bulldog, razza che non era mai stata vista nel Klondike. Era inevitabile che Zanna Bianca dovesse scontrarsi con questo nuovo arrivato: e per una settimana l'atteso combattimento fu, in una determinata categoria di persone, l'argomento più importante di ogni conversazione.
52 Ma Cherokee non sembrava troppo ansioso di battersi. Voltava indietro la testa, guardava gli spettatori che gridavano, dimenava il suo moncone di coda. Non aveva paura, era soltanto pigro. E poi, non gli sembrava possibile che il suo avversario fosse quel cane che gli era davanti. Non era abituato a combattere con cani di quella razza e aspettava che gli spettatori portassero il vero avversario. Allora Tim Keenan gli si avvicinò e, piegandosi su di lui, cominciò ad accarezzarlo contro pelo, con dei movimenti che erano come spinte leggere. Cherokee cominciò a brontolare: vi era una corrispondenza ritmica tra quei brontolii e i movimenti della mano dell'uomo. Il brontolio si accentuava alla fine di ogni carezza, poi diminuiva, per ricominciare, aumentando di intensità, ad ogni nuova carezza. Tutto questo ebbe il suo effetto su Zanna Bianca: il pelo gli si rizzò sul collo e sulle spalle. Tim Keenan diede un'ultima spinta al suo cane e si ritirò. Allora Zanna Bianca scattò e dalla folla si alzò un urlo di ammirazione. Con un balzo felino egli aveva superato la distanza che lo separava dall'avversario: e con la rapidità di un gatto lo aveva azzannato ed era balzato indietro. Da uno squarcio nel collo tozzo del bulldog il sangue colava abbondantemente. Ma il cane non vacillò, non ringhiò: si voltò e cominciò ad inseguire Zanna Bianca. La rapidità dell'uno e la stabilità dell'altro avevano eccitato lo spirito del pubblico e nuove scommesse venivano lanciate, altre venivano aumentate. Più volte Zanna Bianca si lanciò, affondò le zanne nelle carni dell'avversario e si ritirò illeso: - e ogni volta quello strano cane ricominciava il suo inseguimento, senza fretta e senza eccessiva lentezza, ma con ferma decisione come se si trattasse di un programma da svolgere per intero. C'era nella sua tattica un proposito ben determinato: come una cosa che doveva fare e che intendeva senz'altro portare a compimento, o un proposito dal quale niente avrebbe potuto distrarlo. Tutto il suo comportamento e ogni suo atto erano preordinati a questo suo proposito. Zanna Bianca era perplesso. Non aveva mai incontrato un cane simile, con le carni molli, non protette da un folto mantello, che sanguinavano facilmente, un cane che sembrava incapace di difendersi, che non gridava come gli altri cani, ma incassava in silenzio tutti i colpi, senza però abbandonare l'inseguimento. Non era lento, Cherokee: correva e girava abbastanza velocemente, ma Zanna Bianca non era mai a tiro. Anche Cherokee era perplesso: non si era mai battuto con un cane che non si lasciasse mai prendere. Questo stava sempre ad una certa distanza e, quando si lanciava e azzannava, lasciava immediatamente la presa e balzava indietro. Ma Zanna Bianca non riusciva a raggiungere la gola dell'avversario: il bulldog era troppo basso e la sua mandibola massiccia serviva di protezione al punto più vulnerabile. Cherokee sanguinava abbondantemente da parecchi squarci aperti nella testa e nel collo, ma non mostrava nessun turbamento.
53 In quel momento, Zanna Bianca balzò su di lui e gli strappò un orecchio, già ridotto in brandelli. Cherokee riprese il suo inseguimento e, correndo all'interno del cerchio che Zanna Bianca stava descrivendo, si lanciò cercando di afferrare il lupo alla gola. Ma mancò il colpo per un pelo e Zanna Bianca si mise in salvo. Il tempo passava e Zanna Bianca continuava nei suoi assalti, infliggendo ogni volta una nuova ferita. Ed il bulldog continuava ad inseguirlo, convinto che, presto o tardi, avrebbe potuto attuare il suo proposito e afferrare l'avversario in una stretta mortale. Nello stesso tempo accettava tutte le punizioni che l'altro gli infliggeva. Le sue orecchie erano ormai a brandelli, il collo e le spalle avevano vari squarci e anche le labbra erano ferite e sanguinanti; tutto questo era dovuto a quei morsi fulminei che l'avversario non preveniva né schivava. Parecchie volte Zanna Bianca aveva cercato di rovesciare a terra Cherokee, ma la differenza di statura era troppo grande. Cherokee era troppo tozzo, troppo basso. Finalmente si presentò a Zanna Bianca una buona occasione: Cherokee aveva la testa voltata e una spalla non riparata. Il lupo si lanciò, ma il suo balzo fu troppo alto e lo slancio lo portò ad oltrepassare il corpo dell'avversario. Per la prima volta nella sua storia di combattente, si vide Zanna Bianca perdere l'equilibrio. A mezz'aria, con uno sforzo terribile, riuscì a girarsi, raddrizzandosi in parte e cadde pesantemente su un fianco. Un attimo dopo era in piedi, ma in quell'attimo i denti di Cherokee lo avevano stretto alla gola. Non era una buona presa, poiché era troppo bassa, verso il petto: ma il bulldog non mollò. Zanna Bianca cominciò a rotear vorticosamente su se stesso, cercando di liberarsi da quel peso che lo faceva impazzire. Quel corpo aggrappato al suo petto gli impediva ogni libertà di movimento, era come una trappola: ed il suo istinto si ribellava. Zanna Bianca era diventato come pazzo: dominato soltanto dal desiderio di vivere, non ragionava più. La sua mente era ottenebrata dalla cieca bramosia di vita del suo corpo, della sua carne. Continuò a roteare su se stesso, ma il bulldog non abbandonava la presa. Cherokee cercava ogni tanto di posare a terra le zampe, ma un attimo dopo era di nuovo trascinato in aria dalle pazze rotazioni di Zanna Bianca. Il bulldog capiva che non doveva abbandonare la presa e qualche volta chiudeva persino gli occhi, lasciandosi sballottare di qua e di là, senza badare al dolore procuratogli da quei movimenti vorticosi. Zanna Bianca si fermò soltanto quando non ne poté più. Non poteva far nulla per liberarsi e non riusciva a capire. Mai, mai gli era capitata una cosa simile. Si appoggiò su un fianco, ansando. Cherokee, senza abbandonare la presa, cercò di rovesciarlo completamente: ma il lupo resistette e intanto sentiva che le mascelle dell'avversario si allentavano un attimo, per poi richiudersi, come in un movimento di masticazione. Ogni movimento faceva sì che la stretta terribile si avvicinasse alla gola del lupo.
54 L'occasione gli si era presentata quando Zanna Bianca si era fermato. Mentre Zanna Bianca si dimenava, Cherokee si accontentava di trattenerlo. L'unico punto dell'avversario che Zanna Bianca potesse raggiungere coi denti era la parte posteriore del collo: e qui gli conficcò le zanne, aprendo dei nuovi squarci. Ma il bulldog intanto era riuscito a rovesciarlo sul dorso e gli stava sopra. Come un gatto, Zanna Bianca piegò le zampe posteriori e cominciò a lacerare con gli artigli l'addome del bulldog. Cherokee sarebbe stato sventrato se, con un rapido movimento, non si fosse portato di fianco dell'avversario, senza abbandonare la presa. Non era possibile sfuggire a quella morsa, inesorabile come il Fato, che si avvicinava alle grosse vene del collo. L'unica cosa che salvava dalla morte Zanna Bianca era la pelle floscia del collo ed il folto pelo che lo ricopriva ed impediva ai denti del bulldog di giungere al punto vitale. Ma a poco a poco Cherokee approfondiva la presa e Zanna Bianca si sentiva soffocare. Sembrava che la battaglia fosse ormai quasi finita. I sostenitori di Cherokee erano esultanti, quelli di Zanna Bianca erano depressi e rifiutavano scommesse a dieci, venti contro uno. Un solo uomo fu così pazzo da accettare una scommessa a cinquanta contro uno: quest'uomo era Beauty Smith. Egli fece un passo nell'interno del cerchio e puntò il dito contro Zanna Bianca: poi cominciò a ridere con disprezzo di lui. Questo produsse l'effetto desiderato e Zanna Bianca diventò pazzo di rabbia. Radunò tutte le sue forze e riuscì a rialzarsi, ricominciando poi a girare su se stesso e cercando di liberarsi da quella stretta terribile. Alla fine ricadde a terra, esausto: e il bulldog approfondì la presa, fin quasi a strozzare Zanna Bianca. Cominciarono a scrosciare gli applausi e Cherokee rispose agli urli dei suoi sostenitori scodinzolando, senza però distrarsi dal suo compito. Tra la sua coda e i denti non intercorreva alcuna relazione di simpatia. La prima poteva agitarsi quanto voleva, ma i denti non avrebbero mollato la terribile morsa alla gola di Zanna Bianca. Ma in quel momento qualcosa venne a distrarre l'attenzione degli spettatori. Si udì un tintinnio di campanelli e delle grida di uomini. Tutti, tranne Beauty Smith, guardarono con apprensione, temendo un intervento della polizia. Videro invece comparire, dalla parte opposta della città, due uomini con slitte e cani. Vedendo tutta quella folla, fermarono i cani e si avvicinarono per vedere la ragione di quella generale eccitazione. Il conducente della slitta aveva i baffi: l'altro, più giovane e più alto, era sbarbato e aveva la pelle arrossata dalla lunga corsa. Zanna Bianca aveva cessato, si può dire, di lottare. A stento riusciva ad inspirare un po' d'aria e la stretta inesorabile diventava sempre più profonda. Nonostante la protezione del pelo folto, la grossa vena del collo sarebbe già stata aperta da parecchio tempo se, al primo attacco, il bulldog non si fosse aggrappato troppo in basso, quasi sul petto.
55 Zanna Bianca, vedendo avvicinarsi Weedon Scott, cominciò ad arruffare il pelo e a ringhiare, come se volesse avvertirlo che non si sarebbe rassegnato alla punizione. Erano passate ventiquattr'ore da quando aveva azzannato quella mano, che ora, bendata, era sostenuta al collo da una sciarpa per fermare il sangue. In passato Zanna Bianca aveva provato cosa vuol dire il differimento di qualche punizione e adesso temeva proprio che gli stesse per succedere questo. Poteva forse essere diversamente? Aveva commesso qualcosa che ai suoi occhi pareva un sacrilegio, affondando i denti nelle carni di un dio, anzi di un dio superiore, perché bianco. Era nella natura delle cose e nella consuetudine dei suoi rapporti con gli dei che qualcosa di terribile stesse per succedergli. Il dio si sedette ad una certa distanza: in questo non vi era nulla di pericoloso. Quando gli dei devono infliggere una punizione, stanno in piedi. Per di più, questo dio non aveva né randello, né frusta, né armi da fuoco. E poi, egli era libero, non era più legato e avrebbe avuto il tempo di mettersi in salvo, se il dio si fosse alzato. Nel frattempo, sarebbe stato a vedere... Il dio rimaneva tranquillo ed immobile e il ringhio di Zanna Bianca si trasformò lentamente in un sordo brontolio, fino a cessare del tutto. Poi il dio cominciò a parlare e, al primo suono di quella voce, il pelo si rizzò sul dorso di Zanna Bianca e il brontolio riprese, cupo, continuo. Ma il dio non fece nessun movimento ostile e continuò, calmo, a parlare. E la voce dell'uomo e il brontolio del cane continuarono ad innalzarsi all'unisono. Ma il dio continuava a parlare a Zanna Bianca come nessuno mai gli aveva parlato: e parlava con una dolcezza che, misteriosamente, giungeva al cuore di Zanna Bianca. E, contrariamente a quanto gli suggeriva il suo istinto, Zanna Bianca cominciò ad avere fiducia in quel dio. Provava un senso di sicurezza, confortata dalle sue precedenti esperienze con gli uomini. Dopo qualche tempo, il dio si alzò ed entrò nella baracca: quando ne uscì, Zanna Bianca lo guardò con timore; ma l'uomo non aveva in mano né un randello, né una frusta, né un fucile. Si sedette, come prima, ad una certa distanza e offrì al lupo un pezzetto di carne. Zanna Bianca drizzò le orecchie e guardò sospettosamente quello che gli veniva offerto, senza però perdere di vista il dio e pronto a balzare lontano al primo segno ostile. Ma evidentemente la punizione era ancora differita. Il dio si limitava semplicemente a porgergli un pezzo di carne che non doveva nascondere nessun pericolo. Ma Zanna Bianca era ancor pieno di diffidenza e non la toccò. Gli dei sono onniscienti e non si poteva prevedere quale brutto tiro fosse in agguato dietro l'apparente innocuità del pezzo di carne. Nelle sue esperienze passate, soprattutto con le donne indiane, vi era spesso stata una disastrosa relazione fra carne e punizione. Finalmente, il dio gettò la carne nella neve, ai piedi di Zanna Bianca: egli la annusò, pur continuando a guardare il dio.
56 Non avvenne nulla. Allora afferrò la carne e la inghiottì. E non avvenne nulla... Ora il dio gli offriva un altro pezzo di carne: di nuovo egli si rifiutò di prenderla dalla mano e di nuovo gli fu gettata. Questo si ripeté parecchie volte: ma finalmente il dio si rifiutò di gettargliela e la tenne in mano, offrendogliela. La carne era buona e Zanna Bianca aveva fame. A poco a poco, con molta circospezione, si avvicinò alla mano e finalmente si decise a prendere il pezzetto di carne, senza abbandonare con gli occhi il dio. Un sordo brontolio gli gorgogliava in gola, come un avvertimento che egli non avrebbe tollerato nessuno scherzo. Pezzo per pezzo mangiò tutta la carne e non avvenne nulla. La punizione era ancora rinviata. Si leccò le labbra e attese. Il dio continuava a parlare e nella sua voce vi era tanta dolcezza, cosa che Zanna Bianca non conosceva affatto. E in lui sorsero sensazioni non mai provate: si rese conto di provare una strana soddisfazione, come se gli venisse dato qualcosa di cui aveva bisogno, come se si stesse colmando un vuoto del suo essere. Ma i suoi istinti, le passate esperienze risorsero a metterlo in guardia: gli dei erano astuti e ricorrevano ai mezzi più impensati per raggiungere i loro scopi. Ecco, l'aveva immaginato! La mano, la mano del dio stava scendendo sulla sua testa!... Ma il dio continuava a parlare e la sua voce era dolce e carezzevole. La mano minacciava, ma la voce ispirava fiducia. Zanna Bianca era combattuto da impulsi contrastanti. Gli sembrava di non poter resistere allo sforzo di doversi dominare, perché le due forze istintive e contrarie, ognuna delle quali cercava di emergere, lo lasciavano in una involontaria indecisione. Finì col ricorrere a un compromesso: ringhiò, arruffò il pelo, tese le orecchie, ma non azzannò la mano né fuggì via. Intanto la mano scendeva, gli si avvicinava sempre più fino a sfiorargli il pelo arruffato. Zanna Bianca si accucciò e la mano lo inseguì. Raggomitolandosi su se stesso, rabbrividì, sforzandosi di non perdere il proprio controllo. Quella mano già lo toccava, facendo violenza ai suoi istinti. Era un tormento. Non si poteva pretendere che in un solo giorno egli dimenticasse tutto il male che la mano degli uomini gli aveva fatto. Ma tale era il volere del dio ed egli si sforzò di sottomettersi. La mano si alzava e scendeva, carezzando: ed ogni volta che la mano si alzava, il pelo si rizzava. Ogni volta che la mano si abbassava, le orecchie del lupo si abbassavano e un cupo brontolio gorgogliava nella sua gola. Zanna Bianca continuava a brontolare, avvertendo in questo modo che era pronto a vendicarsi se il dio gli avesse fatto del male. Non si poteva mai sapere quando un dio avrebbe svelato il suo scopo recondito. In qualsiasi momento quella voce dolce, che ispirava fiducia, poteva cambiare tono, cedendo il posto ad uno scoppio di collera e quella mano morbida e carezzevole poteva serrarsi come una morsa per immobilizzarlo e infliggergli la punizione. Ma il dio continuava a parlare dolcemente e la mano continuava ad accarezzare.
57 Questo sentimento si manifestò in lui come una sensazione di vuoto, un vuoto famelico, doloroso, struggente, che voleva essere colmato. Era un tormento, un'inquietudine cui dava sollievo soltanto la presenza del nuovo dio. Allora, l'amore diventava una gioia, una felicità selvaggia e ardente, che lo faceva fremere. Ma appena il dio si allontanava, la sofferenza e l'inquietudine lo sopraffacevano ancora e quel vuoto si spalancava, angoscioso e quella fame struggente ricominciava a tormentarlo. Si stava svolgendo, in Zanna Bianca, un processo importantissimo: egli stava scoprendo se stesso. La sua natura, benché non sembrasse più suscettibile di trasformazioni e benché egli non fosse più un cucciolo, stava espandendosi. In lui sbocciavano nuovi sentimenti e impulsi strani. Il vecchio codice che regolava la sua vita, la sua condotta, stava trasformandosi: prima, egli amava i suoi comodi, odiava le sofferenze e aveva quindi uniformato a queste idee le sue azioni. Ora, tutto era cambiato: un nuovo sentimento era sorto in lui e per questo, molte volte, rinunciava ai suoi comodi e affrontava la sofferenza, per amore del suo dio. Nelle prime ore del mattino, per esempio, invece di vagabondare in cerca di cibo o di poltrire in un comodo angoletto, era capace di aspettare per ore ed ore sulla comoda piattaforma davanti alla porta della baracca, per vedere il viso del suo dio. Di notte, quando il suo dio tornava a casa, Zanna Bianca abbandonava la calda buca che si era scavata nella neve, per ricevere un colpetto amichevole e una parola di saluto. Ed era persino capace di rinunciare alla carne, pur di stare col suo dio, per ricevere una carezza o accompagnarlo in città. La "simpatia" si era trasformata in "amore"... Amore, Weedon Scott aveva lasciato cadere nei più intimi recessi della natura di Zanna Bianca: e da quelle profondità, in cambio, era scaturito quel nuovo sentimento: amore. Quello che gli era stato dato, egli ricambiava... Quell'uomo era veramente un dio, un dio di amore, splendente, nella cui luce la natura di Zanna Bianca sbocciava e si espandeva come un fiore sotto i raggi del sole. Ma Zanna Bianca non era capace di esprimere i suoi sentimenti: era troppo padrone di sé, troppo chiuso nel suo isolamento. Troppo a lungo si era barricato dietro la sua sdegnosa, tetra indifferenza. Non aveva mai abbaiato in vita sua e non poteva imparare ora ad abbaiare in segno di saluto, quando il suo dio si avvicinava. Non era mai né eccessivo né pazzo nell'esprimere il suo amore. Non correva mai incontro al suo dio. Aspettava sempre ad una certa distanza: ma non mancava mai di attenderlo... Il suo amore era una specie di culto silenzioso, un'adorazione muta. Solo con lo sguardo, che non abbandonava mai un istante il suo dio, che ne seguiva ogni movimento, egli esprimeva il suo amore. Qualche volta, quando il suo dio lo guardava e gli parlava, egli sembrava angosciato, imbarazzato, poiché l'amore, che cercava di esprimersi, cozzava contro la sua incapacità fisica che gli impediva di esprimerlo. Imparò ad adattarsi alla sua nuova vita.
58 Zanna Bianca, già adattabile per natura, aveva viaggiato molto e imparato quanto fosse necessario possedere la capacità di adattamento. Ora a Sierra Vista - così si chiamava la tenuta del giudice Scott - Zanna Bianca cominciò ben presto a sentirsi a suo agio. Non vi furono più scontri gravi con gli altri cani. Egli si era loro imposto quando aveva accompagnato gli dei nell'interno della casa. Gli dei avevano sanzionato la sua presenza ed essi, i cani degli dei, non potevano far altro che accettare la loro decisione. Dick, dopo qualche piccola manifestazione ostile, si rassegnò ad accettare Zanna Bianca come aggiunto. Se fosse dipeso da Dick, essi sarebbero diventati buoni amici, ma Zanna Bianca era contrario alle amicizie. Tutto quello che chiedeva agli altri cani era di essere lasciato in pace. Durante tutta la sua vita si era sempre tenuto lontano dalla sua razza e desiderava continuare a starsene lontano. Gli approcci di Dick lo infastidivano e lo cacciò via ringhiando. Nel Nord, già aveva imparato che bisognava lasciar tranquilli i cani del padrone e ricordava la lezione: però era geloso del suo isolamento, non voleva che la sua solitudine venisse turbata. Così Dick non si interessò più di Zanna Bianca. Con Collie le cose andavano ben diversamente. Da una parte essa lo tollerava perché protetto dai padroni; ma non era questa una buona ragione per lasciarlo in pace. In lei insorgevano i ricordi degli atroci crimini perpetrati dai lupi ai danni dei suoi antenati. Non bastava un giorno per dimenticare le stragi di pecore. Tutti questi ricordi la spingevano alla rappresaglia, ma non poteva farla in presenza degli dei che lo proteggevano; questo però non le impedì di rendergli difficile la vita in mille modi. Rancori secolari li dividevano, e Collie fece di tutto per far capire a Zanna Bianca di non essersene dimenticata. Ed essa, abusando del privilegio del suo sesso, non perdeva nessuna occasione per balzare addosso a Zanna Bianca, quando, naturalmente, gli dei non erano vicini. Il lupo offriva ai suoi denti aguzzi le spalle protette dal pelo foltissimo e poi si allontanava con passi maestosi. Quando essa mordeva troppo forte, egli si metteva a girare, mantenendo le spalle rivolte verso la cagna e a testa alta, mentre i suoi occhi assumevano un'espressione paziente e al tempo stesso seccata. Sovente un morso nelle zampe posteriori lo costringeva a una ritirata precipitosa, per quanto dignitosa. Per norma Zanna Bianca si sforzava di mantenere un contegno solennemente maestoso, e per quanto possibile cercava di evitare gli incontri con Collie, alzandosi e andandosene appena la sentiva o la vedeva arrivare. Zanna Bianca doveva imparare molte cose, a Sierra Vista, dove la vita era ben più complicata che nella terra del Nord. Prima di tutto dovette imparare a conoscere la famiglia del suo padrone. Come Mit-sah e Kloo-kooch appartenevano a Castoro Grigio e dividevano il suo cibo, il suo fuoco e le sue coperte, così ora, a Sierra Vista, tutti gli abitanti della casa appartenevano al suo padrone.
59 E vi erano molte persone in casa. C'erano il giudice Scott e sua moglie. C'erano le due sorelle del suo padrone, Beth e Mary. E la moglie del padrone, Alice, e i loro bambini, Weedon e Maud, due frugoletti di quattro e sei anni. Nessuno poteva fargli capire tutto questo, poiché egli non sapeva nulla sui vincoli di sangue e sulle parentele. Egli si rese però subito conto che tutte queste persone appartenevano al suo padrone. Poi, a poco a poco, osservandole attentamente, studiandone i gesti, le parole e persino la intonazione della voce, capì il grado di familiarità che le legava al suo padrone e l'affetto di cui godevano presso il suo dio. Fatta questa classificazione, egli le trattò in conformità. Tutto quello che era caro al suo padrone, doveva essere caro anche a lui ed egli doveva averne cura. Così avvenne coi due bambini. Egli aveva sempre detestato i bimbi: aveva odiato e temuto le loro mani, dopo le dure esperienze fatte nei villaggi degli Indiani. La prima volta che Weedon e Maud gli si avvicinarono, egli li accolse con un ringhio e con uno sguardo feroce. Ma il padrone l'aveva rimproverato ed egli aveva sopportato le loro carezze, pur continuando a brontolare: e nel suo brontolio non vi era nessuna nota di gioia. In seguito, però, egli aveva visto che i due bimbi erano molto cari al suo padrone. E da allora non furono più necessari i rimproveri, quando i due piccini si avvicinavano per accarezzarlo. Zanna Bianca non era certo troppo espansivo. In principio sopportò le carezze e i giochi dei bambini senza eccessivo entusiasmo, come se si trattasse di una dolorosa operazione. Quando non ne poteva più, si alzava e se ne andava lontano da loro. Ma dopo un poco cominciò ad amarli, senza tuttavia riuscire a manifestare i propri sentimenti. Non andava loro incontro, ma aspettava che venissero da lui. E qualche tempo dopo, nei suoi occhi si poteva scorgere una luce di gioia quando essi si avvicinavano ed un'espressione di rincrescimento quando si allontanavano attratti da qualche altro giuoco. Tutte queste cose, per potersi sviluppare, richiesero molto tempo. Nella sua considerazione, subito dopo i bambini veniva il giudice Scott. Vi erano, per questo, due motivi. Prima di tutto perché era evidente che il suo padrone lo teneva in gran conto, e poi perché era molto riservato. A Zanna Bianca piaceva allungarsi ai suoi piedi sulla terrazza, mentre egli leggeva il giornale e rivolgeva ogni tanto al lupo un'occhiata o una parola, facendogli così capire, senza alcun segno di fastidio, che ne ammetteva la presenza. Ma questo avveniva soltanto quando il suo padrone non era vicino. Appena egli compariva, tutti gli altri cessavano di esistere agli occhi di Zanna Bianca. Zanna Bianca permetteva a tutti i membri della famiglia di accarezzarlo: ma a nessuno di loro diede mai quello che dava al suo padrone. Solo con lui, nel suo brontolio, risonava la nota di gioia, solo con lui si abbandonava completamente, nascondendo la testa sotto il suo braccio, con un gesto di assoluta fiducia e di completa sottomissione.
60 Zanna Bianca riuscì presto a capire la differenza tra i membri della famiglia e la servitù di quella casa. I membri di questa avevano di lui un vero terrore, benché egli si guardasse bene dal toccarli, per il semplice fatto che considerava tutta quella gente come proprietà del padrone. Tra Zanna Bianca e la servitù si era stabilita invece una semplice neutralità. I servi cucinavano per il padrone, gli lavavano la biancheria e compivano tutti quei lavori come aveva fatto Matt, nel Klondike. In breve, la servitù era parte integrante della proprietà del padrone. Anche fuori di casa vi erano moltissime cose da imparare. Il regno del padrone era immenso, ma aveva anch'esso i suoi confini. La proprietà finiva alla strada provinciale. Al di là era il dominio comune a tutti gli dei, vie e strade. Poi, segnate da altri recinti, vi erano le proprietà private di altri dei. Moltissime leggi regolavano tutte queste cose. Naturalmente, Zanna Bianca, non potendo capire i discorsi degli dei, aveva un solo mezzo per imparare queste leggi: l'esperienza. Egli obbediva ai suoi impulsi naturali, finché questi lo portavano a violare qualche legge. Dopo aver ripetuto qualche volta lo stesso errore, egli imparava la legge e vi si uniformava. Ma, per la sua educazione, i mezzi più efficaci erano gli scappellotti del padrone e i suoi rimproveri. L'amore che egli nutriva verso il suo dio era tale che un suo scappellotto gli faceva molto più male di tutte le percosse di Castoro Grigio e di Beauty Smith. Quelli avevano colpito soltanto la sua carne, facendola dolorare: ma sotto la carne lo spirito fremeva, invincibile. I colpetti del suo padrone erano troppo leggeri per fare male alla carne: il dolore però penetrava profondamente in lui... Quei colpetti esprimevano la disapprovazione del padrone, e lo spirito di Zanna Bianca si piegava sotto quel biasimo, soffrendo intensamente. A dire il vero, raramente gli giungeva questa punizione. In generale, era sufficiente la voce del padrone. Dal tono di quella voce, Zanna Bianca capiva se aveva fatto qualcosa di male o se aveva agito bene, e in base a quella voce egli regolava le sue azioni. Nel Nord, l'unico animale addomesticato era il cane. Tutti gli altri animali vivevano allo stato selvaggio ed erano una preda legittima per tutti i cani. Ora, Zanna Bianca non riusciva a capire come nel Sud le cose fossero diverse. Ma doveva impararlo ben presto, nella nuova residenza nella Valle di Santa Clara. Una mattina, girando intorno alla casa, si imbatté in una gallina scappata dal pollaio. L'istinto gli diceva di mangiarsela. Due salti, un balenar di zanne, uno strido di terrore e la gallina avventurosa aveva finito di vivere. Era una bestia ben nutrita, grassa e tenera: Zanna Bianca si leccò le labbra. Più tardi, in quello stesso giorno, trovò un'altra gallina sperduta vicino alle stalle. Uno dei garzoni accorse: egli non sapeva quale sangue scorresse nelle vene di Zanna Bianca e arrivò, brandendo un frustino. Al primo colpo, il lupo lasciò stare la gallina, per assalire l'uomo.
61 Ma Zanna Bianca era stordito dal gran numero di leggi e questo lo faceva spesso sbagliare. Aveva imparato a non toccare le galline. Ma c'erano poi anche i gatti, i conigli, i tacchini, tutti animali che dovevano essere lasciati in pace. La sua impressione era dunque questa: tutte le creature viventi dovevano essere lasciate in pace. Una quaglia poteva volargli sotto il naso, senza essere toccata: coi nervi tesi e tremando di desiderio, riusciva a dominare i suoi istinti e a non muoversi, obbedendo così al volere degli dei. Poi un giorno, in un prato, vide Dick levare una lepre ed inseguirla. Il padrone osservava la scena, senza intervenire. Anzi, incoraggiò Zanna Bianca a partecipare all'inseguimento. Così imparò che per le lepri non esisteva alcun divieto. E alla fine, riuscì a capire del tutto la legge. Non doveva esistere dell'ostilità fra lui e gli animali domestici. Era necessario che regnasse, se non proprio l'amicizia, almeno una certa neutralità. Ma gli altri animali, scoiattoli, quaglie, conigli selvatici, erano creature del "Wild" e non avevano nessun legame con gli uomini; costituivano quindi una legittima preda per ogni cane. Gli dei proteggevano soltanto gli animali domestici, tra i quali era proibito ogni atto ostile e mortale. Gli dei avevano potere di vita o di morte sui loro sudditi e di questo potere erano gelosi. Dopo l'esperienza di vita semplice nelle terre del Nord, quella nella Valle Santa Chiara parve assai complicata a Zanna Bianca. Tra le cose principali richieste dalla civiltà c'era il controllo di se stessi e la rinuncia: insomma si doveva mostrare una grande padronanza, lieve come il battito di un'ala e robusta come l'acciaio, allo stesso tempo. La vita ora gli si manifestava sotto molteplici aspetti e Zanna Bianca dovette imparare a tener conto di tutti. Quando scendeva in città, a San José, o correva dietro alla carrozza del padrone oppure se ne stava in ozio lungo la strada durante le soste della carrozza, la vita scorreva in modo misterioso, multiforme e varia, costringendolo a una continua repressione dei suoi impulsi naturali. Vi erano le macellerie, dove la carne era appesa a portata della sua bocca: ma non bisognava toccarla. Nelle case in cui lo portava il suo padrone vi erano dei gatti, che bisognava lasciare in pace; e dei cani, che ringhiavano contro di lui e che egli non doveva attaccare. Poi, sui marciapiedi affollati, vi erano moltissime persone che si fermavano a guardarlo che gli rivolgevano la parola e che, peggio, lo accarezzavano. Ed egli doveva sopportare il contatto pericoloso di tutte quelle mani estranee: ed accettava le loro carezze con condiscendenza. D'altronde, c'era qualcosa in lui che non incoraggiava quegli estranei a trattarlo con eccessiva familiarità. Essi lo accarezzavano e poi se ne andavano, soddisfatti della loro audacia. Ma non era tutto così facile per Zanna Bianca. Correndo dietro la carrozza, nei sobborghi di San José, incontrava dei ragazzetti che avevano preso l'abitudine di lanciargli dei sassi.
62 Poi il padrone si avvicinava a Zanna Bianca e lo abbracciava, mentre il lupo cominciava la sua canzone di amore... Ma nessun altro poteva scherzare così con Zanna Bianca: egli non l'avrebbe permesso e accoglieva ogni tentativo con un ringhio. Egli permetteva al padrone queste libertà, ma questa non era una ragione perché egli fosse considerato un cane qualsiasi, prodigo del suo affetto e a disposizione di tutti. Aveva dato il suo cuore ad una sola persona e si rifiutava di mercanteggiare se stesso o il suo amore. Spesso il suo padrone usciva a cavallo e Zanna Bianca considerava suo dovere accompagnarlo. Nella terra del Nord egli aveva avuto modo di esprimere la propria fedeltà portando i finimenti; ma nella terra del Sud non vi erano slitte e i cani non venivano usati per portare dei pesi sulla schiena. Adesso dava prova della sua fedeltà seguendo il padrone che andava a cavallo. Per quanto fosse lunga, la galoppata non lo stancava mai. Procedeva con passo leggero, senza sforzo, proprio come quello di un lupo, e anche dopo una corsa di cinquanta miglia rientrava allegramente nella tenuta, precedendo il cavallo. Proprio durante una di queste galoppate, Zanna Bianca imparò un altro modo di esprimersi - che usò soltanto due volte nella sua vita -. La prima volta avvenne quando il suo padrone stava cercando di insegnare ad un focoso purosangue la maniera di aprire e di chiudere un cancello senza far scendere il cavaliere. Ma ogni volta che egli lo faceva avvicinare al cancello, per farglielo chiudere, il cavallo si spaventava e indietreggiava. Tutti questi esercizi resero il cavallo sempre più nervoso ed eccitato. Quando si impennava, il padrone gli dava un colpo di sperone per fargli posare a terra le zampe anteriori: e allora il purosangue cominciava a scalciare con quelle posteriori. Zanna Bianca assistette all'esperimento in un crescendo di ansietà finché, non potendosi più dominare, balzò davanti al cavallo e abbaiò ferocemente, come per ammonirlo. Benché da quel giorno, incoraggiato dal suo padrone, egli cercasse spesso di abbaiare, vi riuscì soltanto un'altra volta, e non alla presenza del suo padrone. La causa di questo fu una galoppata attraverso i prati: improvvisamente una lepre balzò tra le zampe del cavallo, questo fece uno scarto improvviso, inciampò e gettò a terra il cavaliere che, cadendo, si ruppe una gamba. Furibondo, Zanna Bianca stava per balzare alla gola del cavallo, ma fu trattenuto dalla voce del padrone. Questi, dopo aver constatato che si trattava di una frattura, ordinò al lupo di andare a casa. Zanna Bianca non era propenso ad abbandonare il suo padrone: il dio pensò di scrivere due righe alla famiglia, ma non riuscì a trovare nelle tasche né un pezzo di carta, né una matita. Allora ordinò di nuovo a Zanna Bianca di andare a casa. Il lupo lo guardò con uno sguardo ardente, si allontanò, poi ritornò e cominciò a gemere. Allora il padrone gli parlò dolcemente, ma seriamente: e il lupo drizzò le orecchie e ascoltò con un'intensità quasi dolorosa.
63 Essa non era disposta a sottomettersi alla legge, come lui, e sdegnava tutti gli sforzi fatti dal padrone per renderla amica di Zanna Bianca. Essa diventò una vera persecuzione per il lupo, che aveva sempre nelle orecchie il suo ringhio acuto e nervoso. Non gli aveva mai perdonato il massacro delle galline e continuava a pensare che le intenzioni di Zanna Bianca fossero sempre cattive. Prima ancora che lui facesse qualcosa, lei lo riteneva colpevole di qualche misfatto e lo trattava di conseguenza. Così Zanna Bianca se la trovava sempre alle calcagna, come un poliziotto, in giro per le stalle e per i prati; se lo sorprendeva mentre lanciava qualche occhiata furtiva verso un piccione o un pollo, essa lanciava latrati di indignazione e di rabbia. Il metodo che Zanna Bianca adottava preferibilmente per ignorarla era quello di sdraiarsi con la testa sulle zampe, fingendo di dormire: questo la confondeva e la faceva tacere. Tutto il resto, però, andava bene per Zanna Bianca. Aveva acquistato equilibrio e controllo e conosceva la legge. Aveva acquistato una calma, posata, filosofica sopportazione. Non viveva più in un'atmosfera ostile. Il pericolo, la morte, il dolore non si nascondevano più in agguato intorno a lui. La vita era dolce e facile. Senza rendersene perfettamente conto, rimpiangeva però la neve. "Un'estate stranamente lunga!" avrebbe pensato, se avesse riflettuto sull'argomento: ad ogni modo, sentiva inconsciamente, vagamente, la mancanza della neve. Così, nel periodo più caldo dell'estate, quando il sole lo faceva soffrire, egli sentì il desiderio della sua terra del Nord. Egli non era conscio di questa nostalgia, ma sentiva soltanto un senso di disagio e di inquietudine di cui non capiva la ragione. Zanna Bianca non era mai stato espansivo. Aveva imparato a strofinarsi contro il braccio del padrone e, quando il suo dio lo accarezzava, nel suo brontolio c'era una nota di gioia... Ma il suo amore non aveva altri modi di esprimersi. Un giorno però ne scoprì un altro. Egli era sempre stato suscettibile al riso degli dei. La loro risata lo aveva reso spesso pazzo di rabbia. Col suo padrone, naturalmente, egli non si arrabbiava: però quando il suo dio rideva di lui in maniera leggermente beffarda, ma benevola, egli si sentiva imbarazzato. L'antica collera insorgeva in lui, ma si trovava a cozzare contro il suo amore. Non poteva arrabbiarsi: ma doveva pur far qualcosa! In principio assumeva un contegno dignitoso, ma in questo caso il padrone rideva ancora più forte. Infine, quelle risate lo spogliarono di tutta la sua dignità. Aprì leggermente la bocca, sollevò un poco le labbra e una espressione strana, in cui si leggeva più amore che allegria, illuminò i suoi occhi. Aveva imparato a ridere... Così imparò anche a giocare col suo padrone, a lasciarsi rovesciare e rotolare per terra e ad essere la vittima di mille giochi. Da parte sua, egli fingeva di arrabbiarsi, arruffando il pelo, ringhiando ferocemente e fingendo di azzannare. Non perdette però mai il controllo di se stesso, e quei morsi erano sempre dati all'aria.
64 In quell'epoca i giornali si interessavano moltissimo dell'audace evasione di un forzato dalla prigione di San Quentin. Era un uomo malvagio, ma certo la società non aveva contribuito a renderlo migliore. Era una bestia, una bestia umana, è vero, ma così feroce da poter essere definito più terribile di un carnivoro. Nella prigione di San Quentin si era dimostrato incorreggibile. Le punizioni non avevano piegato il suo spirito. Era pronto a lottare fino all'ultima stilla di sangue e morire, ma non riusciva a sopportare le dure lezioni degli uomini. Quanto più aspramente aveva lottato, tanto più duramente la società lo aveva colpito, contribuendo così a renderlo più feroce. Segregazione, digiuno, percosse e bastonate, ecco il trattamento al quale era stato sottoposto Jim Hall, fin da quando, ancor tenero fanciullo, si era sperduto in una strada malfamata di San Francisco. Era una creatura ancora malleabile, di cui la società avrebbe potuto fare un uomo. Quando Jim Hall era stato cacciato in prigione per la terza volta, aveva trovato un secondino feroce e crudele come lui. Costui lo aveva trattato con molta slealtà, diffamandolo presso i superiori e facendolo oggetto di una spietata persecuzione. La sola differenza tra i due uomini era che il secondino aveva in mano un mazzo di chiavi e una rivoltella. Jim aveva soltanto le proprie mani nude e i denti. E un giorno egli balzò addosso a quell'uomo, come avrebbe potuto fare un animale selvaggio, servendosi soltanto dei suoi denti. Dopo questo episodio, Jim Hall era stato messo nella cella degli incorreggibili: era stato sepolto vivo in una tomba di ferro, dove non penetrava un filo di luce e donde egli non usciva mai. Non vedeva mai un viso umano, non parlava mai con una creatura umana. Quando da uno sportellino una mano invisibile spingeva il cibo nella cella, egli ringhiava come un animale selvaggio. Egli odiava ogni cosa. Per giorni e per notti egli mugghiò la sua ira contro l'universo. Per settimane e per mesi non emise alcun rumore, divorando la sua stessa anima in quel nero silenzio. Egli era un uomo e un mostro, un oggetto pieno di paure e che incute terrore, come il borbottio che accompagna le visioni di un cervello impazzito. Ma una notte egli fuggì. Il direttore della prigione disse che era impossibile; eppure la cella era vuota e sulla soglia giaceva ii cadavere di un secondino. La strada che egli aveva percorsa per fuggire era segnata da altri due cadaveri. Il bandito, armato con le armi prese ai secondini uccisi, era inseguito da forze organizzate e sulla sua testa pesava una grossa taglia. Alcuni contadini, avidi di denaro, parteciparono alla battuta armati di fucili. Catturarlo poteva equivalere al saldo di un debito o avere la possibilità di mandare il figlio in collegio. Altri zelanti cittadini, tirati fuori i fucili, si misero sulle tracce del fuggitivo, su cui si posero anche i cani poliziotto. I tutori della legge, pagati per difendere la società, gli stettero alle calcagna giorno e notte, con l'ausilio del telefono, del telegrafo e di treni speciali.
65 Poteva capitare che alcuni inseguitori si imbattessero in lui e lo affrontassero coraggiosamente, separati soltanto da uno steccato e da filo spinato; e tutto questo alimentava la curiosità del mondo civile, che, durante la colazione, si prendeva lo spasso di leggere i resoconti di questi episodi. Dopo questi scontri, i morti o i feriti venivano riportati in città e al loro posto altri uomini si impegnavano nella caccia al bandito. Poi, d'improvviso Jim Hall fece perdere le sue tracce, che invano i cani poliziotti ricercavano annusando il terreno. Nelle vallate più remote, inermi e inoffensivi valligiani venivano fermati e costretti a esibire i documenti di identità. Ogni tanto gente avida di intascare la grossa taglia annunciava di aver scoperto qua o là i resti di Jim Hall, in una dozzina di posti diversi. Intanto a Sierra Vista si leggevano i giornali non solo con interesse, ma con vera e propria angoscia. Le donne avevano paura. Il giudice Scott rideva di loro: ma aveva torto a non preoccuparsi, poiché Jim Hall era comparso in tribunale davanti a lui, prima che egli si ritirasse, ed era stato condannato proprio da lui. E quel giorno, davanti a tutti, Jim Hall aveva proclamato che sarebbe venuto il giorno in cui egli si sarebbe vendicato del giudice che lo aveva condannato. Per la prima volta, Jim Hall aveva ragione: egli era innocente del delitto per cui era stato condannato. Il giudice Scott non sapeva che si trattava di una cospirazione della polizia, che le testimonianze erano false e che Jim Hall era innocente di quel delitto. E d'altronde Jim Hall non sapeva che il giudice era all'oscuro di tutto ciò e credeva che egli fosse d'accordo con la polizia nel commettere questa mostruosa ingiustizia. Così, quando udì dalle labbra del giudice Scott la condanna che lo seppelliva vivo per cinquant'anni, Jim Hall era balzato in piedi ed aveva inveito finché non era stato trascinato fuori da sei guardie. Per Jim, il giudice Scott era il maggiore responsabile di quell'atto di ingiustizia e contro di lui aveva rivolto tutto il suo furore e tutte le minacce di vendetta. Poi Jim Hall era stato rinchiuso nel carcere, da dove, infine, era evaso. Zanna Bianca non sapeva nulla di tutto questo. Ma fra lui ed Alice, la moglie del suo padrone, esisteva un segreto. Ogni sera, quando tutti gli abitanti della casa erano andati a dormire, ella si alzava e faceva entrare il lupo, lasciandolo dormire nel vestibolo. Zanna Bianca non era un cane da salotto, perciò non gli era permesso di dormire dentro casa. Ogni mattina, di buon'ora, ella scendeva e lo faceva uscire di casa prima che la famiglia si destasse. Ed una notte, mentre tutti dormivano, Zanna Bianca si destò e, eccezionalmente, rimase fermo, in silenzio. Il suo fiuto gli rivelò la strana presenza di un dio estraneo. E alle sue orecchie giunse il suono dei passi del dio. Zanna Bianca rimase ancora stranamente in silenzio. Il dio straniero camminava senza fare rumore, ma più silenziosamente ancora camminava Zanna Bianca non avendo abiti che gli frusciassero contro il corpo.
66 Zanna Bianca fu assistito amorevolmente. La proposta del giudice di chiamare un'infermiera patentata, fu respinta con indignazione dalle sorelle di Weedon, che si assunsero il compito di assistere Zanna Bianca. E il lupo riuscì a vincere contro le diecimila probabilità di cui aveva parlato il chirurgo. Questi non doveva però essere criticato per la diagnosi errata. Egli aveva sempre curato ed operato esseri umani, che vivevano una vita calma, piena di precauzioni. Paragonate a Zanna Bianca, quelle creature erano fragili e delicate e si tenevano debolmente aggrappate alla vita, senza forza. Zanna Bianca proveniva dal "Wild", dove il debole ha vita breve e dove nessuno può sperare in una sufficiente protezione. Tanto il padre quanto la madre di Zanna Bianca non erano esseri deboli, e neppure le sue generazioni precedenti. Egli aveva ricevuto in eredità una fibra adamantina e la grande vitalità delle creature del "Wild"; perciò si aggrappava alla vita, anima e corpo, con la tenacia che in origine era propria di ogni essere vivente. Tutto legato e immobilizzato da fasciature ed ingessature, Zanna Bianca rimase in casa per settimane e settimane. Dormiva per lunghe ore e sognava. Tutti i fantasmi del passato risorgevano intorno a lui. E riviveva i giorni passati nella tana con Kiche, strisciava tremante vicino a Castoro Grigio, per fargli atto di sottomissione, poi fuggiva per mettersi in salvo dall'assalto di Lip-lip e dalla torma dei cuccioli. Di nuovo si rivedeva correre nei vasti silenzi, per cercarsi di che vivere nei lunghi mesi della fame; poi si rivedeva nuovamente alla testa della torma e sentiva le grida di incitamento di Mit-sah e di Castoro Grigio quando dovevano superare uno stretto varco. Rivisse i giorni passati con Beauty Smith e tutte le battaglie che aveva sostenuto. Quando sognava questo periodo della sua vita, gemeva e ringhiava nel sonno e quelli che lo vegliavano, capivano che si trattava di incubi. Ma c'era un incubo che lo faceva soffrire in modo particolare: dei mostruosi e rumorosi carri elettrici che assomigliavano a colossali linci urlanti. A volte aveva l'impressione di essere accucciato dietro un cespuglio, in attesa che uno scoiattolo si avventurasse fuori del suo rifugio nei tronchi d'albero. Ma quando finalmente poteva balzargli addosso, lo scoiattolo si trasformava in un carro elettrico, terribile e minaccioso come una gran torre, ed emetteva assordanti rumori metallici, vomitando fuoco contro di lui. La stessa cosa gli succedeva quando sognava di dare la caccia al falco che volteggiava nel cielo e che, quando scendeva dall'azzurro cielo e appena egli gli si gettava addosso, si trasformava in un opprimente carro elettrico. Talvolta si rivedeva nel recinto di Beauty Smith, e gli uomini lo stavano a osservare dal di fuori, facendogli capire che si avvicinava il momento di un nuovo combattimento. Così si metteva a guardare attentamente la porta dalla quale sarebbe entrato l'avversario. E quando finalmente la porta si apriva, gli veniva incontro un terribile carro elettrico.

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